OSCAR ELENI  dalla terra degli Atavar dove fanno un gelato al limone straordinario. Da quel pianeta riesci anche ad esaltarti e a deprimerti guardando voi della Terra. Esaltante la difesa di Siena che nasconde i difetti dei nuovi: da prendere a legnate Hairston, da comprendere, ma non capire l’ex Rakovic. Su Jaric cautela, ma cresce. Grande Michelori, ma non dica che è stato il riposo dell’estate a farlo volare. Deprimente la Rometta che tiene fino al 30-30 e poi svacca, come sempre. Filipovski dice che per competere a certi livelli non puoi avere cali di rendimento così evidenti nella stessa partita. Lo sapevamo già, lo sanno tutti cosa tiene in tasca la Lottomatica. Te li saluto gli italiani Crosariol e Datome. Da incorniciare il Washington che svacca quando sembrava bello carico. Male anche i giovani slavi. Da incubo. Leggiamo, noi Atavar, che San Antonio impallina a 2 decimi di secondo i Bryant Lakers, davanti ad oltre 19000 persone. Anche a Belgrado erano oltre 19000 persone. Ci volevano palle e acciaio. Leggiamo che Bologna guida nell’affluenza del pubblico e per incassi. Sabatini è un genio e fa bene a servire polpette avvelenate all’agente dell’indifendibile Kemp. Leggiamo anche di società avvilite perché hanno tanti spettatori, ma sono indietro negli incassi, vedi Pesaro, ma si scopre pure che Varese è indietro nelle presenze del pubblico, ma molto avanti con gli incassi. Pericolose variazioni anche se diminuire gli omaggi non è mai stato un errore, ammesso che ci siano strade per riempire i palazzi davvero. Ad esempio: Milano contro Biella dovrà vivere sulla sua luna di Assago non servita da una metropolitana, servita soltanto da autobus di servizio sconsigliati a chi soffre la ressa.

Peterson e la sua legge: Siena non è qualitativamente più forte dell’Armani, ma ha meccanismi perfetti e per questo sembra irrangiungibile. Non sembra, è. Armani e la sua strana storia al centro: arriva Eze. Alleluia. Si fa male quasi subito. Sfortuna o…  Torna all’improvviso Petravicius nella Milano da imbottigliare dopo Treviso. Parlano di miracolo. Noi siamo perplessi, Read The Full Story…

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                                                                           di FRANCESCO SARTI

Adriano Galliani è impagabile. Dopo aver ostentato la miseria più nera per un mercato intero (prima non c’erano soldi per Luis Fabiano, poi sono arrivati Ibrahimovic e Robinho), ha saccheggiato la finestra di gennaio ingaggiando in serie Cassano, Emanuelson, Van Bommel, Didac Vilà e Legrottaglie. Infine, non contento, è pure riuscito a lamentarsi del fatto che il Chelsea, dal canto suo, ha appena messo sotto contratto Torres. “Dov’è il fair play finanziario?”, si chiede. Probabilmente allo stesso posto in cui era quando il suo Presidente scendeva in campo, negli ormai lontani anni ’80, comprando giocatori per due squadre pur possedendone una sola: bisognava pur sempre toglierli agli avversari. Così, grazie ai provvidi regolamenti federali, ecco la nuova corsa all’oro, il cosiddetto “mercato di riparazione”, dove i magnati penitenti si iscrivono all’ultima giostra e rimescolano le carte, e i valori, del campionato. L’Inter, onesta per antonomasia, ha messo a segno un colpo esemplare con Pazzini, che ha subito ripagato la fiducia (e i milioni) di Moratti insaccando due gol e mezzo nella sfida col Palermo. La Juve, abituata ormai ai fichi secchi, ha invece ripiegato su Toni, finchè, subito rotto anche lui, si è consolata con Matri, che solo domenica ha segnato una doppietta, ma con la maglia del Cagliari. Il tutto, senza considerare l’abortito arrivo di Floro Flores, talmente amato dai potenziali nuovi tifosi bianconeri da vedersi il sito invaso dalle loro ingiurie, alla vigilia della chiusura dell’affare. Follie, ma quel che accade in questi giorni è deliberatamente all’insegna dello squilibrio e della falsificazione. La Sampdoria, tanto per fare un nome, ha iniziato la stagione con la coppia-gol Cassano-Pazzini, e adesso si ritrova con Macheda e Maccarone, non proprio la stessa cosa, nonostante i noti trascorsi in Premier.

