OSCAR ELENI  da Bilbao, paesi Baschi, dove al mattino le strade vengono pulite da furgoncini che emettono una sostanza al limone capace di farti dimenticare l’urticante astiosità di chi ama così poco il basket da vederlo sempre con troppi difetti. Certo che le partite non sono belle come dicono i menestrelli di Sky, certo che nonno Peterson non è una novità che possa inebriare un Paese di vecchie comari come questo, ma, accidenti, annunciare un inserto sportivo e poi propinarci la solita solfa, andando persino fra i canguri e l’Open di Australia, sembra davvero troppo. Nel Casco Viejo gargarismi col sidro, poi Mercado della Ribera sul fiume, pranzo coi pintxos, bevendo txacoli, prima di radunare gli amici usciti dal Guggenheim per leggere insieme, a voce alta, mandando messaggeri in Italia, nelle case di campagna di tutti i proprietari di squadre di basket, ma anche soltanto di squadre sportive, questo pensiero sublime di Boscia Tanjevic sui giocatori di Roma, in particolare, sui boia chi non molla, sui ragazzi Giba e dintorni, che hanno voluto la testa dela Battista Boniciolli mentre le loro Salomè brindavano alla vaccinara: “Qualcuno di loro gioca come se non volesse fare la doccia. Questi sono strapagati per ciò che fanno. Gli operai della Fiat discutono per un aumento di 30 euro e qui c’è gente che prende 30 mila euro al mese. Ho parlato con due, tre di questi. Non è cambiato nulla. Bisognerebbe metterli a posto perché imparino adesso e possano affrontare più facilmente la vita quando smetteranno con il basket”.

Dite voi se queste non sono parole alate, verità indiscutibili. Uno dissente: questo succede dove le società sono molli come budini, dove chi paga ascolta i cortigiani invece dei professionisti. A Siena non accadrebbe mai. Bravo. Hai detto Siena e pensi che gli altri siano sintonizzati tutti sul monte Alxanda dove Minucci sta catechizzando Marko Jaric guardando nei suoi occhi per vedere se gli è rimasta la cattiveria bolognese, quella dei giorni Read The Full Story…

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OSCAR ELENI ai piedi della scalinata Potemkin nel cuore di Odessa, vedendo la carrozzina di Ejzenstein scendere inesorabilmente verso il mare del silenzio, quello dove vorresti immergerti cercando l’abisso che serve per isolarti dal dolore. Paola Porelli che ha cercato in tanti modi di farci dimenticare la storiella suu chirurghi con mano dolce, ma pensiero debole sulla filosofia dello stare bene senza i pezzi del tuo corpo che si sono presi, ha deciso che senza l’avvocatone non aveva quasi più senso guardare persino i nuovi ragazzi della sua famiglia Virtus. Con l’ironia di sempre ha deciso prima di chiudere la finestra sul mondo, poi, dopo aver salutato i fedelissimi Matteo, Mario, Lorenzo, ha deciso che aveva voglia di andare a scoprire se anche in un’ altra dimensione deve esserci un pianeta Porelli dice la scienziata Margherita Hack, il suo Gigi Torquemada aveva trovato il modo di macchiarsi la cravatta, la camicia, la giacca, il maglione, urlando al capo degli angeli, o, magari, anache al capo dei diavoli, che la macchia è libertà.

- Ma dai, Gigi, non vedi che state esagerando con la vodka di Odessa, guarda la camica, guarda che macchia.

- Nando ( lui la chiamava così dopo aver confessato che quando si erano incontrati gli piaceva quella grinta in sorriso con velluto) non mi rompere, le camice si lavano, le giacche si puliscono, ma vuoi mettere come si sta bene quando si è liberi.

