di CLAUDIO PEA

Non so se ci avete fatto caso. Io sì, curiosando tra la pila di giornali che la Tigre vorrebbe scaricare fuori dalla finestra nel cortile, dove una volta c’era un tabellone in plexiglas e un canestro con la retina a brandelli e ora ci sono le cucce e le scodelle per i pointers e i bracchi di mio fratello che non so neanche come si chiamino. Caccia e basket, odio e amore. Succede. Anche nelle stesse famiglie. Un pallino di quattro righe su Repubblica di sabato: “Oggi a Siena gara 4 della finale scudetto. Se Siena batte Milano sarà il quarto scudetto consecutivo dei toscani”. E così è stato. Peccato che si sia giocato al Forum di Assago e non nella città del Palio al PalaMensSana di viale Sclavo. Può capitare, ci mancherebbe altro, specie nella redazione dove non c’è più amore per la palla nel cestino come quando le penne del basket erano quelle (preziose) di Walterino Fuochi e Emanuela Audisio, che magari pendeva dalle labbra del Vate Bianchini, ma alla quale era sempre un piacere rispondere per le rime. E come l’anno scorso, canticchiando il vecchio motivetto dell’estate, “sul mare col patino”, il Montepaschi ha festeggiato in casa di Giorgio Armani un altro secco e vaporoso 4-0 tricolore. Una finale che è durata poco: una settimana appena. Peccato sul serio. Da domenica a sabato. Tra un temporale e un acquazzone di giugno. Con una serie di risultati da non dimenticare soprattutto a Milano: 100-80, 81-59, 88-75 e 93-69 sempre per la magnifica armata di Sato e McIntyre, Eze e Stonerook, ma anche di Hawkins e Lavrinovic, Domercant e Zisis, Ress e Carraretto che sarà convocato in nazionale. Fatti due conti, in totale 372-283. Uno scarto di 91 punti in quattro gare. Una voragine, un abisso, un’esagerazione. E comunque troppi perché l’Armani possa essere lo stesso felice di un secondo posto che può fare molto ma molto comodo a Pierino Bucchi, che solo così poteva e probabilmente ha potuto salvare la panchina, ma che non può piacere al padrone del vapore che ha scucito gli stessi soldi, euro più euro meno, della Banca che esiste dal 1472 senza riuscire manco con un’unghia a graffiare lo strapotere senese. Come invece Read The Full Story…

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OSCAR ELENI  dalla tana dello sceriffo, un angolo di meditazione affidato ad un simpatico egiziano dove un tempo c’era la Milano craxiana. Il musicista che sventra la sua pizza ha in mente una musica che noi non sentiamo, sembra pazzo, ma forse siamo noi fuori di testa dopo aver visto al Forum, nell’epilogo della stagione dove Siena ha vinto il suo quarto scudetto consecutivo, quinto della storia, la scena madre degli inquisitori del doping, la fila di bambini per avere un autografo da Peterson, la muraglia del tifo verde così vivace rispetto a quella della Milano che per difendere Bucchi ha bisogno del suggeritore. Dicevamo dei catecumeni inviati da Roma, ma non dite che Petrucci lo ha fatto apposta perché quelli del doping annusano piscio ad ogni ora, senza bisogno di mandanti vendicativi, tipi che al cinema abbiamo visto nella trasposizione del Nome della Rosa, i feroci ricercatori di verità nel convento dove Umberto Eco ha raccontato la vita di ieri e anche di oggi. Erano rabbiosi ed insensibili perché pretendevano che i sorteggiati per le provette, cominciando da McIntyre il mago, rinunciassero ad andare sotto la curva dei tifosi per festeggiare lo scudetto perché loro avevano fretta di andarsene via da quella baraonda. Il medico di Siena che vedeva così agitato il più truce dei due, un tipo da Wada a quel paese, gli ha detto di fare rapporto spiegando bene che alla fine di una partita che dava il massimo trionfo sportivo nel campionato i giocatori preferivano abbracciarsi, festeggiare, saltare e ballare con tifosi, mogli, figli, piuttosto che seguire i Mabusen dell’antidoping. Quelli non sanno proprio cosa sia lo sport e la sua fatica, a loro piacciono le carni rosolate sul rogo e non è vero che lo fanno per la salute dei campioni, lo fanno per la paghetta, lo fanno perché non vedono l’ora di dare una palla buona agli invidiosi. Certo che i bari vanno smascherati, ma esistono anche tempi e maniere per farlo. Dicevamo del Peterson assalito per farsi firmare un autografo. Come mai? Già, bisognerebbe chiederlo a quelli che invece distribuivano volantini contro il Bucchi che si è riparato dietro il Forum dell’assurdo dicendo che era contestato perché non faceva giocare Becirovic. Noi ci saremmo fermati al gioco perché era quello a non dare mai emozioni. Read The Full Story…