Cosa implichi questo turbillon di scambi è facilmente intuibile: risultati a sorpresa, gap tra le squadre ricche e le altre ulteriormente dilatato, rapporti di forza al vertice improvvisamente scompaginati. Col rischio di premiare, alla fine, chi ha comprato di più e più in fretta, con la stessa logica del pit-stop decisivo cara alla Formula uno degli ultimi anni. Varrebbe anzi la pena di consigliare ai preparatori atletici delle pretendenti al titolo di studiare una tabella apposita, per far sfogare i campioni di turno nei primi mesi del campionato. Tanto, poi, arrivano i sostituti. Read The Full Story…

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                                                                                di CLAUDIO PEA

Quando mi ci metto, sono odioso. Lo dico io prima che lo strillino gli altri in coro. Però sarei bugiardo, che è molto peggio di bastardo, se non confessassi che non me ne può fregare di meno se Tony Parker ha fatto le corna a Eva Longoria con la moglie del suo ex compagno degli Spurs e se l’attrice texana lo è venuta a sapere controllando il cellulare del marito incauto o spiando dal buco della serratura o addirittura direttamente dal suocero dell’amante che avrebbe fatto molto meglio a farsi i cavoli suoi. Dio mio, chi ci capisce qualcosa è bravo. Né me ne può importare più di un fico secco se vincono o perdono i Knicks, se il Gallo dalla schiena di cristallo ha segnato due punti o sedici dalla lunetta, se cacciano Mike D’Antoni e se i tifosi newyorchesi sono imbufaliti con Tu quoque Brute, fili mi. Vivo il basket in maniera totalmente diversa dai gazzettieri in rosa che muoiono se non ci inondano tutti i santi giorni di bufale sulla squadra della Grande Mela e che saltano il pranzo se Danilo, prima d’addormentarsi, sì è dimenticato di inviare a uno di loro almeno l’sms della buonanotte. Primula rossa o mosca bianca, scegliete voi, non ho mai invero sbrodolato per la Nba, soprattutto durante la regular season, e posso sopravvivere benissimo anche senza sapere se i Knicks hanno perso sei o sette partite di fila prima di andare a vincere a Sacramento o dove cristo hanno giocato ieri. Al massimo posso essere contento se Bargnani è il miglior realizzatore degli scassatissimi Raptors e se Belinelli recita un ruolo sempre più importante nei sorprendenti Hornets perché sono straconvinto che a entrambi ha fatto molto meglio un’estate in azzurro con Simone Pianigiani di una stagione intera a Toronto o a New Orleans. E comunque di certo non mi sparo se i compagni di squadra di Gallinari ce l’hanno a morte con il cocco di Tu quoque: anche a me il numero 8, che ha scritto un libretto fotografico con il boss della Banda Osiris, è diventato insopportabile Read The Full Story…

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By peaclaudio | Novembre 13, 2010 - 12:22 am - Posted in Sarti poeti e navigatori

                                                                      di FRANCESCO SARTI 

Oggi, mentre rimbalzavamo tra gli ufficiali giudiziari di Dolo (uno di quei paesini ripresi dall’alto durante la diretta della Venice Marathon) e il bivio autostradale Venezia – Milano, abbiamo ascoltato alla radio una microintervista del Trio Medusa a Marco Belinelli. Ragione dell’iniziativa, un sondaggio d’opinione per trovargli un soprannome adeguato da esibire nelle arene della Nba. Sottotesto: è pur sempre il recente autore di un canestro da venti metri nella vittoria degli Hornets contro i Bucks (è stupefacente come, per i non addetti ai lavori, il basket meriti gli onori della cronaca solo quando succede qualcosa d’insolito). In più, la sua squadra ha infilato un percorso netto di vittorie dall’inizio del campionato. Sette su sette. E quindi… Apre il collegamento la voce impastata del Nostro (a New Orleans sono le tre e mezza del mattino), che tra un saluto biascicato e un attacco d’amnesia per il prossimo avversario (“… Portland, scusate, ho il ritorno lento”) deve giudicare quale dei quattro nickname sopravvissuti al contest gli si adatti meglio.

