OSCAR ELENI indeciso sulla direzione da prendere nell’ultima vita, confuso da questo malessere che ci devasta. Ci sono due posti dove vorrei portarvi. Il primo è la casa Depero a Rovereto, una scusa, buona come un’altra cercando cultura ed artisti, per andare a trovare Franco Grigoletti, senza fargli capire che siamo andati in montagna soltanto per lui e la Franca, tanto per farci raccontare dove aveva trovato la giacca che ha indossato a Roma per la stella d’oro del Coni smemorato. Un incontro che potrebbe farci anche bene se nel triangolo attirassimo pure il Boscia e si potesse brindare insieme a Gianni Menichelli, mandando in mona gli assetati di sangue della Roma cestistica che non deve essere tanto diversa da quella calcistica se tutti sanno tutto, anche non sapendo niente. Vedremo di farlo prima che i chirurghi infieriscano, le chemio facciano appassire, gli anni si vendichino delle nostre notti senza fine, delle nostre esplorazioni oltre la cirrosi, magari ci si ritrova per la mostra di Paolo Conti, grande cestista, grande artista che esporrà i suoi lavori all’ex Conceria del Tabacco dove accenderemo, stando fuori, si capisce, i nostri sigari, portando le nazionali nel sacrario del primo Grigolitri del mondo. Se non vi va bene Rovereto, seguiteci invece nella Marsiglia di Jean Claude Izzo e nel suo Casino Totale per cercare una bouillabesse degna del ricordo delle zingarate con l’avvocato Porelli che si divertirà un mondo vedendo come si comportano i suoi presunti eredi sportivi, anche se Torquemada li brucerebbe tutti e subito Read The Full Story…

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OSCAR ELENI  dai boschi di Montalcino cercando di sparare a chi vorrebbe mettersi nel carniere troppi tordi per una sagra dove basterebbero i pinci e la trippa con lo zafferano a rendervi felici. Fucile armato per andare a caccia, invece, di chi confonde la flora del campionato con la fauna di un torneo ancora tutto da scoprire, anche se la fretta fa ingigantire il primo posto dell’Armani perché non eravamo più abituati, noi piccoli e grossi Guglielmo Tell del canestro, a celebrare una prima in classifica diversa da quella che ci proponeva Siena, la prima, per la verità, a prenderci per tordi con quella super coppa giocata morsicando le caviglie anche del custode del Palasclavo che adesso è diventato Extra. Quella difesa che portava angoscia, quella caccia spietata ci aveva confuso: pensavamo che fossero gli altri a doversi preoccupare, mentre, in realtà, era il principe Pianigiani a dover fare i conti sulla resistenza, mentale più che fisica, della sua squadra da impeto ed assalto. Non era difficile immaginare che calando certe tensioni, mancando la pedina dell’americano in pratica mai visto, perché Malik Hairston è sempre in mano ai medici, ci sarebbe stato un rigurgito del primo latte e lo si è visto bene nel sacco di Varese dove i campioni erano diventati prevedibili per il Micione Charlie che dal primo secondo ha pensato all’ultimo centesimo da giocare spalla a spalla. Tanta polvere per una sconfitta a Varese? No, certo, anche perchè il Pianigiani deve Read The Full Story…

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                                                                      di CLAUDIO PEA

