di FRANCESCO SARTI
Probabilmente è una bufala, come quella di Mancini, Vialli e Vierchowod tutti alla Juve in soluzione unica. O il ritorno di Jordan in Italia. O la morte di Elvis. O invece. La Gazzetta on line ha riportato, poco fa, che Dan Peterson è il nuovo allenatore dell’Olimpia Milano. Sostituisce Piero Bucchi, qualche giorno prima di compiere 75 anni. Se è una bufala, ditecelo subito. Perché altrimenti prendiamo il primo biglietto possibile per una partita dell’Armani, ci piantiamo in tribuna qualche ora prima della palla a due e aspettiamo di rivedere dal vivo uno dei miti dell’infanzia, dei compagni dell’adolescenza, delle certezze dell’età adulta. Diceva Flaiano che la parabola di una carriera è scandita da locuzioni nitide: giovane promessa, solito stronzo, venerato maestro. Per anagrafe, di Peterson abbiamo conosciuto solo l’ultima, da quando ci faceva innamorare del basket Nba con le sue telecronache dal “Pandemonio” del Boston Garden, oppure, qualche anno più tardi, ci salutava da un playground di Salsomaggiore, l’estate in cui il suo Nba Camp ospitava Ron Rothstein e Kenny Smith. Intanto, avevamo conosciuto gli ultimi successi: la leggendaria rimonta della Tracer Milano contro l’Aris Salonicco in Coppa dei Campioni, la vittoria in finale contro il Maccabi Tel Aviv col commento di Aldo Giordani, il ritiro prematuro dalle scene sportive, per far scintille solo dietro ai microfoni. Peterson è tutto questo: America, accento inimitabile, basket, memoria storica, dato inconfutabile, spettacolo, televisione, wrestling, entusiasmo, curriculum, fotografie, spot, titoli, D’Antoni-McAdoo-Meneghin, anni ottanta (e poi novanta e duemila e oltre), commento, critica, punto esclamativo. E più di ogni altra cosa: coach. Come lo chiamano tutti, come sarà sempre Read The Full Story…
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