OSCAR ELENI da Vicchio, nel Mugello, dove è nato Guido Di Pietro, meglio conosciuto come il pintore Beato Angelico. Camminata sui marroni rimasti dopo aver visto i Santi di New Orleans prendersi la Super Coppa del football, dopo aver girovagato nei chiostri del convento di San Domenico, zona di Fiesole, per capire se il blu di lapislazzuli del nostro artista, se il suo oro in foglia, possono aiutarci a comprendere meglio la sua Annunciazione che si presenta sempre come primo incanto se entri al museo madrileno del Prado dove Ettore Messina va a disintossicare l’anima quando il Real le prende e si fa male come a Tel Aviv, quando si ferma meditando nella sala degli impressionisti chiedendo al povero Molin se sogna o se è sveglio adesso che deve andare a Siena per capire cosa resta del sogno europeo dei campioni d’Italia. Viaggio nella beatitudine e scusate se è poco, cominciando dalla partita d’addio di Gus Binelli a cui vorrebbe partecipare persino il presidente federale Dino Meneghin che avrebbe tanta voglia di spintoni onesti , stanco di questi sgambetti alla carbonara, sfinito come succedeva al Beato mentre lo obbligavano alla povertà e all’ascetismo nell’ordine dei domenicani osservanti. Beato Fabrizio Frates che ha scoperto di avere una squadra vera, d’avere intorno uomini giusti, gente che gli ha curato con una grande partita la cirrosi per quei fischi di chi l’anno scorso a Caserta lo tomentava, destino da Alatriste che, però, si toglie anche sassoloni dagli scarponi. Beato Manero Vacirca per aver portato nel borgo delle tomaie nobili il bulgaro Ivanov, uno che giura di saltare bene a rimbalzo d’attacco perché lo vuole il dio di Varna. Beato Boniciolli Read The Full Story…
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OSCAR ELENI, 
Abbiamo degli auspici per l’anno nuovo. Sportivi e non. E poiché ci piacciono i numeri tondi, ne elenchiamo dieci, in ordine non di importanza, ma d’apparizione nella nostra testa. Scusate la confusione, scriviamo a schema libero: 1. che Simone Pianigiani rivitalizzi la nazionale. Non ce ne frega niente che lavori part-time (del resto, lo fanno anche gli italiani in campo: è già tanto trovarne uno in quintetto), basta che trasmetta entusiasmo, disciplina, fiducia. A cominciare da Bargnani, convincendolo che per giocare a basket non serve essere un soldatino, se si è nati col talento da leader. Sfida ardua, la prima fuori dal nido di Siena: se la vince diventa grande anche per il pubblico. Per almanacchi e bacheche lo è già. 2. che chi di dovere faccia chiarezza, il prima possibile, sulle combine arbitrali emerse dalla Procura di Reggio Calabria. Vi prego, non parlateci di baskettopoli, non ci dite che ci sono delle trame oscure, non ci pubblicate delle intercettazioni smozzicate se non avete cognizione e critica. Ci siamo già passati, tre anni fa, con titoli cubitali, retrocessioni punitive e capri espiatori. Chi ha sbagliato paghi, ma nelle sedi competenti, perché il sospetto striscia e la calunnia, si sa, è un venticello. Malaffare? D’accordo. Ma fino a che punto? E per favorire chi? Parliamo a bocce ferme, senza urlare “al lupo”, presi dall’orgasmo delle voci registrate. È questione di civiltà, non di sensazione. 3. che LeBron James cambi squadra la prossima estate, magari insieme a Wade e Bosh, così da rimescolare le carte nella Nba e creare nuove suggestioni. Anche perchè il jolly Shaq forse funziona nei playoff, ma non fino al punto di rubare l’anello a Bryant e Gasol. Preferenze? Troppo facile: 