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By peaclaudio | Giugno 16, 2010 - 1:50 pm - Posted in Il basket nel cestino

                                                                di CLAUDIO PEA

Mi sarebbe piaciuto nascere a Siena. Ed essere battezzato alla fonte della Lupa. Questo pensavo mentre scendevo la scalinata di Santa Maria dei Servi, la chiesa della contrada del Montone, tanto cara al caro Orso Eleni, e la vista delle vecchie case che s’arrampicano una sull’altra per salire al Duomo mi hanno aperto il cuore a ricchissime emozioni e a piacevolissime sensazioni. Mi piace tutto di Siena: i sapori e gli odori, i silenzi e i rumori, le strade nelle quali ti perdi coi pensieri e nelle quali ti perdi sul serio, lo spirito delle contrade che i padri tramandano ai figlioli per farli diventare prima uomini, dove si fa a cazzotti e poi si va a bere insieme, le mura che chiudono la città per custodirne gelosa i ricordi e le tradizioni, la taverna del Capitano ai quattro cantoni dove ho gustato i pici all’aglione e lo spezzatino di cinghiale anche se non è magari stagione, il chianti e Niccolò Moretti, il magnifico barbaresco dell’Aquila che accompagnerà il cavallo al Palio del due luglio e per il quale mi ha chiesto di tifare. Ora non so se posso, mi dovrò informare, ma non mi pare che la Lupa sia nemica dell’Aquila. No, mi fan sapere: è la Pantera. Eppure sono nato a Venezia e non me ne dovrei lamentare, però io lo so perché mi piacerebbe essere di Siena. Perché in verità, ma non ditelo in giro, sono nato a Mestre proprio nella casa dove ora vivo e sto preparando la stanza per il mio nipotino Edoardo che il 10 ha fatto un mese. E Mestre con Venezia c’entra poco, converrete, anche se Mestre non fa comune e sulla carta d’identità ho scritto nato a Venezia. E così sulla patente che ho dimenticato a casa. Assieme ai documenti e alle carte di credito. Senza quattrini, povero in canna, morso dal panico. Per fortuna mi è venuto in soccorso Riccardo Caliani, che è un amore di ragazzo, oltre che l’addetto-stampa impagabile della MensSana. Però se pensate che sia un po’ rincoglionito, lo ammetto: è vero. E pure un po’ romantico. Oltre che permaloso e rompicoglioni, ma se vi faccio queste confessioni mi raccomando: tenetele per voi Read The Full Story…

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By peaclaudio | Giugno 11, 2010 - 11:37 am - Posted in Il basket nel cestino

