OSCAR ELENI, o almeno quella che resta di lui dopo aver ascoltato l’ultima predica in tutù, da una vasca piena di rose nel centro del Cairo, mentre intorno infuria la bufera per la vittoria dei calciatori alla Coppa d’Africa, convinto a non usare il trucco della regina Nefertiti perché gli americani, sempre loro che mangiano volentieri plastica, hanno scoperto che era tossico e, se ti lasciavi andare, non c’era protezione garantita né dal dio Horus, né dal dio Ra. I truccatori, però, insistono. Hanno la voce e le facce dei tromboncini televisivi che seguono la corrente del Nilo azzurro nella valle dell’eco, dove i piccoli faraoni ordinano una nuova piramide, intimando agli schiavi di dare un calcio al passato. Non lo faremo, ma non per nostalgia dei tempi in cui il basket italiano era quello che indicava la strada, non per il rimpianto di sentirsi magari snobbati da questi poveri menestrelli, ma soltanto perché era davvero tutto molto più bello e a conciarlo così sono questi nuovi profeti. Quando decidi di risparmiare sugli stipendi agli allenatori dei giovani, quando vai dietro alle statistiche e non cerchi nell’anima di un giocatore, quando credi a tutte le bugie di questi finti centurioni del lavoro, quando non segui il sacro concetto veneto dove si invitano allenatori, presidenti, giocatorini con il braccio corto e la mente coinfusa, a tacere prima di parlare, allora il calcio nel sederone lo diamo a questi fasuli che fingono di commuoversi appena cercano di celebrare maestri che non hanno mai avuto e che, quando questi maestri erano in vita, imitavano nelle cose peggiori, mai in quelle che avrebbero aiutato la loro crescita. Ci siamo fatti prestare gli occhi da James Ellroy, il grande scrittore americano a cui piace raccontare la violenza, il Male, ma con ottimismo, dice lui, anche se la sua lama taglia proprio dove vorremmo tagliare noi adesso che abbiamo visto naufragare, senza tanta dolcezza, la barca del presidente federale, accompagnato da Peterson, nel furore generale della fureria federale, dentro il mare grande del basket americano. Dino accolto con gli onori dovuti ad uno che è nella Casa della Gloria a Springfield Read The Full Story…

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                          di CLAUDIO PEA

Una domenica di basket  esagerato dopo tanto calcio-panettone. Sin troppo. Un mezzogiorno di sole dopo tanto gelo. Già troppo. Al Palaverde di Villorba. Così, tanto per vedere che effetto (mi) fa Siena. Da bordo parquet. Dopo tanta pallacanestro in televisione. Mai troppa, come direbbe il Grande Orso Eleni che mi ha appena spedito il primo pezzo del 2010, lungo dieci cartelle, che divoro goloso e mando subito geloso in rete. Respirando l’aria della campagna intorno. Gustando sapori antichi e cari anche ai barbagianni della Serenissima Repubblica dei miei avi. Frugando nei ricordi per cercare di capire se quello sia ancora il nostro,  il mio mondo. Aiuto, rileggendomi già m’annoio. E allora m’affretto, corro, entro al calduccio. Non c’è Superbone Tranquillo ed è questo già un sollievo. Cerco Tonino Zorzi trombato dall’ecumenico Boniciolli. Pensavo ci fosse. E invece niente. Peccato,  avrei visto volentieri la partita accanto al mio saggio Paron parlando anche d’altro. Di golf e dei fratelli Molinari per esempio. Ma l’avrei visto soprattutto ancora bene a Roma a fianco di quel Matt(e)o di Trieste che ha troppi amici fasulli  che gli ruotano attorno. Per carità,  posso sempre anche sbagliarmi, ma non credo. Non c’erano soldi per entrambi, mi dicono. Read The Full Story…