Va bene, cara Paola, si prenda pure le nostre lacrime Read The Full Story…

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By peaclaudio | Febbraio 6, 2010 - 11:11 am - Posted in Sarti poeti e navigatori

                          di FRANCESCO SARTI

Be stupid. In questi giorni è lo slogan di qualcuno che vende jeans, ma noi, che siamo più seri, lo intendiamo subito come un ammonimento per nulla rivoluzionario. Essere stupidi per vivere meglio, accettare le cose per come avvengono, uniformarsi. Per esempio correre al cinema a vedere l’ultimo Muccino, ruminando nella testa il titolo-hit “Baciami ancora” (edizione Jovanotti) e immaginare che le imprese filmiche non abbiano nulla a che fare col disco-lancio. Oppure andare al San Paolo belli riforniti di laser, purché col raggio verde (e ci perdoni Rohmer, sublime regista morto da poco), e spararlo in faccia ai giocatori, per distrarli sul dischetto del rigore, oppure annebbiarli tra i pali. Così, per divertirsi. Essere stupidi per non capire del tutto le dichiarazioni del presidente De Laurentiis (quello del Napoli, non il produttore: non vi distraete col cinema), che al riguardo suggerisce di cambiare i controlli per adeguarli alla tecnologia. Vuol dire quella degli scanner aeroportuali, da introdurre negli stadi a corredo dei tornelli, oppure si riferisce all’evoluzione del cretino, che dalle monete da cento è passato alle spade di Luke Skywalker? Invece. Bisogna fare uno sforzo di stupidità in più per pensare che, adesso che la Juve è in mano a Zaccheroni, le puntate precedenti siano state una fiera pirandelliana, nella quale nessuno, fino all’esonero (ufficialmente sollevamento, termine non a caso riferito ai pesi), aveva avvertito Ferrara che gli inviti all’unione e agli uomini veri non bastavano più. E credere che non sia stata una cattiveria averlo tenuto ancora lì, attaccato alla panchina come un fossile, anche nella malinconica sfida di Coppa Italia contro l’Inter, quando già l’avevano di fatto dimesso (in senso transitivo) e sepolto, completando la metamorfosi da Guardiola a Stallone italiano, a furia di pugni. Del resto, di zombie è pieno il mondo. Anche nel basket. L’abbiamo appreso dal gm Benetton, Enzo Lefebre, che ci ha crudelmente rivelato, subito dopo aver sostituito Vitucci con Repesa, che il sacrificato sapeva già al momento dell’ingaggio di avere una data di scadenza. Non tanto quella annuale del contratto, ma il momento in cui il successore, più accreditato, si fosse finalmente liberato dalla Croazia per prendere il suo posto. Però, essendo stupidi, non capiamo la reazione del diretto interessato, che alla notizia dell’esonero, fra l’altro dopo una vittoria, è rimasto sbalordito. E ha tramutato il miele dell’Energia verde, motto trevigiano per il progetto giovani, nel fiele delle accuse di conservatorismo.

Dev’esserci comunque una marea di stupidi se nessuno è riuscito a cogliere la pretesa naturalezza del tutto e a favore del coach giubilato si è immediatamente creato un gruppo di solidarietà su Facebook, ormai il termometro degli umori viscerali, dopo le sparate sullo stipendio di Hall e i proclami di mercato di Papalia. Il quale, sempre in tema di normalità, è riuscito nell’impresa di creare una sorta di classifica parallela, tra le squadre che hanno già affrontato Napoli, e quindi si sono giocate il bonus di due punti, e quelle che devono ancora incontrarla. Anzi, per essere abbastanza stupidi, si deve addirittura fingere di avere l’epidemia in spogliatoio, per motivare alla legge la scelta di schierare il vivaio e qualche veterano, anziché i titolari, e mangiarsi a colazione gli under 19 reatini prestati alla causa dell’assurdità. C’è da chiedersi anzi se Meneghin, interrogato da Stern sulla presenza di altri giovani italiani papabili per l’Nba, abbia detto trionfante che da quest’anno, ogni domenica, una gara di serie A si gioca tra juniores. Giusto per promuovere il movimento, e poi preoccuparsi se Bargnani o Gallinari declinano l’invito in nazionale di Pianigiani. Adesso la Procura federale parlerà di frode sportiva, quindi ci domandiamo, cambiando latitudine, come debba chiamarsi la scelta della Federazione calcistica africana d’escludere per due anni il Togo dalla Coppa d’Africa per essere tornato a casa dopo l’attentato ai suoi giocatori nell’ultima edizione. Non sapremmo dire, perché siamo troppo stupidi e incolti, ma un illecito senz’altro dev’essere, quantomeno al buon gusto, se non alla sensibilità. E ci viene in mente che, per paragone, sarebbe come togliere la macchina da scrivere per qualche anno ai giornalisti catturati e liberati in Iraq, per la sola colpa di non essere stati ammazzati e decapitati sul posto, mentre lavoravano. Forse anche lo sport rientra, oggi, nei rischi professionali. Forse per i Mondiali in Sudafrica prossimi venturi si dovrà stipulare qualche particolare polizza-attentato. O forse siamo noi che, stupidamente, esageriamo. Dopotutto, stupido è chi lo stupido fa, sosteneva Forrest Gump, che non aveva bisogno dei jeans per essere geniale.