Alla fine opta per Mister B. (o Big? O è il nome di un rapper? Non abbiamo capito ma l’intento era di creare un’assonanza con un motivo di questo tizio), scartando Bel Boa, nonostante l’indiscussa somiglianza con lo Stallone attor giovine Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dalla città bianca del Perù, la bella Arequipa, nella valle del Chili, patrimonio dell’umanità varia. Perché andare in una città così lontana? Per fare rabbia agli spiritosi che ci hanno telefonato, fingendosi desolati, il giorno in cui l’accademia svedese ha assegnato il premio Nobel a Mario Vargas Llosa: “Eh sì, caro Oscar- dicevano gli infami- anche quest’anno il Nobel è andato ad un altro”. Per forza, non è mai uscito il nostro vero libro. Titolo: Chi era? Nessuno! Comunque sia anche lui è nato in marzo. A Arequipa. Bastardi dentro e allora, per vendetta, ci siamo rifatti con un mezzo chilo di guagueros, cannoli deliziosi, dolce di latte, della pasticceria che ogni mese manda le sue delizie nella casa di New York dello scrittore peruviano. Poi abbiamo girato un po’ puntando verso il fiume, la montagna, gli spiriti inca che ci hanno spiegato perché Arequipa, il nome deriva forse da una conchiglia che serviva per chiamare in battaglia i cittadini abili ed arruolabili, è gemellata con Biella, oltre che con Vancouver e Charlotte. Eh sì, loro sapevano che il teramano Mortimer Massimo Cancellieri sarebbe stato in testa alla classifica alle prime piogge, dopo due giornate di un basket kamasutra che, come il libro delle magie amatorie, non leggi, ma memorizzi cercando di capirne le figure. La stessa cosa che devi fare andando dietro a queste prime giornate che ancora non dicono niente, salvo mettere bavagli con pece e acido agli allenatori di bocca larga che straparlano, a giocatori che addirittura promettono scudetti sapendo che, al massimo, sarà festa se alla fine la loro squadra troverà un posto nei playoff. I saggi dicono che se non trovi una posizione giusta per rendere duraturo e longevo il tuo “amore” devi provare in un’altra maniera leggendo bene i capitoli tipo: “Quella squadra vale davvero quel che sembra?”, oppure “Come non annoiare dichiarando guerra a Siena facendo splasho ogni volta che si trova una pozzanghera”, o, meglio ancora “ Dare il giusto peso a certi complimenti”. Siamo con Simone Pianigiani quando elogia la nuova Siena perché ha dentro il fuoco acceso quattro anni fa, nel giorno in cui fu lui ad estrarre la spada nella roccia lasciata dai suoi predecessori, ma diventa Kamasutra esagerare negli elogi perché in Europa esiste davvero poco spazio per un Montepaschi che non ha trovato soluzioni al centro e, naturalmente, alla partenza di Romain Sato. Siamo con Pillastrini Read The Full Story…

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By peaclaudio | Giugno 11, 2010 - 11:37 am - Posted in Il basket nel cestino