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OSCAR ELENI in una giornata di sole marcio dove ci hanno detto di stare in casa per allarme neve, con il ghiaccio nel cuore per dover salutare Paolo Barlera sconfitto dalla leucemia, con la rabbia dentro per aver visto ferire Dino Meneghin dall’artiglio del diavolo, capita con quelli che giurano di pregare molto, con la felicità di scoprire che la Hall of Fame del basket italiano ha buona memoria, con l’orgoglio di aver resistito fino a quando si è ribellato Super Dino, una Super Nova nel cielo nuvoloso del basket, dove imperano villani attaccati alla politica del pennino da portare sempre a casa, come diceva un giorno Cesare Rubini a cui auguriamo feste meravigliose pur sapendo che non ci riconoscerebbe se ci presentassimo con un panettone e la perfida lacrima sul viso. Venerdì di magro per chi sperava di trovare silenzioso il presidente federale dopo avergli scatenato addosso i soliti molossi con il tutù rosa che erano già stati serviti di barba, capelli e dossier calabresi da almeno un mese. Meneghin ha reagito bene, ha spiegato perché la situazione contrattuale di Pianigiani meritava una rivisitazione per capire cosa aveva in mente: anche part time saprà lavorare bene e con entusiasmo, anche perché dagli ultimi quattro anni con allenatore e seguito a tempo pieno, gente silvestre, gente con vista acuta, gente che troncava rapporti in tribunale, non abbiamo avuto tanti regali da scartare in questa stagione che è stata disastrosa per la nazionale di basket. Tempo pieno per cosa? Politica Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dal prato della Ghirada, in Treviso, dove la Verde Sport organizzerà il campo dedicato ai bambini, all’intelligenza motoria, un’iniziativa, si dice, buona, per i virgulti da zero a sei anni, ma, considerando il paese dove siamo, la scuola che abbiamo, facciamo pure da zero a venti e anche oltre, perché su quel campo si possono anche curare ferite da taglio chirurgico.Servirebbe a tutti avere campi del genere dove valutare certe attitudini e a Milano, quella che un tempo vinceva e parlava pochissimo, quella che sembra fuori da tutto ma ancora energie per creare qualcosa di bello, stanno pensando di imitare il progetto illustrato da Gilberto Benetton in un convegno stranamente disertato da chi doveva almeno renderne conto ai lettori prima delle brevi, della disfida fra Roma e Venezia per le Olimpiadi, delle notti passate sognando il poker e la California. I soliti problemi sugli inviti sbagliati, perché questo è un carnaio dove tutto funziona per simpatia, inviti, eppure si sapeva che c’era un ministro, si sapeva da tanto tempo del progetto, come del resto è noto che quando Gilberto Benetton scende in campo nello sport lo fa per amore vero, senza secondi fini come abbiamo sempre ricordato anche al Minucci, prima delle liti e delle divisioni che ci hanno lasciato con i quaquaraquà, come potrebbero testimoniare persino quelli che nella Marca fingono di non sapere chi ha sostenuto l’attività di alto livello, al di fuori del calcio, ovviamente. Ma come ti sei svegliato se ti metti a parlare bene di Benetton adesso che la Benetton basket ha preso due rimpalli che mandano un messaggio preciso ai vari Petrucci del quartierino? Mi sono svegliato male dopo aver visto D’Antoni guidare New York, guidare si fa per dire, una banda di sciagurati che neppure lo ascoltano, che vanno per il campo seguendo il profumo dell’oro, gente che ha ridotto Danilo Gallinari a fare la sponda invisibile o, al massimo, a tirare con i piedi sempre per terra, il contrario dell’evoluzione tecnica che ci aspettavamo, soprattutto adesso che fa il Larry Bird dell’oro Read The Full Story…

