di OSCAR ELENI   

Siamo stanchi degli uomini che parlano d’amore: ne parlano tanto che si dimenticano di farlo. Lo diceva Arletty, grande attrice francese, a Jean Gabin, icona della storia cinematografica, in una scena madre di Alba Tragica, ma lo ripetiamo anche noi dopo essere rimasti nelle ragnatele della presentazione dei programmi della nazionale italiana dentro la babilonia dei dialetti e delle lingue madri di altri paesi alla Fiera di Milano. Ci sentivamo confusi come tanti che in questi giorni si domandano se l’addio della famiglia Benetton, alla radice di tutto c’è la separazione in casa fra vecchia e nuova generazione, fra chi vedeva lo sport come passione, possibilità di socializzare, rilancio della città e delle risorse del territorio, e chi guarda allo sport soltanto come perdita di denaro, come fastidio, se questo abbandono non provocherà una crisi generale nel sistema senza entrate, senza visibilità, in un mondo nelle mani di pochi, ma non buoni.La realtà è questa, ma nessuno ci fa caso e al Bit sembrava di essere sul Titanic perché ci pare impossibile che la gente non si accorga del possibile effetto domino. I Benetton accettarono la sfida da 20 miliardi per Stefano Rusconi, un pivottone portato da Varese a Treviso dando ai Bulgheroni i quattrini per realizzare, finalmente, il Campus che resta un gioiello al di là di certe ottuse gelosie, perché nella mischia c’erano Berlusconi, Gardini, insomma era una battaglia fra gente ricca, o perlomerno fra gente che aveva soldi. Erano i giorni del vino e delle rose e del super contratto televisivo. Quando la bolla scoppiò, rimasero soltanto i Benetton e il grande Scavolini. Ora con questo annuncio è probabile che altri dicano: ma se mollano loro perché dovremmo restare proprio noi?

La Lega ci avrà pensato? Non ne siamo sicuri. Ma dicevamo del disagio generale girando fra i pupazzi della politica sportiva. Sembra ormai evidente che gli attacchi a Dino Meneghin arrivano da troppe parti per non capire che anche lui, prima o poi, dovrà ribellarsi come faceva sul campo, anche se ha fatto bene a correre subito a Torino per tamponare la prima denuncia dell’Espresso. Qui il fuoco amico fa strage e Petrucci è stato bravo a guidarlo fra le rocce, anche se lui voleva rimandare, voleva attaccare in altra maniera. Forse anche gli amici gli nascondono cose che portano a denunce gravi come quella del magistrato ligure Macchiavello che accusa gli arbitri di inventare insulti da mettere a referto per lucrare sulle multe, come quella del dirigente veneto Gianbattista Ferrari che parla di un milione in euro Read The Full Story…

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OSCAR ELENI  tornato dall’inferno per cercare di scoprire se ci sarà un dopo per tipi come lui o per majstore Boscia, per capire come si possono inventare profumi artificiali con i quali andare a dormire pensando di essere Marilyn Monroe. Seguendo le tracce di Chanel numero 5 siamo arrivati nel New Jersey, nel villaggio di Hoboken dove è nato Frank Sinatra, dove hanno girato il capolavoro Fronte del Porto. Dove gli snob della Grande Mela scracciano pensando che il fiume Hudson possa purificare tutto. Il profumo che pensavamo fosse prodotto a Parigi veniva invece confezionato ad Hoboken. Storia lunga di un marchio venduto e mai più riconquistato dalla sarta delle meraviglie che aveva scelto un tipo molto vicino a Pasqualino Sette Bellezze che a Mosca aveva inventato un profumo che non sapesse di gelsomino o di rosa. Perché siamo affascinati da una storia del genere? Perché se prima dell’anestesia vai a dormire pensando che non ti sveglierai più e non potrai mandare al diavolo i grafici delle televisioni che trasmettono basket, allora hai bisogno di scoprire se questo profumo non veste la notte e anche le giornate di molti allenatori che fingono di lavorare sul serio e poi, alla prima slavina fisica, scaricano sugli altri i loro problemi.