                                                                  di CLAUDIO PEA

Già albeggiava ormai da un’ora. O quasi. E le prime luci del nuovo giorno filtravano anche negli studi milanesi di Sky dove in diretta da Boston (col tubo!) i nostri Alessandro Mamoli e Federico Buffa stavano finendo di sferruzzare a maglia come di solito amorevolmente fanno Rino Tommasi e Gianni Clerici da Wimbledon. Una telecronaca piacevole, lo devo ammettere, nel cuore di una notte calda e insonne. Quelli di Sky sono tutti bravi: c’è poco da fare. Specie se raffrontati ai tromboni della Rai. E se non fossero anche permalosi, sarebbero più in gamba ancora. Per questo mi diverto a punzecchiarli, ma la prova che non ce la faccio ormai più a vivere senza di loro è che ho due My Sky in casa, uno in salotto e l’altro in camera, così mi posso anche registrare quattro partite di calcio o basket in contemporanea senza che la Tigre rinunci a vedere Bruno Vespa o la Mole Antonelliana, al secolo Antonella Clerici, o altri personaggi del genere che io invece non riesco proprio a sopportare. Dunque dicevo, ah già: ora ricordo. Dicevo di Mammoletta e l’Avvocato che erano andati bene sin quasi alla fine di Boston-Los Angeles, finale tre della Nba, nonostante mi desse l’idea, ma mi potrei sempre sbagliare, che tifassero per i Lakers come fanno abitualmente (e pure un po’ sfacciatamente) per Milano. E per questo forse è il caso che girino sempre molto lontano dal PalaMensSana. Del resto Mamoli ha giocato con le scarpette rosse di Mike D’Antoni: due minuti, non di più, contro la Robedikappa Torino, e CosaBuffa veste tale e quale a Giorgio Armani. Io invece non ho mai fatto mistero d’avere un debole per i Celtics sin dai tempi di Red Auerbach e Bill Russel. E poi di Larry Bird col quale ho avuto il piacere di parlare a quattr’occhi un giorno a Parigi arrossendo come un peperone. Mio Dio, quanto vecchio sono! Ma prima che lo pensiate voi lo dico io: e pure un po’ rincoglionito…

Difatti ho di nuovo perso il filo. Okappa, l’ho ritrovato. L’avvocato Buffa, 51 suonati, pensavo meno, racconta spesso delle storie alle quali fai fatica a credere, ma che è altrettanto difficile stabilire se poi siano o non siano vere. Non so, narra del padre (senza nome) di Allen Broughton, “the Fucking Boss”, che ebbe da Ann Iverson, figlia di Willie Lee, un figlio concepito senza penetrazione, così almeno scrive Federico sul suo “Black Jesus” facendo invero parecchio casino, il quale tutte le mattine non era felice se non s’ingozzava con cinque sei uova al bacon e se, uscendo di casa, non sparava tre quattro ruttini affinché lo sentissero bene sino in fondo alla strada che (ovviamente) saliva verso la chiesa anglicana dove il pastore Brown pregava Nostro Signore perché i 76ers vincessero il titolo e perché il nipote di Willie Lee, Dio mio che confusione, “desse l’ultimo colpo di pennello a un affresco chiamato 2001 Nba Eastern Conference Finals”. Dio mio, scusami di nuovo, ma sono andato anch’io nel pallone. Dunque tutto bene sino a quando Cosa Buffa, anzi Mistero Buffa, da Berto a Fo il passo è breve, non tira in ballo Derek Fisher che chiude gara tre a favore dei Lakers con “l’ultimo colpo di pennello – e ridagliela – ai suoi girasoli” Read The Full Story…

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By peaclaudio | Giugno 7, 2010 - 10:46 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI dalla casa varesina di Sandro Galleani, “l’uomo che ce lo è ancora bandiera” (citazione dal suo libro, citazione presa dal monumento del professor Aza Nikolic), fisioterapista dell’anima per tantissimi giocatori, per tanti di noi, per chi ascoltava il tamburo dello spogliatoio che con lui non batteva mai lentamente. Lascia la nazionale dove era arrivato ai tempi di Giancarlo Primo per sostuire il dolcissimo Crispi, il mister dal caffè magico che non poteva più sudare sui “muscolacci” di un Flaborea o di un Meneghin. Siamo nell’altro secolo del basket dove i bambini facevano oh per vedere Simmenthal , Virtus e Ignis in battaglia, già la Ignis dove lui era entrato lasciando il talento purissimo di Gianni Motta, il suo ciclismo sfregando sella prima dei muscoli, per scoprire uno sport che ancora non gli piaceva del tutto. Casa di Sandro, della sua dolcissima moglie, la vera santa come dicevamo tutti quando i giocatori, di notte, suonavano il campanello perché avevano bisogno di conforto più che di medicine o massaggi. Yelverton e il suo sassofono, ma ci sono passati tutti, i saggi e i mattocchi, vi lasciamo immaginare come è cresciuto Claudio Galleani, oggi fisiochinetico della Cimberio, ascoltando il canto di Pozzecco o di Andrea Meneghin, ascoltando di tutto, imparando quello che serviva per continuare la tradizione famigliare perché nel territorio basket, sponda canturina nei tempi del veleno puro e della felicità massima, era passato anche Terenzio Galleani, fratello di Sandro, uno che ha scavalcato la grande muraglia della conoscenza e ora sistema uomini che hanno perso la postura, l’assetto, la salute, la felicità.