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By oscareleni | Giugno 29, 2009 - 5:23 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI alla scoperta del sale tanto per far dispetto alla pressione, ma anche per gustare spezie che diano un gusto all’estate adesso che il basket, questo nostro basket, ci lascia quasi senza munizioni. Avete mai provato il sale blu di Persia dal sapore speziato o, magari, il rosa australiano dal gusto delicato? Non importa. Se avrete pazienza potrete trovarli nella bottega dove almeno vendono il sale e non l’aria fritta. Bastava la bravata dei bravi di Lega, nascosti dietro al carretto che porta i ragazzini al patibolo dei vari agenti, per movimentare l’ambiente, ma nessuno ci ha marciato sopra. Dieci righe in rosa, dieci sui giornali che dicono di essere sportivi, poca roba davvero eppure l’occasione per confrontarsi, far scoppiare tutto il bubbone era bella e succulenta. Niente. Meglio il silenzio, le briciole di un mercato disattivato dalla solita crisi di idee e progetti, mentre si sprecano le fiere dove il banditore annuncia che esiste un padiglione dove se entri diventi come Siena. Un padiglione per allocchi, perché Siena non è una fiera, non è un dolce, non è un frutto, è una bella idea portata avanti dal cavaliere solitario Ferdinando Minucci che per lezioni antiche sa come trasformare il carbone in diamante. Certo che vanno imitati i migliori, non ci sono dubbi che se vuoi contrastare Siena devi cominciare a verificare come ti metterai in campo e se ci sono i mezzi per avere giocatori più forti di quelli che presentano i campioni nel rodeo scudetto. Altre strade non ce ne sono. In attesa di sapere chi e come farà la serie A prendiamo il coriandolo in grani macinato, la curcuma in polvere, il curry forte e quello medio, riduciamo in borotalco pure il dragoncello e facciamoci tenere al fresco le foglie di erba cipollina. Aspettando di sapere perché uno come Renzi, persona stimabile, si mette davanti ai legaioli Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dal Belize meridionale, alla ricerca dei teschi di cristallo lasciati a Lubaantun, il luogo delle pietre perdute, per capire se dobbiamo ancora perdere tempo a guardare il futuro visto che i Maya ci assicurano la fine del mondo per il 21 dicembre del 2012. Inutile chiedersi se davvero Sabatini cederà un giorno la Virtus, se davvero l’uomo di futur station lascerà il posto in serie A alla Fortitudo, se ci saranno crociate contro i Maya galattici di Siena, contro la strategia Minucci, se ci saranno dirigenti capaci di ascoltare quello che Alberto Bucci ed Ettore Messina dicono alla gente di Bologna: inutile prendersela sempre con gli allenatori, sono le società che devono funzionare, avere progetti da portare avanti e difendere. Certo se a Milano ci fossero stati  Sacrati, Savic, Sabatini e Corbelli, quelli di Pesaro o di Udine, il povero Piero Bucchi non avrebbe superato le idi di marzo, sarebbe stato fatto fuori perché la gente dubitava di lui, perché la squadra non funzionava, perché il mondo dello sport, come lo vedono loro e Zamparini, loro e Cellino o Corioni, è sempre diverso da quello dove seminano e raccolgono i tipi alla Buzzavo, alla Minucci, alla Livio Proli e non è un caso che siano proprio Siena e Milano a trovarsi davanti al teschio di cristallo dove si nasconde lo scudetto. Prima di pensare alla finale che non puoi affrontare con leggerezza, come dicono a Milano, magari soltanto per farsi coraggio. Leggeri come?, direbbe Calvino. Prima di fermarsi a valutare quello che tutti vedono bene, nessuno concede a Milano più di una vittoria nella serie su sette partite, giriamo un po’ nel pianeta per ridere di certa ottusità.
Ci sapete dire chi gioca la finale del campionato under 19 da tre anni di fila? Benetton e Montepaschi, due belle società che se la smettono di litigare potrebbero trainare insieme il sistema legaiolo che produce demenzialità come gli orari delle finali, assegnando lo scudetto con partite che si iniziano alle 21 a meno che Siena non chiuda tutto alla quarta sul legno del Forum o alla settima in casa sua. La prima previsione ha un senso, l’ultimo no di certo.
A Salsomaggiore il responsabile della nazionale giovanile, il Ramagli che ancora deve riprendersi dalla sbornia trevigiana, visto come sono andate le cose a Reggio Emilia, ha visto ragazzi da grande Europa e speriamo che la sua vista sia migliore di certi scettici blu amaranto ed incoraggi le società a puntare su ragazzi che hanno soltanto bisogno di giocare quando fare canestro, passare bene, difendere forte, conta qualcosa. Da Salsomaggiore ci propongono il quintetto del 2009 e il fatto che a guidarlo sia Alessandro Gentile, figlio di Nando, aiuta a credere in tante cose, magari nei geni che ti porti dentro. Con lui il Davide Pascolo di Udine, il Claudio Tommasini della Virtus Bologna, poi il Metreveli senese e il Wojciechowski trevigiano a cui auguriamo di diventare bravissimo, ma di non meritarsi mai un titolo di giornale perché avrebbe contro un’intera redazione Read The Full Story…

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                       di OSCAR ELENI

Ci voleva un giardiniere ostinato come Jobey Thomas per togliere dalle spalle dell’Armani la scimmietta delle scelte superficiali: lui ha bagnato il giardino ogni giorno della sua vita milanese, anche quando la gente gli gridava cose incredibili, anche quando Bucchi lo teneva fuori, anche quando Livio Proli taceva dopo aver dichiarato, all’inizio della stagione, che avrebbe voluto avere in squadra tutta gente come questo predicatore di Charlotte. Ci voleva fede, bisognava essere tosti, ma il tipo deve essere proprio così se ha resistito a tutto, alle lune di Saw, alle lune dell’allenatore che non ha mai voluto tirare sotto con l’automobile, alle lune di una squadra che doveva ascoltare prima Hawkins, poi Vitali, che ancora non sapeva di aver avuto dalla sorte il regalo di una buona base sotto canestro perché se a Marconato e Taylor aggiungete Beard e Rocca potrebbe venir fuori una miscela esplosiva anche per le partite contro il Montepaschi che vede all’orizzonte un quattro a zero bello rotondo, ma, se dovesse avere un dubbio, tanto per rendere più affascinante la finale, potrebbe farselo venire pensando che il solo Eze è poco in una battaglia giocata con il senso di Thomas per il basket e la neve che c’era intorno a lui. A proposito del Jobey scoperto a Imola, allevato bene a Ferrara, diventato idolo a Montegranaro, vi diciamo che è un tipo speciale perché parla persino l’italiese in mezzo a tanti american beoti che pur con il passaporto della Repubblica ancora fingono di non riuscire a dire buon giorno e buona sera.
Ci lascia Biella e allora applausi a scena aperta per la società che ci ha dato tanto ed un palazzo nuovo, per il Luca Bechi che ha camminato nella grande valle dei sospiri facendo cose che qualificano un vero allenatore, un buon allenatore Read The Full Story…

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