Qui va a finire che non compro più Repubblica. Altrimenti mi mangio il fegato e francamente non credo ne valga la pena soltanto perché sulle pagine sportive la pallacanestro è trattata come la figlia della serva e persino peggio delle freccette o del curling. Sarà infatti anche il mio quotidiano preferito che compro tutti i santi giorni dai tempi del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, cioè da quasi sei lustri e mezzo, ma questa ostinata ostilità nei confronti del basket sinceramente non la capisco e mi fa venire i nervi. Di certo la palla nel cestino deve stare tremendamente sulle scatole al capo di quella redazione che va famosa per le sue fughe dalle notizie che sono ormai diventate una routine. Così come non è escluso che Dino Meneghin da ragazzo abbia anche dato una pacca sul sedere alla fidanzata di qualche illustre firma sportiva che gli sculettava intorno e gli faceva un sacco di moine: il becco l’ha visto e l’ha detto al direttore che se l’è legata al dito. O forse semplicemente ha stravinto nel giornale fondato da Eugenio Scalfari la corrente di pensiero di quei poveracci che già dal lontano 1982 sostenevano che valeva più un cross di Selvaggi, campione del mondo in Spagna senza aver mai giocato nemmeno un minuto secondo, o di Roccotelli, il pioniere della rabona nell’Ascoli, di cento ganci-cielo di un certo Kareem Abdul Jabbar da Los Angeles. Insomma non so proprio più cosa pensare che possa essere successo, fatto sta che pure oggi La Repubblica non si è smentita: ieri hanno vinto Milano e Siena nell’esordio di EuroLega, l’Armani Jeans addirittura di 15 punti a Mosca contro il Cska e il Montepaschi di 32 contro i campioni di Francia dello Cholet, la Gazzetta ha dedicato all’impresa di Pecherov e Mancinelli persino il secondo titolo in prima pagina più grosso dopo “Per fortuna (che) c’è Krasic” e Repubblica come se l’è cavata? Con tre righe di testo e un misero titolino ad una colonna nelle brevi dove lo stesso spazio è stato dedicato alla ginnastica: “A Rotterdam mondiali di ritmica: trionfo della Cina maschile nella prova a squadre senza gli azzurri”. E poi non ho ragione se mi cadono le braccia e non butto via furioso il giornale assieme al suo inserto del venerdì?

Vergogna! Più vergognosi delle sette sorelle che vanno per la maggiore nel calcio del Belpaese che tra martedì e giovedì hanno raccolto in tutto cinque punti e una sola vittoria con l’Inter che di italiano non ha quasi nulla se non Santon entrato al 5’ del secondo tempo in sostituzione dell’infortunato Stankovic sul 4-0 dei nerazzurri contro il Tottenham che in dieci ha poi sfiorato il pareggio. Eppure illo tempore scrivevano di basket Manuela Audisio e Walter Fuochi che non erano affatto male. Anzi, sono due penne deliziose. Per non parlare di Emilio Marrese. Manuela almeno un paio di volte all’anno intervistava Valerio Bianchini accendendo polemiche infuocate soprattutto con Dan Peterson. Walterino non perdeva una partita della Virtus Bologna della quale era anche mite tifoso oltre che l’occhio dritto di Ettore Messina. Adesso il nulla, o quasi, sotto vuoto spinto. A parte un’estemporanea sortita di Fuochi solo qualche giorno fa per segnalare (giustamente) la figuraccia che ha fatto l’Italia nel rinunciare (“con vivo rammarico” del comitato promotore) alla candidatura per organizzare gli Europei di pallacanestro del 2013, ma anche per gettare discredito (per non dire altro fango) sul nostro basket che, a sentir lui, “non siamo più tanto capaci di giocare”. Magari in questo c’è anche del vero. Però stavolta mi spiace, ma gli è andata decisamente male o, meglio, ha sbagliato i tempi dell’uscita visto che anche Roma con tre (modesti) italiani ha debuttato mercoledì in Eurolega con una sonante vittoria (83-65) sui campioni di Germania. Evviva. Di più: a Mosca, come già sabato a Teramo, Stefano Mancinelli ha lanciato in orbita Milano con una serie di bombe e di canestri ad una mano, destra sinistra, che, se li avesse fatti Danilo Gallinari, apriti cielo: si sarebbe urlato alla Nba. E il mio Marco Carraretto è stato l’mvp di Peterson, anche meglio di McCalebb e Lavrinovic, quando è arrivato il momento che Siena finalmente si togliesse di torno lo Cholet e prendesse il volo.

