di CLAUDIO PEA 

Da dove comincio? Dal patriarca Brugnaro di Venezia che manda in mona San Marco Bonamico o dagli sputi canturini a quel povero diavolo di Mike Hall. Da Ciccobello Tranquillo che guarda la serie A sul furgoncino di Sky o dall’abbraccio fraterno di Paron Zorzi all’Ecumenico Boniciolli?  Ho solo l’imbarazzo della scelta. Taglio allora la testa al toro e, saltando di palo in frasca, parto dai fratelli De Rege che magari manco sapete chi sono. Ve lo dico io: sono la coppia più celebre di comici italiani a cavallo delle due guerre mondiali. Guido e Giorgio o, meglio, Bebè e Ciccio. Massì, sono quelli che iniziavano il loro applauditissimo sketch con Bebè che fa a Ciccio: “Vieni, avanti, cretino”, ripreso qualche anno più tardi da un altro irresistibile duo dell’avanspettacolo, Carlo Campanini e Walter Chiari. Almeno loro ve li ricordate? Come no? Bene, così posso andare avanti anch’io spedito. Dei due Ciccio, il più giovane, recitava la parte dello sciocco balbuziente, mentre Bebè era il fratello grossolanamente erudito e non per questo meno divertente. Difatti lo si dice ancora oggi nel gergo popolare: fate più ridere dei fratelli De Rege. Sì proprio come Pittis e Mamoli o, meglio, come Acciughino e Mammoletta, entrambi regolarmente iscritti alla Banda Osiris e spesso coppia fissa nel basket di Murdock. Ora chi sia Ciccio e chi Bebè tocca a voi dirlo Read The Full Story…

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                                                                 di CLAUDIO PEA

Tutti in carrozza, si parte: ricomincia il viaggio. Noccioline americane e telecomando, My Sky in camera e in soggiorno: mi costa l’occhio della testa, d’accordo, però vuoi mettere la libidine, davvero impagabile, di sapere che non mi perdo niente e posso vedere tutto. Quando e come voglio. No, non è uno spot e neanche una lusinga. Tu chiamale se vuoi erezioni. O, meglio, PeaNuts, con la pi maiuscola, è ovvio, così anche il mio ego è completamente appagato. Se non sei un po’ pieno di te stesso, se non sei un cicinin curioso e sfacciato, imprudente e ostinato, lascia perdere: questo non è il tuo mestiere, mi disse un giorno mio cugino che era la voce del “Calcio minuto per minuto”, il cuore e l’anima di una trasmissione radiofonica che si era inventato e che ha portato il calcio nelle case di tutte le famiglie italiane. Un genio del giornalismo mai abbastanza apprezzato. E troppo presto dimenticato: Roberto Bortoluzzi, il mio primo maestro. Poi ne ho avuti altri: Franco Grigoletti per esempio al Giorno e Oscar Eleni nelle trasferte di tutte le settimane dell’anno, sole o pioggia, giorno o notte, ma non diteglielo: al grande Orso non piacciono i complimenti. Però ha ragione da strafottere quando nei giorni scorsi ha scritto che la presentazione della nuova stagione all’Arena del Sole, nel centro di Bologna, non meritava neanche una riga. Perché tutti avevano fretta e molti buoni motivi per correre a prendere il treno o scappare in macchina. Ma la nostra pallacanestro era un’altra: un buon bicchiere di vino e un brindisi. Seduti a tavola. Raccontandocela, confrontandoci, magari anche prendendoci per il cesto. Come si faceva con l’avvocato Porelli. Questa sa solo d’America, acqua e popcorn, e di un mondo mille miglia lontano dal mio che lascio volentieri alle lavagnette e al pick and roll della Banda Osiris. Così fredda e così bugiarda. Eppure urlata e apparentemente sovrana.