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OSCAR ELENI, o almeno quella che resta di lui dopo aver ascoltato l’ultima predica in tutù, da una vasca piena di rose nel centro del Cairo, mentre intorno infuria la bufera per la vittoria dei calciatori alla Coppa d’Africa, convinto a non usare il trucco della regina Nefertiti perché gli americani, sempre loro che mangiano volentieri plastica, hanno scoperto che era tossico e, se ti lasciavi andare, non c’era protezione garantita né dal dio Horus, né dal dio Ra. I truccatori, però, insistono. Hanno la voce e le facce dei tromboncini televisivi che seguono la corrente del Nilo azzurro nella valle dell’eco, dove i piccoli faraoni ordinano una nuova piramide, intimando agli schiavi di dare un calcio al passato. Non lo faremo, ma non per nostalgia dei tempi in cui il basket italiano era quello che indicava la strada, non per il rimpianto di sentirsi magari snobbati da questi poveri menestrelli, ma soltanto perché era davvero tutto molto più bello e a conciarlo così sono questi nuovi profeti. Quando decidi di risparmiare sugli stipendi agli allenatori dei giovani, quando vai dietro alle statistiche e non cerchi nell’anima di un giocatore, quando credi a tutte le bugie di questi finti centurioni del lavoro, quando non segui il sacro concetto veneto dove si invitano allenatori, presidenti, giocatorini con il braccio corto e la mente coinfusa, a tacere prima di parlare, allora il calcio nel sederone lo diamo a questi fasuli che fingono di commuoversi appena cercano di celebrare maestri che non hanno mai avuto e che, quando questi maestri erano in vita, imitavano nelle cose peggiori, mai in quelle che avrebbero aiutato la loro crescita. Ci siamo fatti prestare gli occhi da James Ellroy, il grande scrittore americano a cui piace raccontare la violenza, il Male, ma con ottimismo, dice lui, anche se la sua lama taglia proprio dove vorremmo tagliare noi adesso che abbiamo visto naufragare, senza tanta dolcezza, la barca del presidente federale, accompagnato da Peterson, nel furore generale della fureria federale, dentro il mare grande del basket americano. Dino accolto con gli onori dovuti ad uno che è nella Casa della Gloria a Springfield Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dal bar parigino Zero Zero dove fanno troppo rumore, ma dove hanno anche uova sode da tirare in faccia ai clienti antipatici, meglio se arrivano dall’Italia, dalla Lega, dalla Federazione, dai campi dove si gela per il freddo e dove, poi, si soffocherà per il caldo, perché nelle guerre paesane pensano a tutto, fingono di essere disposti a lavorare per il bene comune e appena devono un po’ di assenzio se la ridono pensando di avere davanti degli allocchi, ma poi al momento di fare le cose si perdono tutti nello stesso bicchiere di latte rancido. Amianto a colazione nell’undicesimo Arrondisement dove abbiamo voluto tenerci un tavolo prenotato nella speranza che a maggio si possa incontrare gente di Siena come se fossimo al Grattacielo. Sembra l’unica cosa giusta da fare mentre le nostre cicogne non portano bambini belli al campionato che ha chiuso la prima parte portando alla regina di Saba, il Montepaschi campione, i pochi ori rimasti, le velleità di allenatori che fanno proprio come i nostri vicini al Zero Zero: volano alto e poi cadono a faccia in giù. Sfidare con le parole i tricampeones ha un senso se sei su Scherzi a parte, ma poi bisogna fare i conti Read The Full Story…