Cosa dovremmo dire allora del calcio italiano a cui la Gazzetta anche oggi ha dedicato venticinque pagine vedendo la figura che ha fatto il Palermo contro i parenti stretti di Gordon, Smodis e Siskaukas strapazzati come uova al tegamino da Pecherov e compagni longobardi? O la Sampdoria che è riuscita nella storica impresa di riuscire a perdere non so neanche dove contro dieci sconosciuti ucraini? Che non sappiamo più giocare a folber come avrebbe scritto Gianni Brera? E’ molto più probabile. O che dire, continuando a fare le pulci alla redazione sportiva del quotidiano più letto nel Belpaese, delle sette righe dedicate da Repubblica sempre tra le brevi al suo giornalista Eugenio Capodacqua, il terribile fustigatore del doping a due ruote e senza motore, che è diventato “campione italiano giornalisti di ciclismo nella categoria professionisti gentlemen, terzo assoluto, nella prova vinta da Calovi (?) a Cittiglio, provincia di Varese”. Scusate, ma dov’è la notizia? Se almeno il nostro Savonarola si fosse pure lui bombato, magari se ne sarebbe anche potuto parlare. Come dell’ex arbitro che sabato ha rubato la carta di credito all’arbitro Roberto Bagalini di Fermo nello spogliatoio prima di Crotone-Piacenza (0-1) di serie B. D’accordo, l’hanno presto arrestato e ovviamente subito rilasciato a piede libero, ma sempre dopo che aveva bruciato la Visa del povero collega acquistando abiti pregiati, profumi e balocchi. E non negando un bel pieno di benzina anche alla sua vecchia auto.

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                                                                di CLAUDIO PEA

Ce l’ho qui da un pezzo. Qui, sul gozzo, cosa avevate capito? Precisamente dalla sera della terza finale scudetto, quella che appena cominciata era già finita. Elegantissimo canestro di Romain Sato, luce dei miei occhi: 20-6 (ovviamente) per il Montepaschi, il Forum imbufalito con Pierino Bucchi, che di nuovo non ci aveva capito un tubo, e più ancora Luca Chiabotti e Werther Pedrazzi in mezzo ai quali stavo seduto in prima fila. “Passami gli steno”, mi è venuto allora da esclamare sfrontatamente come si diceva una volta, quando non esistevano ancora i cellulari e i personal computer, si dettavano i pezzi a braccio appunto agli stenografi, le rotative già scalpitavano e il redattore di turno la notte aveva solo fretta di chiudere la prima edizione per andare finalmente a mangiare in mensa. Ce l’avevo qui sul gozzo, dicevo, e adesso la sputo. E’ l’intervallo, 36-57, la scorta di Giorgio Armani accompagna il patron a fare la pipì, a volte scappa anche a lui, Adriano Galliani è assalito dai cronisti in caccia di notizie più sul decadente Milan che sulla confusa Milano del basket, “Storari resta con noi”, difatti Storari è passato alla Juve, Dino Meneghin mi avvolge in un abbraccio fraterno e mi fa ad un orecchio: “Adesso che sei tornato tra noi, non ti mollo più”, carino davvero, Dan Peterson nella sua giacchetta a quadri che deve avere più anni della coperta di Linus, Sandro Gamba e la sciura Stella, splendida creatura, amici che non vedi da una vita, come Toio Ferracini e Toni Cappellari, ho la golla secca: massì, mi sparo una Coca Cola. “Tre euro e cinquanta”. Non ci posso credere, ma pago e penso: me ne daranno un litro. No, solo un bicchiere di carta. E neanche di Coca Cola, ma di Pepsi. Che non è proprio la stessa cosa. All’osteria del Camionista al mio paese con tre euro e mezzo ti danno un piatto di rigatoni al sugo, fidatevi abbondanti e gustosi, e pure un buon bicchier di vino rosso che fa sempre bene al cuore. Però è anche vero che l’altro mese ho comprato la carrozzina per mio nipote Edoardo. “Mille e cinquecento euro: carta di credito o bancomat?”, mi ha chiesto la cassiera. “Carta di credito, ma adesso mi tolga lei una curiosità: la carrozzina va a benzina o a gasolio?”.