Poco distante, sempre in via Indipendenza, c’è la bottega del salumaio. Ho comprato i tortellini e me li sono fatti fare dalla Marisa in brodo. Brodo di cappone, sia chiaro, e non di dado che sa di poco o niente. Come troppi presidenti che non si muovono mai di casa, eppure vorrebbero essere amati e dettar legge. Ho perso il filo. Tranquilli, lo riprendo in fretta. Ho tutto scritto sul notes. Ma prima vi voglio confessare che, di tortellini, me ne sono fatti tre piatti. Così vi ho presi per la gola e adesso potete digerire anche le mie cavolate. Peanuts dunque. Cominciando dalla Legadue e da Reggio Emilia-San Severo. Stefano Michelini che dice: “Adoro Frosini” Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dalla reggia di Caserta dove Giorgio Armani beve alle cascatelle dedicate a Venere e Adone, purificando la mente, lo spirito, dopo essere stato nella reggia del basket. Diciamo che è stato lui a rigenerare le cellule grige della ciurma Armani con l’aperitivo giusto, sicuramente la sua spalla, tonificata alle terme di Ischia, ha dato conforto al maresciallo Proli che magari sbaglia, ma sa riprendersi dalla sfortuna e poi trova anche combinazioni giuste quando gli avversari non sanno più dove cercare ossigeno: l’anno scorso con Biella, quest’anno con la Pepsi che avrà pure fatto una stagione straordinaria, ma ha mancato tutte le porte d’entrata. In Coppa Italia fuori contro la Virtus a pochi chilometri da casa, in campionato meno 41 contro Siena, nei plaoff due sconfitte in casa contro la Milano che sembrava prigioniera del caporale Bucchi prima di liberarsi dal cerchio di ferro che la legava come gruppo, che la faceva sembrare una bella senza l’anima, una ricca signora, perché bisognerà pure ricordare che questa Armani costa come Siena, che la squadra buttata fuori dall’Europa e dalla Coppa Italia ha fatto cose discrete, ma sul discorso qualità prezzo soltanto questa finale, la seconda consecutiva, vale davvero per differenziarla da Roma che ha speso altrettanto raccogliendo in pratica solo il titolo di signora omicidi per i grandi record della Mens Sana fermata nei giorni in cui Boniciolli si era illuso di avere in squadra italiani con la stessa fame e la stessa rabbia di un Michelori, un Di Bella, un Mordente. A Caserta la quinta partita è stata vinta non da chi è stato perfetto, perché se Bucchi trova perfetta una squadra che ha perduto 18 palloni e si è trovata sul velluto perché gli altri, sfiniti, facevano poco più del 50 per cento ai tiri liberi, un 14 su 27 che dice abbastanza a chi non ama imbrodarsi autolodandosi, allora siamo davvero davanti a quella parete casertana dove nel 1876 i delegati sabaudi scoprirono il bidet. Eh sì, nel rapporto a casa Savoia Read The Full Story…

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                                                                          di CLAUDIO PEA

Chi Diego Armando Maradona insulterà per primo ai Mondiali di calcio che venerdì andranno ad iniziare? Queste le quote sulla lavagnetta dei bookmaker inglesi: 2,38 l’arbitro, che per Argentina-Nigeria di sabato sarà il povero tedesco Stark, 3 e mezzo il Sudafrica come Paese organizzatore, 4 i giornalisti della carta stampata o della televisione, tutto fa brodo, 9 la Fifa di Blatter e la sua cricca. Non sapendo bene su cosa puntare, ho chiamato allora il mio fido allibratore londinese e gli ho chiesto per favore di darmi una buona quota sul Pibe de Oro che, prima che finisca il Mondiale, ha già vaffanculato arbitri, Sudafrica, media e Fifa, tutti insieme. E pure Raffaella Carrà e Heater Parisi, oltre a suo genero Sergio Aguero, che si è mangiato un gol grande come una casa, e la figlia Giannina perchè si è sposata un cabron del genere. Ebbene il bookmaker amico mi ha risposto se l’avevo preso per scemo dal momento che questo tipo di scommessa nessuno nel Regno Unito l’ha mai presa in considerazione: è troppo facile da azzeccare, mi ha detto irretito e mi ha buttato giù il telefono mandandomi a quel paese. Peccato perché dieci euro me li sarei giocati volentieri anche su Marco Carraretto da Treviso che non mi tradisce mai al picchetto: mette il piede sul parquet e fa canestro, ovviamente da tre punti, entro un minuto, al massimo due, e spesso al primo tentativo. Come è successo al Palaverde nei quarti di finale e sabato al Pianella proprio nell’unico momento in cui Cantù è stata avanti nel punteggio (15-14) e poi mai più dopo la tripla del caro e fedele soldatino senese.

Provando a fare i seri, se mi riesce, ma è dura, petto in fuori e pancia in dentro, Carraretto è dell’armata Montepaschi il mio preferito. Tant’è che se Simon Mago Pianigiani non me lo convoca in nazionale, giuro che non gli racconto più nulla della nostra Juve che mi sbaglierò anche, ma sta facendo una gran confusione al mercato dei pani e dei pesci dove, sia chiaro, nessuno può inventarsi i miracoli, ma se un po’ di Pepe mi sta anche bene, la prima cosa che doveva fare Marotta era vendere Palla-al-piede Diego Read The Full Story…

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By peaclaudio | Giugno 5, 2010 - 10:02 am - Posted in Il basket nel cestino

