By peaclaudio | Febbraio 9, 2010 - 6:34 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI da Vicchio, nel Mugello, dove è nato Guido Di Pietro, meglio conosciuto come il pintore Beato Angelico. Camminata sui marroni rimasti dopo aver visto i Santi di New Orleans prendersi la Super Coppa del football, dopo aver girovagato nei chiostri del convento di San Domenico, zona di Fiesole, per capire se il blu di lapislazzuli del nostro artista, se il suo oro in foglia, possono aiutarci a comprendere meglio la sua Annunciazione che si presenta sempre come primo incanto se entri al museo madrileno del Prado dove Ettore Messina va a disintossicare l’anima quando il Real le prende e si fa male come a Tel Aviv, quando si ferma meditando nella sala degli impressionisti chiedendo al povero Molin se sogna o se è sveglio adesso che deve andare a Siena per capire cosa resta del sogno europeo dei campioni d’Italia. Viaggio nella beatitudine e scusate se è poco, cominciando dalla partita d’addio di Gus Binelli a cui vorrebbe partecipare persino il presidente federale Dino Meneghin che avrebbe tanta voglia di spintoni onesti , stanco di questi sgambetti alla carbonara, sfinito come succedeva al Beato mentre lo obbligavano alla povertà e all’ascetismo nell’ordine dei domenicani osservanti. Beato Fabrizio Frates che ha scoperto di avere una squadra vera, d’avere intorno uomini giusti, gente che gli ha curato con una grande partita la cirrosi per quei fischi di chi l’anno scorso a Caserta lo tomentava, destino da Alatriste che, però, si toglie anche sassoloni dagli scarponi. Beato Manero Vacirca per aver portato nel borgo delle tomaie nobili il bulgaro Ivanov, uno che giura di saltare bene a rimbalzo d’attacco perché lo vuole il dio di Varna. Beato Boniciolli Read The Full Story…

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OSCAR ELENI che in sogno si è avventurato a passo di marcia sotto i tigli di Berlino dove un tempo sfilavano i soldati prussiani, dove non tanto tempo dopo sfilavano quelli russi, dove si è celebrata una bella festa per oltre 13 mila spettatori, perché la finale di Eurolega è stata proprio coinvolgente, in un’arena adeguata, in un posto dove tutti si sono divertiti, anche chi ha perduto, perché la conclusione del torneo più difficile ci ha fatto capire due cose importanti: non è vero che gli allenatori contano poco, non è vero che il basket più bello in questi giorni lo abbiamo visto seguendo i berci dei playoff della Nba. Con Obradovic e Messina vai più o meno dove vuoi, se poi hai dietro anche buoni giocatori allora spopoli, diventi il padrone. Siamo sempre stati convinti che l’allenatore ha in mano l’anima di una squadra, se può lavorarci sopra, senza ostruzionismo societario, allora arriva ai massimi risultati. Basta pensare al Messina bolognese e ai suoi presidenti, confrontare per credere. Su Obradovic ci bastò vederlo al lavoro, sentire Buzzavo che parlava della sua competenza, della sua “cattiveria”, per renderci conto che dovunque lo avessimo incontrato sarebbero stati guai per le sue avversarie. Certo anche lui invecchia, si ammorbidisce, magari sbaglia, però se esce dalla tenda è per andare a cercare la sua vittima e non certo per regalargli dei fiori. Eurolega senza italiani, ma Messina e Basile sono stati davvero bravi nel ricordarci alla gente come scuola sicura, come terra di grandi tradizioni e siamo sbalorditi, amareggiati, per la scelta di Rigas, il greco a capo degli arbitri Uleb, un amico del nostro basket nei secoli, per non aver chiamato a Berlino neppure un direttore di gara italiano. Schiaffo pesante, condanna prima ancora che la procura di Reggio Calabria metta tutti alla berlina perché Read The Full Story…

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By peaclaudio | Aprile 13, 2009 - 5:40 pm - Posted in Vengo anch'io...