Le notti in ospedale, quando pensi di essere diventato anche cieco perché non distingui le cifre sullo schermo, ci ha fatto venire in mente che forse i presidenti delle Leghe potrebbero trovarsi per studiare un piano contro questo tormento. Fate Lega per servire un prodotto che permetta a chi, fortunatamente, non deve seguire l’audio, per stare comunque nella partita. Questi giannizzeri mandano informazioni coniglio sullo schermo: o vedi subito o ciccia. Il silenzio sarebbe d’oro, anche per i malati vicini, se bastasse guardare lo schermo. Niente. Sky ha migliorato la grafica, ma anche per loro il mordi e fuggi sembra regola e poi non distrubateli Read The Full Story…

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                                                                                di CLAUDIO PEA

La Repubblica si è sprecata oggi con un pallino: Eurolega, Valencia-Milano 69-80. Tutto qui. E’ inutile riparlarne: sarebbe una battaglia persa. Tanto più che, se per la Lega di serie A è un falso problema che i giornali politici snobbino scandalosamente il basket, figuriamoci se non dovrei farmene una ragione io. In questo si sbatte molto di più la Legadue, quella di Marco Bonamico, pur coi scarsi mezzi (e i pochi soldi) che ha a disposizione. Alla Lega di Renzi interessano invece solo le tivù essendosi accorta che Sky fa un ottimo lavoro, ma che le sue tre dirette nel weekend le vediamo al massimo io e il mio cane (che neanche ho), quattro gatti e qualche volta, se non hanno proprio niente di meglio da fare, la zia di Acciughino Pittis e la sorella di Mammoletta Mamoli, che – tanto per dire – non so nemmeno se ne abbia una. M’informerò. Intanto l’assemblea della Lega ha votato lunedì scorso lo “spacchettamento dei diritti audiovisivi” offrendo separatamente quelli del digitale terrestre, del satellite e del web. Okay, ma alla Rai interessano davvero le partite del campionato italiano di pallacanestro? Pare proprio di no se non gratis amore dei. Nel qual caso s’incazzerebbe Sky e allora, come è facilmente intuibile, non resta che rassegnarsi e accontentarsi di SportItalia che, per la verità, è una tivù molto ma molta dignitosa. Dove gli strilli li lasciano fare a quelli del folber e dove c’è bene o male Dan Peterson che, per la Banda Osiris sarà anche Din Don Dan, per me invece è sempre il numero uno Read The Full Story…

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                                                                di CLAUDIO PEA

Ce l’ho qui da un pezzo. Qui, sul gozzo, cosa avevate capito? Precisamente dalla sera della terza finale scudetto, quella che appena cominciata era già finita. Elegantissimo canestro di Romain Sato, luce dei miei occhi: 20-6 (ovviamente) per il Montepaschi, il Forum imbufalito con Pierino Bucchi, che di nuovo non ci aveva capito un tubo, e più ancora Luca Chiabotti e Werther Pedrazzi in mezzo ai quali stavo seduto in prima fila. “Passami gli steno”, mi è venuto allora da esclamare sfrontatamente come si diceva una volta, quando non esistevano ancora i cellulari e i personal computer, si dettavano i pezzi a braccio appunto agli stenografi, le rotative già scalpitavano e il redattore di turno la notte aveva solo fretta di chiudere la prima edizione per andare finalmente a mangiare in mensa. Ce l’avevo qui sul gozzo, dicevo, e adesso la sputo. E’ l’intervallo, 36-57, la scorta di Giorgio Armani accompagna il patron a fare la pipì, a volte scappa anche a lui, Adriano Galliani è assalito dai cronisti in caccia di notizie più sul decadente Milan che sulla confusa Milano del basket, “Storari resta con noi”, difatti Storari è passato alla Juve, Dino Meneghin mi avvolge in un abbraccio fraterno e mi fa ad un orecchio: “Adesso che sei tornato tra noi, non ti mollo più”, carino davvero, Dan Peterson nella sua giacchetta a quadri che deve avere più anni della coperta di Linus, Sandro Gamba e la sciura Stella, splendida creatura, amici che non vedi da una vita, come Toio Ferracini e Toni Cappellari, ho la golla secca: massì, mi sparo una Coca Cola. “Tre euro e cinquanta”. Non ci posso credere, ma pago e penso: me ne daranno un litro. No, solo un bicchiere di carta. E neanche di Coca Cola, ma di Pepsi. Che non è proprio la stessa cosa. All’osteria del Camionista al mio paese con tre euro e mezzo ti danno un piatto di rigatoni al sugo, fidatevi abbondanti e gustosi, e pure un buon bicchier di vino rosso che fa sempre bene al cuore. Però è anche vero che l’altro mese ho comprato la carrozzina per mio nipote Edoardo. “Mille e cinquecento euro: carta di credito o bancomat?”, mi ha chiesto la cassiera. “Carta di credito, ma adesso mi tolga lei una curiosità: la carrozzina va a benzina o a gasolio?”.