                                                                 di CLAUDIO PEA

Soft o strong? Tranquilli, parto lieve. Anzi, lievissimo. Come griderebbe Reinhold Messner. “Ma quanto parla questo Casalini?”, mi fa mia moglie alzando per un secondo lo sguardo dalle parole crociate che sono la sua passione mentre io mi nutro di basket una sera sì e l’altra pure e non c’è verso che lei mi convinca a cambiar canale. In effetti non posso dar torto alla Tigre, ma conosco Franco da quando ancora s’infilava le dita nel naso a casa dell’Orso Eleni e Mike D’Antoni mi diceva che preferiva spararsi otto uova sode di Laurel piuttosto che digerire uno dei logorroici sermoni di Casalini pre-gara. E allora provo a convincerla che non è poi vero. Semmai sono critico con lui per il suo esagerato buonismo alla Veltroni. Come ha fatto mercoledì sera al termine della prima semifinale tra Caserta e Milano finita con un risultato facile da ricordare: 80-90, la gallina canta… “Questa vittoria dell’Armani non cambia in fondo di molto l’equilibrio della serie”. Come no? Adesso a Milano basterà vincere le due prossime partite al Forum e sarà in finale come l’anno scorso con Siena. Mi spiace, ma la Pepsi è spacciata. O quasi. E comunque ora l’ago della bilancia si è spostato decisamente dalla parte della squadra di Pierino Bucchi che, strada facendo, ha trovato in Jamie Arnold e Chris Monroe, cioè proprio dagli ultimi arrivati, la soluzione a moltissimi problemi che si era trascinata dietro da Natale a Pasqua. Per non dire sino a quindici giorni fa quando l’ho vista, asfaltata dalla Benetton, non fare una piega.

A basket si gioca in cinque. Come a poker in quattro e a tressette anche in tre, ma col morto. Il basket è un gioco di squadra. Niente da dire: s’attacca in cinque e si difende pure in cinque. A meno che il quinto non sia Superbone Vitali Read The Full Story…

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By peaclaudio | Febbraio 9, 2010 - 6:34 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI da Vicchio, nel Mugello, dove è nato Guido Di Pietro, meglio conosciuto come il pintore Beato Angelico. Camminata sui marroni rimasti dopo aver visto i Santi di New Orleans prendersi la Super Coppa del football, dopo aver girovagato nei chiostri del convento di San Domenico, zona di Fiesole, per capire se il blu di lapislazzuli del nostro artista, se il suo oro in foglia, possono aiutarci a comprendere meglio la sua Annunciazione che si presenta sempre come primo incanto se entri al museo madrileno del Prado dove Ettore Messina va a disintossicare l’anima quando il Real le prende e si fa male come a Tel Aviv, quando si ferma meditando nella sala degli impressionisti chiedendo al povero Molin se sogna o se è sveglio adesso che deve andare a Siena per capire cosa resta del sogno europeo dei campioni d’Italia. Viaggio nella beatitudine e scusate se è poco, cominciando dalla partita d’addio di Gus Binelli a cui vorrebbe partecipare persino il presidente federale Dino Meneghin che avrebbe tanta voglia di spintoni onesti , stanco di questi sgambetti alla carbonara, sfinito come succedeva al Beato mentre lo obbligavano alla povertà e all’ascetismo nell’ordine dei domenicani osservanti. Beato Fabrizio Frates che ha scoperto di avere una squadra vera, d’avere intorno uomini giusti, gente che gli ha curato con una grande partita la cirrosi per quei fischi di chi l’anno scorso a Caserta lo tomentava, destino da Alatriste che, però, si toglie anche sassoloni dagli scarponi. Beato Manero Vacirca per aver portato nel borgo delle tomaie nobili il bulgaro Ivanov, uno che giura di saltare bene a rimbalzo d’attacco perché lo vuole il dio di Varna. Beato Boniciolli Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dal bar parigino Zero Zero dove fanno troppo rumore, ma dove hanno anche uova sode da tirare in faccia ai clienti antipatici, meglio se arrivano dall’Italia, dalla Lega, dalla Federazione, dai campi dove si gela per il freddo e dove, poi, si soffocherà per il caldo, perché nelle guerre paesane pensano a tutto, fingono di essere disposti a lavorare per il bene comune e appena devono un po’ di assenzio se la ridono pensando di avere davanti degli allocchi, ma poi al momento di fare le cose si perdono tutti nello stesso bicchiere di latte rancido. Amianto a colazione nell’undicesimo Arrondisement dove abbiamo voluto tenerci un tavolo prenotato nella speranza che a maggio si possa incontrare gente di Siena come se fossimo al Grattacielo. Sembra l’unica cosa giusta da fare mentre le nostre cicogne non portano bambini belli al campionato che ha chiuso la prima parte portando alla regina di Saba, il Montepaschi campione, i pochi ori rimasti, le velleità di allenatori che fanno proprio come i nostri vicini al Zero Zero: volano alto e poi cadono a faccia in giù. Sfidare con le parole i tricampeones ha un senso se sei su Scherzi a parte, ma poi bisogna fare i conti Read The Full Story…

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