               di LEONARDO IANNACCI       

 Anche se è matematicamente inattaccabile il vecchio teorema del bar, inventato da quel gran genio di Mirko Lanzi, detto l’Ugo Tognazzi della bassa (“Non è così grave quando per la prima volta non fai la seconda, lo è quando per la seconda volta non fai la prima…”), una certezza la posso candidamente confessare: da parecchio non concedo il bis. Il sipario – diciamo così – si alza una sola volta e, al fin della licenza, si chiude, senza più dar segni di vita. L’esibizione è unica e secca. In talune occasioni robusta e vitaminica (ehm…), in altri casi ben più sofferta: fate conto di vedere un marine, visibilmente appesantito, che cerca di raggiungere la sua buca sulla spiaggia di Okinawa. Arranca, suda come una bestia, si aiuta con i gomiti. Ce la fa, non ce la fa, alla fine ce la fa. Ma il bis, a quel punto, diventa fugace, francamente impossibile. Questione di anagrafe? Il prossimo luglio sono 47, mica 90. Ma come ricordava il grande Totò, a questa età è più facile imbattersi in un morto che parla una sola volta, più che in un fringuello in forma clamorosa. Tant’è. I giorni ormonici di un tempo sono passati da troppe primavere e, così, il sottoscritto – povero disgraziato – si appresta a vivere una “doppia” di ben altro tenore: quella della possibile retrocessione in parallelo delle sue squadre del cuore: il Bologna calcio e la Fortitudo basket. Si scherza e si ride per non piangere. Ovvero, scherzo e rido per non piangere. Read The Full Story…

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By oscareleni | Aprile 6, 2009 - 3:37 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI dal palazzo Bricherasio di Torino, così distante dall’Isozaki dove il basket europeo ha scelto i rossoneri del Lietuvos Rytas, i lituani di Vilnius per la seconda Coppa Uleb, così diverso dal palazzo fiorito fra la piscina dei tuffi che esplode con Tania Cagnotto e lo stadio per un calcio dai misteriosi posteggi come diceva il nostro Virgilio, dove le beghe nostrane ci hanno tolto il piacere di ritrovare i vecchi leoni del periodo Guerrieri e anche gran parte del mondo che l’anno scorso aveva contribuito alla prima festa europea nel Palazzo Vela. Molti di loro sono dei cocciuti colpevoli, ma ci sono mancati lo stesso. Meglio andare da Amenofi IV, il faraone eretico e, forse, anche rivoluzionario come ci sia augura possa essere Meneghin I, meglio godersi la mostra Akhenaton piuttosto che guardare la faccia di Sergio Scariolo che sperava di arrivare al primo trofeo europeo senza passare dalla sede della Federspagna, piuttosto che andare dietro ai prestigiatori del black berry, quelli che hanno vissuto il tormentato rapporto Portela-Bertomeu che ora non hanno più il bel sorriso di un tempo, un legame che faceva del bene a tutti, non soltanto al basket, un’intesa che ci garantiva spettacolo, ma non servilismo totale agli ” affari” anche se è di pane che hanno bisogno i grandi club. Orgia di collegamenti, guardare la difesa Benetton diventare pan di zucchero, ma intanto fingere di smaniare per Siena, salvo poi mettersi già a ricostruire la squadra campione d’Italia che questa volta non ha trovato gli uomini giusti per assaltare l’Europa. Eurolega crudele nel sorteggio, spietata per chi aveva commesso un grave errore a Zagabria, ma certo qualcosa Minucci dovrà fare per tornare all’assalto lui che è l’unico con la licenza triennale in tasca, con un palazzo nuovo da far costruire, lui che ha certo le idee più chiare di chi voleva consolare il Montepaschi urlando che era uscito a testa alta contro uno squadrone. C’erano dei dubbi sul fatto che i nostri campioni avrebbero dato tutto e di più in una serie dove il sole ha scaldato soltanto la tenda di Zelimir Obradovic che ha davvero preso paura e ancora si domanda se avrebbe potuto farcela contro Siena se Lavrinovic non si fosse rotto Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dal castello Dal Pozzo, borgo di Oleggio, zona di Arona, per la rimpatriata dei maturi baskettari che si coccolano come succede adesso nei bar di Tokio dove hanno lanciato la moda dell’aperitivo con il gatto che ti fa le fusa. Al cat bar di Oleggio Castello è un trionfo per anime candide che ancora si sentono al centro dell’attenzione e, come una volta, pensano che la tua prostata regga, come del resto la dentiera, o la memoria, a qualsiasi abbraccio, ad ogni richiesta che vada oltre il ” ci si rivede presto”. Il vescovo Corsolini, sempre disperato per non essere ancora entrato nella congrega dei prelati canaglia di Dante Gurioli, è così affettuoso, così divertente, ma questo è nel suo stile, anche quando si sente un caro estinto, da rimetterci tutti in marcia intorno al sacro totem del basket che era, che è, che per noi sarà così anche domani mentre le armate del nuovo movimento Farenheit gireranno con il lanciafiamme per bruciare tutto meno le statistiche che di un giocatore dicono la stessa cosa dei cartelli che al mercato si usano per vendere anche carne non di prima scelta. Festa grande che torna a coinvolgere Dino Meneghin accarezzato contropelo non tanto come presidente federale, soprattutto adesso che senti l’eco nella valle degli infami, dove già cominciano a parlarne maluccio, ma per il suo essere uomo di basket, uomo tutto di un pezzo che ancora non immaginava di dover discutere sulla vile moneta, quella che dalle tribuna arriva in testa ad un giocatore. Succede nel derby di Bologna dove la Virtus vince all’ultimo secondo, avendo dominato per quasi tutti gli altri secondi della partita salvo farsi prendere per la gola da una Fortitudo che prova a ribellarsi adesso che non trovi più uno dei cagnolini che andavano al Pavaglione per parlare dei perdentoni di Seragnoli, quelli delle 10 finali su 11 campionati, quelli della grande Europa, quelli che erano qualcuno in una città dove gli altri, la grande Virtus porelliana, la super Virtus cazzoliana, non potevano mai sentirsi tranquilli se capitavano nella contrada dell’Aquila, perché quello era il mondo dei canestri dove si costruiva ogni giorno qualcosa, arrivando, purtroppo, a costruire anche le torri da dove, adesso, si lanciano anatemi e monete Read The Full Story…