Con questa notizia un po’ freddina del comunicato federale abbiamo deciso d’interrompere il silenzio playoff perché a bocce in movimento vale la tesi prima di parlare (a vanvera) meglio tacere. Comunque sia una finalista l’abbiamo già. Non indovinate. Accidenti, ma questa Siena è davvero fatta da pirati Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dal Paguro Metanifero di Cesenatico dove al posto del petrolio trovi una barriera corallina, o almeno così ce la vendono, ammesso che la si voglia comprare. Posto ideale per guardare i playoff seguendo la filosofia di quel cantautore a cui dispiaceva di morire, ma si sentiva comunque contento, uno che ha trovato l’anima negra dei nostri uomini di basket che amano il gioco vacanza, che stipendiano giocatori anche nel periodo estivo quando gente che avrebbe bisogno di lavorare duramente sui difetti tecnici, sulle carenze fisiche, va a guadagnare qualche euro per insegnare cose che non sanno a ragazzini che non conoscono i loro difetti e fanno fatica a pagare i loro pregi. Era una massima del professor Aza Nikolic, benedetto sia il suol nome, per sempre, quando si alzava alle sei del mattino per istruire gli insegnanti dei campi estivi diretti da lui:  “Non bisogna organizzare per dare alle famiglie la scusa di parcheggiare un ragazzo due o tre settimane, non è serio pensare soltanto al guadagno”. Quando lo diceva i più onesti arrossivano, ma tiravano avanti, gli altri vanno avanti come adesso.  Mentre ci avvicianiamo alle semifinali senza una notte libera, almeno per le prime tre partite, leggiamo il diario di un allenatore appena trombato, di uno appena lasciato libero senza fare tanto rumore, di uno che vorrebbe stare, ma non sa ancora capire perché a Bologna, Roma, Avellino, Cremona, Varese, Biella non tutti la pensano alla stessa maniera e, purtroppo, i primi ad essere riconfermati sono gli stessi che dovevano essere presi per il bavero e scaricati dalla rupe Tarpea. Per fortuna resta Scavolini a Pesaro e speriamo che non gli facciano venire il nervoso Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dalla Sierra Madre della costa cubana dove si possono leggere in pace i diari della motocicletta del dottora Bogdan Tanjevic, in arte Boscia dei miracoli, da qualsiasi Puerto Escondido dove poter meditare sulle malattie ingiuste, da un ospedale dove curano tutti, senza lamentarsi se la mutua nazionale non paga in fretta, se quella dei privati fa tante storie come succede a molti medici che ci sono pure simpatici. La malattia, il dolore, il disagio. Tutte cose che ti vengono in mente mentre chiedi una sedia comoda nella sala ovale della Casa Bianca dove abbiamo chiesto udienza a Barak Obama per avere e per dargli conforto. Sta lottando contro la grande ipocrisia di chi incatena sempre i più deboli, prova ad imporre agli avidi senza anima la riforma sanitaria, ma, come è successo a Siena nella prima domenica di primavera, ma anche domenica di Quaresima, gli ricorderanno che intanto ha sbagliato il pronostico per il marzo pazzo del torneo Ncaa, che non ci ha preso, come l’anno scorso, perché i ragazzi di Kansas sono saltati sulla mina di Northern Iowa, una università che ci ha ricordato viaggi di studio veri anche se noi andavamo dal guru di un’altra Iowa, uno alla Mou, uno che guidava altri falchi come quelli che l’Italia sperimentale affrontava quando Gamba e Rubini organizzavano negli Stati Uniti per svezzare giocatori Read The Full Story…

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