di CLAUDIO PEA

Ce l’ho qui da un pezzo. Qui, sul gozzo, cosa avevate capito? Precisamente dalla sera della terza finale scudetto, quella che appena cominciata era già finita. Elegantissimo canestro di Romain Sato, luce dei miei occhi: 20-6 (ovviamente) per il Montepaschi, il Forum imbufalito con Pierino Bucchi, che di nuovo non ci aveva capito un tubo, e più ancora Luca Chiabotti e Werther Pedrazzi in mezzo ai quali stavo seduto in prima fila. “Passami gli steno”, mi è venuto allora da esclamare sfrontatamente come si diceva una volta, quando non esistevano ancora i cellulari e i personal computer, si dettavano i pezzi a braccio appunto agli stenografi, le rotative già scalpitavano e il redattore di turno la notte aveva solo fretta di chiudere la prima edizione per andare finalmente a mangiare in mensa. Ce l’avevo qui sul gozzo, dicevo, e adesso la sputo. E’ l’intervallo, 36-57, la scorta di Giorgio Armani accompagna il patron a fare la pipì, a volte scappa anche a lui, Adriano Galliani è assalito dai cronisti in caccia di notizie più sul decadente Milan che sulla confusa Milano del basket, “Storari resta con noi”, difatti Storari è passato alla Juve, Dino Meneghin mi avvolge in un abbraccio fraterno e mi fa ad un orecchio: “Adesso che sei tornato tra noi, non ti mollo più”, carino davvero, Dan Peterson nella sua giacchetta a quadri che deve avere più anni della coperta di Linus, Sandro Gamba e la sciura Stella, splendida creatura, amici che non vedi da una vita, come Toio Ferracini e Toni Cappellari, ho la golla secca: massì, mi sparo una Coca Cola. “Tre euro e cinquanta”. Non ci posso credere, ma pago e penso: me ne daranno un litro. No, solo un bicchiere di carta. E neanche di Coca Cola, ma di Pepsi. Che non è proprio la stessa cosa. All’osteria del Camionista al mio paese con tre euro e mezzo ti danno un piatto di rigatoni al sugo, fidatevi abbondanti e gustosi, e pure un buon bicchier di vino rosso che fa sempre bene al cuore. Però è anche vero che l’altro mese ho comprato la carrozzina per mio nipote Edoardo. “Mille e cinquecento euro: carta di credito o bancomat?”, mi ha chiesto la cassiera. “Carta di credito, ma adesso mi tolga lei una curiosità: la carrozzina va a benzina o a gasolio?”.

La Banda Osiris è riuscita ad infiltrare uno dei suoi scagnozzi persino in nazionale: sarà vero? Così pare, ma anche qui non ci posso credere. In primis perché la Banda Osiris l’ho inventata io qualche anno prima che si entrasse nel Duemila e quindi solo io posso insindacabilmente decidere chi fa parte o meno di questa loggia Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dalla Sierra Madre della costa cubana dove si possono leggere in pace i diari della motocicletta del dottora Bogdan Tanjevic, in arte Boscia dei miracoli, da qualsiasi Puerto Escondido dove poter meditare sulle malattie ingiuste, da un ospedale dove curano tutti, senza lamentarsi se la mutua nazionale non paga in fretta, se quella dei privati fa tante storie come succede a molti medici che ci sono pure simpatici. La malattia, il dolore, il disagio. Tutte cose che ti vengono in mente mentre chiedi una sedia comoda nella sala ovale della Casa Bianca dove abbiamo chiesto udienza a Barak Obama per avere e per dargli conforto. Sta lottando contro la grande ipocrisia di chi incatena sempre i più deboli, prova ad imporre agli avidi senza anima la riforma sanitaria, ma, come è successo a Siena nella prima domenica di primavera, ma anche domenica di Quaresima, gli ricorderanno che intanto ha sbagliato il pronostico per il marzo pazzo del torneo Ncaa, che non ci ha preso, come l’anno scorso, perché i ragazzi di Kansas sono saltati sulla mina di Northern Iowa, una università che ci ha ricordato viaggi di studio veri anche se noi andavamo dal guru di un’altra Iowa, uno alla Mou, uno che guidava altri falchi come quelli che l’Italia sperimentale affrontava quando Gamba e Rubini organizzavano negli Stati Uniti per svezzare giocatori Read The Full Story…

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By peaclaudio | Marzo 20, 2010 - 5:19 pm - Posted in I lunedì da Oscar, Il basket nel cestino