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PAONon ci credevo più, uomo di poca fede. E difatti mi sono infilato il pigiama. Panathinaikos a più  sedici. Meglio metterci una pietra sopra o, meglio,  al collo e buttarsi a letto maledicendo Sky che i soldi li spende per Fiorello e la Champions League, mentre non scuce più mezzo euro per quei poveri cristi di Geri De Rosa e Frank Casalini che devono commentare in studio una partita che si gioca ad Atene e non proprio del tubo, ma la più delicata, la numero 2, dei quarti di finale di Eurolega. Mi dicono che Sky voglia chiudere anche la redazione di Roma e ricicciare tutti nel retrobottega di Cologno Monzese. Un piatto di minestra ci sarà comunque sempre a casa mia per Rupert Murdoch e persino per Flavio Tranquillo che ho visto l’altra sera: sfondava con tutto il suo faccione lo schermo del televisore a 16 noni e mi sembrava sul serio eguale alla sorella (minore) di Platinette. Non si sarà mica mangiato pure Davide Pessina? Mi auguro proprio di no. Ma torniamo a bomba che sarà il caso. Grande Siena. Di più: grandissima, immensa, unica, mitica, ciclopica, spaziale. Scrivo a caldo e in pigiana. Lo giuro. E godo da morire. Perchè al Mps stavolta – come dice Mario Boni – è riuscita un’impresa che passerà alla storia della nostra misera pallacanestro che solo Siena è riuscita ancora a tenere in vita in Europa. Ha vinto contro tutto e tutti: i diciottomila demoni ateniesi che ti vomitavano addosso il peggio di loro, quell’odioso di un Obradovic che non potevo vedere neanche quando allenava a Treviso e soprattutto quei tre arbitri vergognosi. In totale malafede. Ha ragione da vendere Mario Boni, sempre il numero uno se in diretta ha trovato di nuovo  il coraggio di dire: ” Siena in cinque, con Lavrinovic per giunta con una mano rotta, ha asfaltato nel quarto quarto  il Panathinaikos che ha giocato per tutto il match in otto: cinque giocatori più tre inguardabili direttori di gara”. Domani Tranquillo gli tirerà le orecchie: scommettiamo? “Certe cose sugli arbitri non si devono nemmeno pensare” lo rimprovererà schiumando veleno. Lo sanno infatti tutti gli addetti ai lavori che la sorella (minore) di Platinette odia il Montepaschi anche più della Fortitudo e dell’Ellisse messe insieme, ma il livore sa mascherarlo bene nel suo cocktail penoso di gridolini isterici e di parole senza amore. Domani  sulla Gazzetta non si parlerà ovviamente di fischietti scandalosi, ma soprattutto della grande impresa che stavolta, o mai più, stramerita un bel titolone in prima pagina. Ci conto e ci spero. Altrimenti m’incazzo sul serio. Mentre rivedo ad uno ad uno i canestri della magnifica rimonta di McIntyre e Kaukenas esaltati dallo stoicismo di Lavrinovic.  E adesso posso andare a dormire sereno. Pensando ad una squadra perfetta. E penso a Siena. Il Mps di Simone Pianigiani e di chi l’ha promosso primo allenatore: Ferdinando Minucci. O forse ho sparato un’altra delle mie eresie? Stavolta assolutamente non credo.

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