La Banda Osiris è riuscita ad infiltrare uno dei suoi scagnozzi persino in nazionale: sarà vero? Così pare, ma anche qui non ci posso credere. In primis perché la Banda Osiris l’ho inventata io qualche anno prima che si entrasse nel Duemila e quindi solo io posso insindacabilmente decidere chi fa parte o meno di questa loggia Read The Full Story…

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OSCAR ELENI  dalla tana dello sceriffo, un angolo di meditazione affidato ad un simpatico egiziano dove un tempo c’era la Milano craxiana. Il musicista che sventra la sua pizza ha in mente una musica che noi non sentiamo, sembra pazzo, ma forse siamo noi fuori di testa dopo aver visto al Forum, nell’epilogo della stagione dove Siena ha vinto il suo quarto scudetto consecutivo, quinto della storia, la scena madre degli inquisitori del doping, la fila di bambini per avere un autografo da Peterson, la muraglia del tifo verde così vivace rispetto a quella della Milano che per difendere Bucchi ha bisogno del suggeritore. Dicevamo dei catecumeni inviati da Roma, ma non dite che Petrucci lo ha fatto apposta perché quelli del doping annusano piscio ad ogni ora, senza bisogno di mandanti vendicativi, tipi che al cinema abbiamo visto nella trasposizione del Nome della Rosa, i feroci ricercatori di verità nel convento dove Umberto Eco ha raccontato la vita di ieri e anche di oggi. Erano rabbiosi ed insensibili perché pretendevano che i sorteggiati per le provette, cominciando da McIntyre il mago, rinunciassero ad andare sotto la curva dei tifosi per festeggiare lo scudetto perché loro avevano fretta di andarsene via da quella baraonda. Il medico di Siena che vedeva così agitato il più truce dei due, un tipo da Wada a quel paese, gli ha detto di fare rapporto spiegando bene che alla fine di una partita che dava il massimo trionfo sportivo nel campionato i giocatori preferivano abbracciarsi, festeggiare, saltare e ballare con tifosi, mogli, figli, piuttosto che seguire i Mabusen dell’antidoping. Quelli non sanno proprio cosa sia lo sport e la sua fatica, a loro piacciono le carni rosolate sul rogo e non è vero che lo fanno per la salute dei campioni, lo fanno per la paghetta, lo fanno perché non vedono l’ora di dare una palla buona agli invidiosi. Certo che i bari vanno smascherati, ma esistono anche tempi e maniere per farlo. Dicevamo del Peterson assalito per farsi firmare un autografo. Come mai? Già, bisognerebbe chiederlo a quelli che invece distribuivano volantini contro il Bucchi che si è riparato dietro il Forum dell’assurdo dicendo che era contestato perché non faceva giocare Becirovic. Noi ci saremmo fermati al gioco perché era quello a non dare mai emozioni. Read The Full Story…

