OSCAR ELENI dalla casa sbagliata dove mi ha fatto andare il Tarozzi, collega bolognese che ricorda Amici Miei, per cercare le origini di John Kociss Fultz. Spinto dalla passione sono arrivato in Nuova Zelanda, a Marlborough, dove l’azienda vinicola Framingham attirava di più della cittadina del Massachusets dove oltre sessant’anni fa è nato appunto John Kociss Fultz. Diciamo che la scusa per bere molto l’abbiamo presa dal famoso Basket petulante day di Sky, quello dove ti fanno venire il mal di testa e un sacco di rimorsi perché non vedi quello che loro stravedono, perché non ti sembra possibile l’assoluzione a prescindere per certi giocatori che fanno porcate da licenziamento in tronco, molto prima degli allenatori che mettono su una strada, eh sì la maggioranza di quelli che abbiamo visto sul campo il 2 gennaio aveva alle spalle notti senza sonno, bevute esagerate, con la testa persa ben oltre l’ultimo petardo. Certo la Nuova Zelanda non ci ha curato, mentre nella culla dei Fultz hanno un centro per lo studio sulle malattie cardiovascolari, sulla chiururgia per il cuore che potrebbe aiutare quando batte troppo forte per certe emozioni. Eh sì ci siamo persi e siamo anche rinati leggendo la vita di Fultz, passata attraverso l’età dell’oro varesina, diventata epica nel regno di Torquemada Porelli, ragionando a posteriori sulle cose che ci ha detto quando lo incontrammo a Domegge in uno dei camp che Ottorino Flaborea organizzava per Dino Meneghin, guardandolo insegnare, lo fa anche adesso a Napoli, ma su una cattedra, non sul campo. Dicevamo del tavolo neozelandese scolpito da Pirilampe di Atene: ci siamo alzati con la testa che girava. Troppo di tutto. Troppo bello per sembrare vero, troppo brutto Read The Full Story…

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By peaclaudio | Novembre 25, 2010 - 2:05 pm - Posted in Il basket nel cestino

                                                                     di CLAUDIO PEA

Non so se quando David Hawkins tornerà tra una decina di giorni a giocare a Siena il primo vero test-match della nuovo campionato lo seppelliranno di fischi e d’insulti come gli succede ogni qual volta mette piede sul parquet di Roma. Francamente penso (e spero) di no. Anche perché non ne vedrei una sola buona ragione. Con la città del Palio si è lasciato bene e col Montepaschi ha vinto finalmente a giugno quello scudetto che invece a Roma e a Milano aveva perso nelle due precedenti finali. Né il Falco di Washington può avere il dente avvelenato con Siena perché Ferdinando Minucci non l’ha fatto prigioniero: all’Armani, più che in verità nel Montepaschi, è diventato un pass par tout micidiale per aprire le difese avversarie, specie se non sono chiuse a doppia mandata come quelle della Lottomatica dell’Ecumenico. Piuttosto Hawkins ce l’ha con Roma e col suo presidente, Ciglione Toti, che non l’hai mai tenuto in palmo di mano. E non l’ha nascosto né prima, né durante la sfida di domenica al Forum. Al contrario ha prima confessato a Sky che nella capitale non c’era, e quindi non c’è, “una perfetta organizzazione ai vertici” e poi, una volta sceso in campo, ha preso d’assalto la Lottomatica con un tale furore che sembrava sul serio avesse con Roma un conto in sospeso. E comunque, t’amo o non t’amo, credo che Treccina abbia solo da ringraziare Siena e in particolare Pianigiani che in un anno gli ha fatto fare un bel salto di qualità e conseguentemente di categoria.

Non me ne vogliano Messina e Scariolo, di cui ho una stima infinita, ma credo che Mastro Simone sia, oggi come oggi, il miglior allenatore italiano al punto che i boyscout della Nba, se non si fossero addormentati cercando con il lanternino del talento in Niccolò Melli che, se c’è, è ancora molto in fieri, sono sicuro che avrebbero già consigliato per esempio ai Knicks di mandare a quel paese il vostro D’Antoni e di prendersi ad occhi chiusi Pianigiani. L’ho sparata grossa? Forse, ma non credo perché, al contrario di voi che avete già rovinato Superbone Vitali e stavate facendo lo stesso con Gel Aradori, vi dimostro coi fatti come nelle mani del mio giovane Mozart senza riccioloni siano cresciuti e diventati bravi e vincenti mezze calzette come Carraretto e Ress e mezzi campioni come McIntyre, Sato e adesso Dawkins. Né me ne voglia Recalcati, che pure ha portato all’argento olimpico una nazionale che non era certo inferiore solo a quella Argentina di Manuel Ginobili Read The Full Story…

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                                                                             di CLAUDIO PEA