La Banda Osiris è riuscita ad infiltrare uno dei suoi scagnozzi persino in nazionale: sarà vero? Così pare, ma anche qui non ci posso credere. In primis perché la Banda Osiris l’ho inventata io qualche anno prima che si entrasse nel Duemila e quindi solo io posso insindacabilmente decidere chi fa parte o meno di questa loggia Read The Full Story…

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                                                                  di CLAUDIO PEA

Non so se ci avete fatto caso. Io sì, curiosando tra la pila di giornali che la Tigre vorrebbe scaricare fuori dalla finestra nel cortile, dove una volta c’era un tabellone in plexiglas e un canestro con la retina a brandelli e ora ci sono le cucce e le scodelle per i pointers e i bracchi di mio fratello che non so neanche come si chiamino. Caccia e basket, odio e amore. Succede. Anche nelle stesse famiglie. Un pallino di quattro righe su Repubblica di sabato: “Oggi a Siena gara 4 della finale scudetto. Se Siena batte Milano sarà il quarto scudetto consecutivo dei toscani”. E così è stato. Peccato che si sia giocato al Forum di Assago e non nella città del Palio al PalaMensSana di viale Sclavo. Può capitare, ci mancherebbe altro, specie nella redazione dove non c’è più amore per la palla nel cestino come quando le penne del basket erano quelle (preziose) di Walterino Fuochi e Emanuela Audisio, che magari pendeva dalle labbra del Vate Bianchini, ma alla quale era sempre un piacere rispondere per le rime. E come l’anno scorso, canticchiando il vecchio motivetto dell’estate, “sul mare col patino”, il Montepaschi ha festeggiato in casa di Giorgio Armani un altro secco e vaporoso 4-0 tricolore. Una finale che è durata poco: una settimana appena. Peccato sul serio. Da domenica a sabato. Tra un temporale e un acquazzone di giugno. Con una serie di risultati da non dimenticare soprattutto a Milano: 100-80, 81-59, 88-75 e 93-69 sempre per la magnifica armata di Sato e McIntyre, Eze e Stonerook, ma anche di Hawkins e Lavrinovic, Domercant e Zisis, Ress e Carraretto che sarà convocato in nazionale. Fatti due conti, in totale 372-283. Uno scarto di 91 punti in quattro gare. Una voragine, un abisso, un’esagerazione. E comunque troppi perché l’Armani possa essere lo stesso felice di un secondo posto che può fare molto ma molto comodo a Pierino Bucchi, che solo così poteva e probabilmente ha potuto salvare la panchina, ma che non può piacere al padrone del vapore che ha scucito gli stessi soldi, euro più euro meno, della Banca che esiste dal 1472 senza riuscire manco con un’unghia a graffiare lo strapotere senese. Come invece Read The Full Story…