                                                                di OSCAR ELENI  

Fase acuta di una stagione mai nata per lo scudetto, ma piena di batteri infetti per tutto il resto. Fase dello psicodramma sportivo come potrebbe spiegarvi bene Sandro Gamba nelle sue mirabili lezioni di psicologia nello sport, quelle che regala al mondo basket che quasi lo ignora, in casa Armani lo citano solo per le critiche ai cuochi incerti, fase dove tutto diventa verde come se fossimo davvero alla ricerca di Avatar. Verde è la rabbia se ascolti la Hunziker, appassionata di basket dopo il calcio ad Eros, che parla dello sport a scuola, ma in Svizzera. Verde è la speranza se non riesci a parlare con Boscia Tanjevic, l’uomo che sussurra agli uomini capace di ridere come cavalli, da quando circola la voce di un probabile ritiro per fare a cazzotti con la chemio e il male. Verde come la bile per chi non si accorge che esistono, in Italia, sì, proprio da noi, nel nostro basket, persone che amano questo gioco e vogliono vederlo fiorire: quello che ha detto Minucci sul futuro di Siena è la summa per spiegare perché lui è lì e gli altri sono niente; quello che ha fatto Meneghin per il tesseramento di tutti gli under 14, qualsiasi possa essere la loro nazionalità, vale già un premio, ma, lo sapete, ve lo abbiamo detto, questa è stazione Italia, e proprio in Lombardia si stanno organizzando per andargli addosso nel dopo Londra, sicuri che neppure Pianigiani riuscirà a cambiare il pianeta azzurro perché se non avrà Gallinari, non avrà il migliore su cui costruire qualcosa per domani e per andare a Londra. Verde come il semaforo che spinge Paolo Vittori ad ospitare nella Pasqua Garbosi di Varese la meglio gioventù. Verde come il sogno dell’abate Faria Pillastrini che vorrebbe indicare alla gente di Masnago l’isola per dare un tesoro che tenga in piedi questa Cimberio che oggi può mettere nei guai Repesa e la Benetton. Verde come il canto libero di Custer Trinchieri che nella sua trincea difende Green e non pensa alle maledizioni di tutte le partite perse contro Biella che oggi gli chiederà salvezza e serenità.

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By peaclaudio | Marzo 2, 2010 - 4:47 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI in fuga da Vancouver, dai tranquillanti per le notti nella sempre troppo affollata Casa Italia dove cominciano le vere sconfitte, dalla città dove acqua vetro e vento aiutano a dimenticare le cadute sul ghiaccio di Carolina, le cadute di stile verso l’angelica Kostner del presidente Petrucci, il numero uno del Coni che, come sappiamo, quando lo fai arrabbiare, non porge mai l’altra guancia e ti aspetta al varco per darti una stangata. In Canada ha colpito una stella caduta e forse cadente, oltre al presidente federale dello sci che gli fece la guerra, nel basket lo trovammo crudele ed esagerato anche con Sandro Gamba, poi ha continuato e non si è fermato neppure quando ha visto i “suoi uomini” dalla schiena dritta, lo dicono loro però, tormentare il povero Maifredi che aveva osato, per una volta, non essere d’accordo su certe scelte che puzzavano di greggio, di maso, di stallatico. Venuta l’ora d’abbandonare West Broadway e il sushi di Tojo Hidekazu, ci siamo chiesti, come sempre, perché le luci della ribalta, una volta ogni quattro anni, accecano ragazzi che si vantano di essere diversi da quelli del calcio, ma poi fanno le stesse cose appena vedono un microfono, una ballerina, un dollaro: la verità è che anime semplici si complicano tutte le volte che provi a studiarle, a giustificarle, a cercare una motivazione più forte del pecorino toscano. Siamo nati per le imprese, partire da sfavoriti aiuta sempre, il coraggio oltre l’ostacolo, ma se non mi autorizzate a perdere allora sbrago. Succede anche nel piccolo mondo del nostro basket dove nel pensatoio per la riforma campionati Read The Full Story…

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By oscareleni | Giugno 1, 2009 - 8:33 pm - Posted in I lunedì da Oscar

 OSCAR ELENI  dalla stanza iperbarica di una casa trovata a Covadonga, Asturie, Spagna, paradiso per chi sente che il cerchio si stringe, partendo proprio da dove tutto appare più chiaro dalle prime ore del mattino, dalla porta di uscita di ogni pessimo umore. Rotolarsi su un tappeto persiano insieme al cane randagio che abita dentro di noi, mentre il muratore sfascia tutto, cambia le tubature, ma non promette niente di buono come le semifinali del basket che si arrampicano sulla nostra vita notturna ogni giorno della settimana, feroci, ma non imprevedibili. Feroci perché ci dicono quanto è distante il mare dalla montagna verde, non imprevedibili perché nessuno sembra divertirsi, anche se a Biella la pensano diversamente perché adesso avranno un incasso in più, un sogno più grande, una stagione da raccontare per il mese di maggio che ha cambiato la vita e la sciarpa di Atripaldi, della nuova dirigenza. Con questa storia di una partita al giorno, che dovrebbe toglierti la noia di torno, non sai mai dove fermarti a pensare, perché non c’un fiume come per l’ispettore Adamsberg che riempie la vita di Fred Vargas, scrittrice, non pivot, una pianta come per gli uomini a rovescio. Sarebbe bello se il padrone del sito, finito l’innamoramento per Fabrizio Ravanelli, terminato il cicloturismo verso Perugia, i pranzi bolognesi con Lori San Lazzaro e Ianus forte, ritrovasse il tempo per aggiornare ogni giorno questa striscia. Il suggerimento è di fare come quelli di Sky con Fiorello: o si taglia, si cuce, si ride insieme e non esiste più alternativa. Vediamo di seguire Prevert e la canzone del mese di maggio che può benissimo andare bene anche per quello di giugno:
L’asino, il re ed io
Saremo morti domani
Di fame l’asino
Di noia il re
E io d’amore
La vita è una ciliegia
E’ un nocciolo la morte
Un ciliegio l’amore.
Varese lunedì 25 maggio -Un sindaco che ama il basket, che ama Varese, decide di dare la cittadinanza onoraria a Bob Morse che torna Read The Full Story…