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By peaclaudio | Giugno 7, 2010 - 10:46 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI dalla casa varesina di Sandro Galleani, “l’uomo che ce lo è ancora bandiera” (citazione dal suo libro, citazione presa dal monumento del professor Aza Nikolic), fisioterapista dell’anima per tantissimi giocatori, per tanti di noi, per chi ascoltava il tamburo dello spogliatoio che con lui non batteva mai lentamente. Lascia la nazionale dove era arrivato ai tempi di Giancarlo Primo per sostuire il dolcissimo Crispi, il mister dal caffè magico che non poteva più sudare sui “muscolacci” di un Flaborea o di un Meneghin. Siamo nell’altro secolo del basket dove i bambini facevano oh per vedere Simmenthal , Virtus e Ignis in battaglia, già la Ignis dove lui era entrato lasciando il talento purissimo di Gianni Motta, il suo ciclismo sfregando sella prima dei muscoli, per scoprire uno sport che ancora non gli piaceva del tutto. Casa di Sandro, della sua dolcissima moglie, la vera santa come dicevamo tutti quando i giocatori, di notte, suonavano il campanello perché avevano bisogno di conforto più che di medicine o massaggi. Yelverton e il suo sassofono, ma ci sono passati tutti, i saggi e i mattocchi, vi lasciamo immaginare come è cresciuto Claudio Galleani, oggi fisiochinetico della Cimberio, ascoltando il canto di Pozzecco o di Andrea Meneghin, ascoltando di tutto, imparando quello che serviva per continuare la tradizione famigliare perché nel territorio basket, sponda canturina nei tempi del veleno puro e della felicità massima, era passato anche Terenzio Galleani, fratello di Sandro, uno che ha scavalcato la grande muraglia della conoscenza e ora sistema uomini che hanno perso la postura, l’assetto, la salute, la felicità.

Con questa notizia un po’ freddina del comunicato federale abbiamo deciso d’interrompere il silenzio playoff perché a bocce in movimento vale la tesi prima di parlare (a vanvera) meglio tacere. Comunque sia una finalista l’abbiamo già. Non indovinate. Accidenti, ma questa Siena è davvero fatta da pirati Read The Full Story…

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                                                                 di CLAUDIO PEA

Il Ghiro d’Italia ieri ha riposato, eppure la Gazzetta gli ha dedicato ugualmente sette o otto delle sue preziosissime pagine. Non c’è niente da fare: capisco che ognuno è libero in casa propria di fare (più o meno) quel che gli pare e piace, ma non mi rassegno all’idea che uno sport così sputtanato abbia tanto spazio ancora sui giornali e tanti inviati al seguito. A me è bastato seguire un paio di Tour de France per disamorarmi del ciclismo che pure su quelle stesse strade mi aveva esaltato con le imprese dei suoi campioni che anch’io (nel branco) non avevo esitato a definire “epiche”. Come quella del 1996 quando un danese dalla bella faccia di contadino sano, forte e robusto, pelato e rubicondo, tolse a un gentiluomo navarro dal viso pallido la possibilità di vincere la sua sesta Gran Boucle di fila. Avevo un debole – lo confesso – per Miguel Indurain. Come oggi ce l’ho per il magnifico masai di Bimbo, Romain Sato, e il suo allenatore, Simon Mago Pianigiani, che è pure juventino doc: un punto in più a suo favore. Era elegante, sereno, affascinante: pedalava facile e pareva persino buono. Ed era invincibile al Tour almeno sino al giorno in cui – vi raccontavo – Bjorne Riis non gli mise il bastone tra le ruote e stroncò il suo record (dei record). Ma non ce l’ho con Riss per questo e, di riflesso, con il ciclismo. Quanto perché una decina d’anni dopo il danese, passato a dirigere la squadra di Ivan Basso, candidamente confessò d’essersi dopato a quel Tour come un indemoniato, avido e dannato.

Adesso, mentre la gente impazza al Giro e sogna Ivan Basso in rosa a Verona, io invece mi domando: ma sarà davvero pulito dopo aver scontato una pena per doping lunga ventiquattro mesi? E non attendo neanche la risposta. Perchè non me ne importa più nulla: sono ormai nei confronti del ciclismo più disincantato che deluso. Sono probabilmente anche fatto male. Nel senso che oggi amo e domani, se fregato, salto a piè pari dal bianco al nero e non torno più indietro. E’ sbagliato. Lo so. Così si vive male, ma i manichei sono siffatti ed io sono il più inguaribile – ditelo pure – degli integralisti sportivi. Così è anche nel basket. Guai a chi mi toccava Michelino D’Antoni. Read The Full Story…

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