Sarà capitato anche voi di avere una musica in testa e di canticchiarla e ricantatticchiarla per tutto il santo giorno assieme a Raffaella Carrà. Ebbene stamani mi facevo la barba. Una barba di tre giorni, lunga almeno quanto la storia di Siena che non perdeva il primato in classifica dal 17 dicembre del 2006 come ha sottolineato più volte con enfasi Paola Ellisse domenica intorno a mezzogiorno. Dio, che barba! E così davanti allo specchio, bello insaponato, mi è saltata in zucca una poesia che alle elementari mi avevano fatto imparare a memoria e che vado ormai ripetendo non ricordo più da quante ore. Dio, che (para)noia! “Primavera dintorno brilla nell’aria e per li campi esulta”. Sì, insomma il Passero solitario di Giacomo Leopardi. Che era figlio di un conte e di una marchesa, non so se lo sapevate, ed era il primo di otto figli: il più triste e il più sfigato. Ma sto andando fuori tema e allora torno subito sul binario prima che qualcuno dica: il solito perditempo. Come in verità sono. Dunque vi stavo raccontando di quel versetto dell’Aznavour di Recanati che mi angoscia ormai da tre giorni senza che ne capisca bene la ragione. Ecco, finalmente ci sono. Era ora. Nella mia totale follia cestistica vado ripetendo “primavera dintorno brilla nell’aria e per li campi esulta” perché, un po’ parafrasando il tutto, la potrei anche recitare in questo modo: “la sconfitta era nell’aria e per li campi (di basket) ora si esulta”. Quale sconfitta? Ma è ovvio: quella del Montepaschi sabato sera a Masnago. Già Siena aveva rischiato grosso a Cremona e pure a Vilnius. E comunque, adesso che è arrivata, ha riempito d’immensa felicità i cuori degli italiani che non sono nati nella città del Palio Read The Full Story…

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OSCAR ELENI  dai boschi di Montalcino cercando di sparare a chi vorrebbe mettersi nel carniere troppi tordi per una sagra dove basterebbero i pinci e la trippa con lo zafferano a rendervi felici. Fucile armato per andare a caccia, invece, di chi confonde la flora del campionato con la fauna di un torneo ancora tutto da scoprire, anche se la fretta fa ingigantire il primo posto dell’Armani perché non eravamo più abituati, noi piccoli e grossi Guglielmo Tell del canestro, a celebrare una prima in classifica diversa da quella che ci proponeva Siena, la prima, per la verità, a prenderci per tordi con quella super coppa giocata morsicando le caviglie anche del custode del Palasclavo che adesso è diventato Extra. Quella difesa che portava angoscia, quella caccia spietata ci aveva confuso: pensavamo che fossero gli altri a doversi preoccupare, mentre, in realtà, era il principe Pianigiani a dover fare i conti sulla resistenza, mentale più che fisica, della sua squadra da impeto ed assalto. Non era difficile immaginare che calando certe tensioni, mancando la pedina dell’americano in pratica mai visto, perché Malik Hairston è sempre in mano ai medici, ci sarebbe stato un rigurgito del primo latte e lo si è visto bene nel sacco di Varese dove i campioni erano diventati prevedibili per il Micione Charlie che dal primo secondo ha pensato all’ultimo centesimo da giocare spalla a spalla. Tanta polvere per una sconfitta a Varese? No, certo, anche perchè il Pianigiani deve Read The Full Story…

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OSCAR ELENI da Portorose, Slovenia, ospite ideale, presente soltanto con lo spirito e con il corpo già pronto a nuove anestesie, un centro ayurvedico dove forse riusciremo a capire perché l’italbasket non trova i quattrini, le garanzie che invece permettono a questo paradiso verde, grande come la Puglia, 2 milioni d’abitanti, più o meno come Milano, di avere scuole cestistiche capaci di produrre, ogni anno eccellenti giocatori, hanno progetti che sembrano portare all’assegnazionae dell’Europeo 2013 che l’Italia voleva avere, senza poterselo permettere, a quanto pare. Slovenia e Tomo Mahoric che da esordiente fa tremare Tutankamen Pianigiani con la Veroli Cremona che cambia generale, giocatori, fantini, ma si spegne sempre sulla linea del traguardo. L’anno scorso fu il fegato di Attilio Caja a perdere bile in quantità non controllabile, questa volta è andata anche peggio perché prendere 16 punti a Siena, anche in nuova versione, vuol dire avere qualcosa dentro. A proposito di esordienti diciamo che il Cancellieri che è andato a sbancare Caserta ci ha preso davvero quando, definendo la sua banda biellese, scoprì di avere lo spirito dei ragazzi della via Paal.  Sembra un personaggio da film di Nanni Moretti o anche Salvatores, questo teramano che porta gloria alla scuola abruzzese esaltata, nel primo turno, da Icaro Mancinelli che se starà lontano dal sole delle facili adulazioni arriverà davvero più in alto di quanto avremmo scommesso guardandolo da lontano. Ha tenuto bene la stagione di Azzurra, si è fatto uomo e si è convinto che i veri giocatori non hanno spazi privilegiati dove soffrire, ci devono dare dentro ovunque vengono chiamati a mettere la faccia. Adesso non venite a menarcela con la storia che, se lui avesse voluto, gli avrebbero fatto posto anche nella Nba. Cosa conta? Diciamo che sta diventando bravo per questo basket che lo accetta spesso anche numero quattro e l’Eurolega ci dirà se in Lituania, al campionato continentale, potremo contare su un quarto asso da mettere sulla tavola, anche se ci resta sempre il dubbio che per avere davvero quattro assi il Simone Pianigiani dovrà almeno barare.

