OSCAR ELENI dalla Sierra Madre della costa cubana dove si possono leggere in pace i diari della motocicletta del dottora Bogdan Tanjevic, in arte Boscia dei miracoli, da qualsiasi Puerto Escondido dove poter meditare sulle malattie ingiuste, da un ospedale dove curano tutti, senza lamentarsi se la mutua nazionale non paga in fretta, se quella dei privati fa tante storie come succede a molti medici che ci sono pure simpatici. La malattia, il dolore, il disagio. Tutte cose che ti vengono in mente mentre chiedi una sedia comoda nella sala ovale della Casa Bianca dove abbiamo chiesto udienza a Barak Obama per avere e per dargli conforto. Sta lottando contro la grande ipocrisia di chi incatena sempre i più deboli, prova ad imporre agli avidi senza anima la riforma sanitaria, ma, come è successo a Siena nella prima domenica di primavera, ma anche domenica di Quaresima, gli ricorderanno che intanto ha sbagliato il pronostico per il marzo pazzo del torneo Ncaa, che non ci ha preso, come l’anno scorso, perché i ragazzi di Kansas sono saltati sulla mina di Northern Iowa, una università che ci ha ricordato viaggi di studio veri anche se noi andavamo dal guru di un’altra Iowa, uno alla Mou, uno che guidava altri falchi come quelli che l’Italia sperimentale affrontava quando Gamba e Rubini organizzavano negli Stati Uniti per svezzare giocatori Read The Full Story…
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OSCAR ELENI
OSCAR ELENI dal set romano di Pedro Almodovar per dimenticare etere e punti incrociati sulla pelle, per non scordarsi che se vai in un ospedale pubblico, tipo il San Paolo a Milano, se trovi una squadra come quella di Franco Disperati, allora puoi anche soffrire, ma sei sicuro d’essere in buone mani e il chirurgo meriterebbe un premio, ma, per adesso, deve tenersi le maledizioni di chi ogni mattina si alza e vede nero, di chi risponde con la voce che arriva da molto lontano, dai giardini della disperazione anziana, da chi magari sembra più scortese del solito con i pochi amici che lo hanno chiamato dopo essersi allarmati per le notizie non buonissime dal fronte della chirurgia dove l’uomo diventa cicatrice. Scusa Santi, scusa Sandro, scusa Toto, anche se la digressione sul golf ci ha fatto venire i brividi. Sono giorni di abbracci rotti nel basket che non ha una Penelope Cruz da stringere fra le braccia, ma soltanto gente che ha voglia di litigare senza averne la forza intellettuale per reggere l’urto. Carlo Recalcati conferma che soltanto il suo avvocato ha rapporti con Meneghin e La Guardia, ormai il vicepresidente vicario, bisogna citarlo sempre perché sembra lui il pilota del barcone federale, come dicono nel generone romano che riabbraccia Gino Natali, tornato a casa Toti da dove era uscito, se ricordiamo bene, sbattendo la porta. Milano respira. Recalcati, invece, non conferma le cifre sopra gli 800 mila euro dell’ultimo contratto perché, come sanno bene all’ufficio imposte di Cantù dove lui è il quinto contribuente, non va oltre i 512 mila lordi, quindi restando sotto quello che invece incassa al netto qualche suo collega. Abbracci rotti fra Pesaro e una proprietà che non ha mai voluto credere al valore delle tradizioni, ma questo sembra un malessere che prende tanti per la gola. Spezzatino d’affetti anche a Milano dove i maligni avevano persino visto David Blatt gironzolare intorno alla piscina vuota del Palalido 