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By oscareleni | Maggio 8, 2009 - 5:42 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI dalla gondola veneziana di Lance Armstrong sul Canal Grande per capire come sono fatti dentro davvero i grandi, quelli che combattono il cancro e anche gli stupidi bigotti, perché dopo la penultima giornata del campionato di basket abbiamo fatto fatica ad interpretare certe cose, dallo scatto “miracoloso” di un giocatore di Biella sulla prima palla a due, parola e verbo Sky, dalla soddisfazione di Gentile che ha scoperto di avere una squadra, quella di Roma, con grande carattere, al compiacimento di Cesare Pancotto che nell’intervallo, ma soltanto nell’intervallo della partita con Caserta, ha fatto capire ai suoi eroi che avrebbero dovuto combattere fino alla fine.
Non ci stiamo più con la testa e non riusciamo a dare un peso giusto alle parole, ma questo dipende soltanto dal nostro pregiudizio, come capita ai vecchi, non a tutti, certo, come saprete registrando le voci che arrivano dall’alto, da molto in alto, quando scoprono che non è più un paese, uno sport, fatto per loro. Difficile interpretare l’ottimismo di Boniciolli per la Virtus da playoff, ma perlomeno questa volta evita di ragionare a voce alta, la cosa più pericolosa in posti dove le società non arginano, ma incendiano, dove se dici certe verità evidenti scopri subito che c’è la coda dei delatori per far andare fuori di testa chi la testa non la tiene proprio in considerazione.
Impossibile decrittare il messaggio di Livio Proli quando parla di un’Armani scoppiata mentalmente, di un gruppo che ha bisogno della scossa playoff, perché a Roma e Biella abbiamo visto il seguito di un film muto già andato sugli schermi: le squadre che si fidano troppo della difesa a zona, che pregano di avere sempre alte percentuali da tre non sono sotto stress, né fisico, né mentale, perché aspettano che siano gli altri a sbagliare come vi direbbe anche il Marconato Sutherland appena arrivato da San Sebastiano per dare una mano, meglio due direbbe il sciur Gamba. Sarà per questo che l’Olimpia non emoziona Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dal castello Dal Pozzo, borgo di Oleggio, zona di Arona, per la rimpatriata dei maturi baskettari che si coccolano come succede adesso nei bar di Tokio dove hanno lanciato la moda dell’aperitivo con il gatto che ti fa le fusa. Al cat bar di Oleggio Castello è un trionfo per anime candide che ancora si sentono al centro dell’attenzione e, come una volta, pensano che la tua prostata regga, come del resto la dentiera, o la memoria, a qualsiasi abbraccio, ad ogni richiesta che vada oltre il ” ci si rivede presto”. Il vescovo Corsolini, sempre disperato per non essere ancora entrato nella congrega dei prelati canaglia di Dante Gurioli, è così affettuoso, così divertente, ma questo è nel suo stile, anche quando si sente un caro estinto, da rimetterci tutti in marcia intorno al sacro totem del basket che era, che è, che per noi sarà così anche domani mentre le armate del nuovo movimento Farenheit gireranno con il lanciafiamme per bruciare tutto meno le statistiche che di un giocatore dicono la stessa cosa dei cartelli che al mercato si usano per vendere anche carne non di prima scelta. Festa grande che torna a coinvolgere Dino Meneghin accarezzato contropelo non tanto come presidente federale, soprattutto adesso che senti l’eco nella valle degli infami, dove già cominciano a parlarne maluccio, ma per il suo essere uomo di basket, uomo tutto di un pezzo che ancora non immaginava di dover discutere sulla vile moneta, quella che dalle tribuna arriva in testa ad un giocatore. Succede nel derby di Bologna dove la Virtus vince all’ultimo secondo, avendo dominato per quasi tutti gli altri secondi della partita salvo farsi prendere per la gola da una Fortitudo che prova a ribellarsi adesso che non trovi più uno dei cagnolini che andavano al Pavaglione per parlare dei perdentoni di Seragnoli, quelli delle 10 finali su 11 campionati, quelli della grande Europa, quelli che erano qualcuno in una città dove gli altri, la grande Virtus porelliana, la super Virtus cazzoliana, non potevano mai sentirsi tranquilli se capitavano nella contrada dell’Aquila, perché quello era il mondo dei canestri dove si costruiva ogni giorno qualcosa, arrivando, purtroppo, a costruire anche le torri da dove, adesso, si lanciano anatemi e monete Read The Full Story…

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