Prima giornata per far urlare il coro: finalmente un campionato senza una squadra padrona, perché Siena, a metà strada fra lo splendore aggressivo della Super Coppa e il quasi ammaraggio di Cremona, senza avere sotto l’aereo verde il liquido primordiale che ne faceva una cosa speciale, sempre, ci ha messo i brividi anche per la corsa europea che parte in settimana, anche se il più dificile, all’esordio spetta a Milano che va trovare il Cska reduce dalla vittoria, diciamo pure storica, sui cavalieri di Cleveland rimasti senza la sella di Lebron James. Andiamo piano, certo Milano ha gli uomini Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dalla Sierra Madre della costa cubana dove si possono leggere in pace i diari della motocicletta del dottora Bogdan Tanjevic, in arte Boscia dei miracoli, da qualsiasi Puerto Escondido dove poter meditare sulle malattie ingiuste, da un ospedale dove curano tutti, senza lamentarsi se la mutua nazionale non paga in fretta, se quella dei privati fa tante storie come succede a molti medici che ci sono pure simpatici. La malattia, il dolore, il disagio. Tutte cose che ti vengono in mente mentre chiedi una sedia comoda nella sala ovale della Casa Bianca dove abbiamo chiesto udienza a Barak Obama per avere e per dargli conforto. Sta lottando contro la grande ipocrisia di chi incatena sempre i più deboli, prova ad imporre agli avidi senza anima la riforma sanitaria, ma, come è successo a Siena nella prima domenica di primavera, ma anche domenica di Quaresima, gli ricorderanno che intanto ha sbagliato il pronostico per il marzo pazzo del torneo Ncaa, che non ci ha preso, come l’anno scorso, perché i ragazzi di Kansas sono saltati sulla mina di Northern Iowa, una università che ci ha ricordato viaggi di studio veri anche se noi andavamo dal guru di un’altra Iowa, uno alla Mou, uno che guidava altri falchi come quelli che l’Italia sperimentale affrontava quando Gamba e Rubini organizzavano negli Stati Uniti per svezzare giocatori Read The Full Story…

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By oscareleni | Gennaio 19, 2010 - 10:02 am - Posted in Il basket nel cestino

OSCAR ELENI da un posto che non esiste, quello dove si taglia la lingua agli allenatori che trovano fiori dove hanno coltivato soltanto ortiche, Roma e Milano sono le nuove serre della pruriginosa su grandi labbra, quello dove chi legge sembra capire, dove i consiglieri di chi ha sbagliato tanto sono appesi per le palline sul ponte Milvio, sul ponte della Ghisolfa, su ogni ponte dove ci sia la possibilità di leggere oggi, domani, quello che ieri ci faceva godere, ad esempio, nei giorni in cui la Lega era qualcosa di speciale e non questa nebulosa che si fa stangare in pubblico dai suoi associati, che sbaglia quasi tutto, che non comunica, non si commuove, non fa più tenerezza, a parte i samaritani che ci lavorano dando tutto quello che hanno per avere in cambio ringhi scomposti. Scoprendo che il male non ti lascia anche se provi a tagliarlo abbiamo provato a farci chiudere nella stanza dei giochi, al sole, scegliendo il giallo ravvivante con accenti al color gelato, vaniglia o lampone, aggiungendo blu navy e blu ceramica, anche se, dicono, sarebbe bello svegliarsi al mattino in una stanza dove non vedi i fantasmi di Proli, Bottai, Papalia, degli arbitri infelici, dei giocatori italiani sostenuti da Petrucci, ma non più dai poveri allenatori che puntano su di loro, speriamo che Pianigiani cambi il mondo intorno a noi, dove non senti cazzate sui prossimi ragazzi da mandare nella Nba se nell’elenco del Poz ci mettono Mancinelli e Poeta, su Aradori muovetevi più piano, dove non tutti quelli che dovrebbero cambiare il nostro destino di nazionale con la quarta fascia scritta in faccia hanno il colore del Crocus e delle Primule che abbiamo visto sul volto di Nicolò Melli. Che la fortuna lo salvi dalla piaggeria, che sia protetto bene dalla famiglia, gente tosta, madre americana, argento olimpico di pallavolo, padre a gomiti larghi come quando giocava, che la testa, una bella testa, gli serva per schivare la slavina dei leccaculi che ai talenti prospettano soltanto veline Read The Full Story…

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