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OSCAR ELENI  dalla tana dello sceriffo, un angolo di meditazione affidato ad un simpatico egiziano dove un tempo c’era la Milano craxiana. Il musicista che sventra la sua pizza ha in mente una musica che noi non sentiamo, sembra pazzo, ma forse siamo noi fuori di testa dopo aver visto al Forum, nell’epilogo della stagione dove Siena ha vinto il suo quarto scudetto consecutivo, quinto della storia, la scena madre degli inquisitori del doping, la fila di bambini per avere un autografo da Peterson, la muraglia del tifo verde così vivace rispetto a quella della Milano che per difendere Bucchi ha bisogno del suggeritore. Dicevamo dei catecumeni inviati da Roma, ma non dite che Petrucci lo ha fatto apposta perché quelli del doping annusano piscio ad ogni ora, senza bisogno di mandanti vendicativi, tipi che al cinema abbiamo visto nella trasposizione del Nome della Rosa, i feroci ricercatori di verità nel convento dove Umberto Eco ha raccontato la vita di ieri e anche di oggi. Erano rabbiosi ed insensibili perché pretendevano che i sorteggiati per le provette, cominciando da McIntyre il mago, rinunciassero ad andare sotto la curva dei tifosi per festeggiare lo scudetto perché loro avevano fretta di andarsene via da quella baraonda. Il medico di Siena che vedeva così agitato il più truce dei due, un tipo da Wada a quel paese, gli ha detto di fare rapporto spiegando bene che alla fine di una partita che dava il massimo trionfo sportivo nel campionato i giocatori preferivano abbracciarsi, festeggiare, saltare e ballare con tifosi, mogli, figli, piuttosto che seguire i Mabusen dell’antidoping. Quelli non sanno proprio cosa sia lo sport e la sua fatica, a loro piacciono le carni rosolate sul rogo e non è vero che lo fanno per la salute dei campioni, lo fanno per la paghetta, lo fanno perché non vedono l’ora di dare una palla buona agli invidiosi. Certo che i bari vanno smascherati, ma esistono anche tempi e maniere per farlo. Dicevamo del Peterson assalito per farsi firmare un autografo. Come mai? Già, bisognerebbe chiederlo a quelli che invece distribuivano volantini contro il Bucchi che si è riparato dietro il Forum dell’assurdo dicendo che era contestato perché non faceva giocare Becirovic. Noi ci saremmo fermati al gioco perché era quello a non dare mai emozioni. Read The Full Story…

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By peaclaudio | Giugno 16, 2010 - 1:50 pm - Posted in Il basket nel cestino

                                                                di CLAUDIO PEA

Mi sarebbe piaciuto nascere a Siena. Ed essere battezzato alla fonte della Lupa. Questo pensavo mentre scendevo la scalinata di Santa Maria dei Servi, la chiesa della contrada del Montone, tanto cara al caro Orso Eleni, e la vista delle vecchie case che s’arrampicano una sull’altra per salire al Duomo mi hanno aperto il cuore a ricchissime emozioni e a piacevolissime sensazioni. Mi piace tutto di Siena: i sapori e gli odori, i silenzi e i rumori, le strade nelle quali ti perdi coi pensieri e nelle quali ti perdi sul serio, lo spirito delle contrade che i padri tramandano ai figlioli per farli diventare prima uomini, dove si fa a cazzotti e poi si va a bere insieme, le mura che chiudono la città per custodirne gelosa i ricordi e le tradizioni, la taverna del Capitano ai quattro cantoni dove ho gustato i pici all’aglione e lo spezzatino di cinghiale anche se non è magari stagione, il chianti e Niccolò Moretti, il magnifico barbaresco dell’Aquila che accompagnerà il cavallo al Palio del due luglio e per il quale mi ha chiesto di tifare. Ora non so se posso, mi dovrò informare, ma non mi pare che la Lupa sia nemica dell’Aquila. No, mi fan sapere: è la Pantera. Eppure sono nato a Venezia e non me ne dovrei lamentare, però io lo so perché mi piacerebbe essere di Siena. Perché in verità, ma non ditelo in giro, sono nato a Mestre proprio nella casa dove ora vivo e sto preparando la stanza per il mio nipotino Edoardo che il 10 ha fatto un mese. E Mestre con Venezia c’entra poco, converrete, anche se Mestre non fa comune e sulla carta d’identità ho scritto nato a Venezia. E così sulla patente che ho dimenticato a casa. Assieme ai documenti e alle carte di credito. Senza quattrini, povero in canna, morso dal panico. Per fortuna mi è venuto in soccorso Riccardo Caliani, che è un amore di ragazzo, oltre che l’addetto-stampa impagabile della MensSana. Però se pensate Read The Full Story…

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