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OSCAR ELENI da Portacomaro, nel Grignolino, come diceva Veronelli, parlando di un vino che lui considerava anarchico testabalorda, come ci sentiamo anche noi prendendo ispirazione dal titolo di un libretto scritto bene e con passione da Nicola Roggero, una delle belle voci di Sky. Purtroppo gli fanno fare il calcio, ma ora andrà ai Giochi invernali, spera nell’atletica, uno con passione sportiva autentica e quando lo conoscemmo noi era a Roma, nel carrozzone del Messaggero Basket, quello dove gli juniores venivano trattati come principi, quello dove Bianchini spostava pullman vuoti per punizione. Voce per quel mondo che affascinò persino il commissario Parisini, sceso nella capitale per far portare via le piante dei fiori superflue, per sequestrare telefonini che aveva anche la sora Marcella, per rimettere a posto, su ordine di Angelone Rovati, i conti di una società finanziata fin troppo bene da Sama e Gardini con i soldi degli altri, per purificare l’aria, bonificare il territorio, perché il nostro vero Papa lo sapeva e lo saprebbe fare ancora. E’ uno dei tanti, il Parisini, a cui il basket deve tantissimo, a cui la Lega dovrebbe ancora ispirarsi nell’organizzazione Read The Full Story…

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By oscareleni | Dicembre 7, 2009 - 6:16 pm - Posted in Il basket nel cestino

OSCAR ELENI dalle quinte del teatro milanese della Scala, intontito dal fumo dei sigari cubani che rilassano il maestro brasiliano Barenboim e non certi presidenti, certi allenatorini, invidioso per il costume di scena del torero Escamillo, felice di sapere che molti tecnici in difficoltà con la gente, con i presidenti, non hanno intenzione di mollare, dimettersi, pronti a chiudersi ancora di più con la squadra in spogliatoio dove, si sa, tutti dicono di esserti fedeli salvo poi dimenticarsi, vedi Roma, che se lasci 17 rimbalzi d’attacco al nemico vuol dire che il cuore oltre l’ostacolo non sei riuscito a trovarlo nel nome della fedeltà e della lealtà. Poca attenzione, pochi marones, poco di tutto, altro che solidarietà al tecnico e, carissimi allenatori, per favore, non tirate fuori dall’armadio la solita frase:  “Purtroppo in campo non ci vado io”. Il mestiere prevede questo ed altri ostacoli, ma il fatto di non essere sul campo a dirigere obbliga gli interessati a pretendere che gli ordini siano rispettati e questo avviene se ti allenai duramente, se ripeti cento e una volta tutto dal primo movimento degli archi come direbbero i musicisti della Scala quando comincia la Carmen. Tutti toreri Escamillo, alla faccia del disperato Don Josè e del suo coltello. Pensieri brevi fermandosi alla stazione Azzurra: per l’allenatore ci va tutto bene, part time e full time, ma, per favore caro Pianigiani, caro Meneghin, non veniteci a dire che la decisione sarà presa dopo l’incontro del presidente federale con l’agente del tecnico. No, questa è una cosa che si discute fra uomini che stanno nello stesso campo, che respirano la medesima aria, che amano davvero il lavoro Read The Full Story…

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