                                                                  di CLAUDIO PEA

Già albeggiava ormai da un’ora. O quasi. E le prime luci del nuovo giorno filtravano anche negli studi milanesi di Sky dove in diretta da Boston (col tubo!) i nostri Alessandro Mamoli e Federico Buffa stavano finendo di sferruzzare a maglia come di solito amorevolmente fanno Rino Tommasi e Gianni Clerici da Wimbledon. Una telecronaca piacevole, lo devo ammettere, nel cuore di una notte calda e insonne. Quelli di Sky sono tutti bravi: c’è poco da fare. Specie se raffrontati ai tromboni della Rai. E se non fossero anche permalosi, sarebbero più in gamba ancora. Per questo mi diverto a punzecchiarli, ma la prova che non ce la faccio ormai più a vivere senza di loro è che ho due My Sky in casa, uno in salotto e l’altro in camera, così mi posso anche registrare quattro partite di calcio o basket in contemporanea senza che la Tigre rinunci a vedere Bruno Vespa o la Mole Antonelliana, al secolo Antonella Clerici, o altri personaggi del genere che io invece non riesco proprio a sopportare. Dunque dicevo, ah già: ora ricordo. Dicevo di Mammoletta e l’Avvocato che erano andati bene sin quasi alla fine di Boston-Los Angeles, finale tre della Nba, nonostante mi desse l’idea, ma mi potrei sempre sbagliare, che tifassero per i Lakers come fanno abitualmente (e pure un po’ sfacciatamente) per Milano. E per questo forse è il caso che girino sempre molto lontano dal PalaMensSana. Del resto Mamoli ha giocato con le scarpette rosse di Mike D’Antoni: due minuti, non di più, contro la Robedikappa Torino, e CosaBuffa veste tale e quale a Giorgio Armani. Io invece non ho mai fatto mistero d’avere un debole per i Celtics sin dai tempi di Red Auerbach e Bill Russel. E poi di Larry Bird col quale ho avuto il piacere di parlare a quattr’occhi un giorno a Parigi arrossendo come un peperone. Mio Dio, quanto vecchio sono! Ma prima che lo pensiate voi lo dico io: e pure un po’ rincoglionito…

Difatti ho di nuovo perso il filo. Okappa, l’ho ritrovato. L’avvocato Buffa, 51 suonati, pensavo meno, racconta spesso delle storie alle quali fai fatica a credere, ma che è altrettanto difficile stabilire se poi siano o non siano vere. Non so, narra del padre (senza nome) di Allen Broughton, “the Fucking Boss”, che ebbe da Ann Iverson, figlia di Willie Lee, un figlio concepito senza penetrazione, così almeno scrive Federico sul suo “Black Jesus” facendo invero parecchio casino, il quale tutte le mattine non era felice se non s’ingozzava con cinque sei uova al bacon e se, uscendo di casa, non sparava tre quattro ruttini affinché lo sentissero bene sino in fondo alla strada che (ovviamente) saliva verso la chiesa anglicana dove il pastore Brown pregava Nostro Signore perché i 76ers vincessero il titolo e perché il nipote di Willie Lee, Dio mio che confusione, “desse l’ultimo colpo di pennello a un affresco chiamato 2001 Nba Eastern Conference Finals”. Dio mio, scusami di nuovo, ma sono andato anch’io nel pallone. Dunque tutto bene sino a quando Cosa Buffa, anzi Mistero Buffa, da Berto a Fo il passo è breve, non tira in ballo Derek Fisher che chiude gara tre a favore dei Lakers con “l’ultimo colpo di pennello – e ridagliela – ai suoi girasoli” Read The Full Story…

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                                                                 di CLAUDIO PEA

Il Ghiro d’Italia ieri ha riposato, eppure la Gazzetta gli ha dedicato ugualmente sette o otto delle sue preziosissime pagine. Non c’è niente da fare: capisco che ognuno è libero in casa propria di fare (più o meno) quel che gli pare e piace, ma non mi rassegno all’idea che uno sport così sputtanato abbia tanto spazio ancora sui giornali e tanti inviati al seguito. A me è bastato seguire un paio di Tour de France per disamorarmi del ciclismo che pure su quelle stesse strade mi aveva esaltato con le imprese dei suoi campioni che anch’io (nel branco) non avevo esitato a definire “epiche”. Come quella del 1996 quando un danese dalla bella faccia di contadino sano, forte e robusto, pelato e rubicondo, tolse a un gentiluomo navarro dal viso pallido la possibilità di vincere la sua sesta Gran Boucle di fila. Avevo un debole – lo confesso – per Miguel Indurain. Come oggi ce l’ho per il magnifico masai di Bimbo, Romain Sato, e il suo allenatore, Simon Mago Pianigiani, che è pure juventino doc: un punto in più a suo favore. Era elegante, sereno, affascinante: pedalava facile e pareva persino buono. Ed era invincibile al Tour almeno sino al giorno in cui – vi raccontavo – Bjorne Riis non gli mise il bastone tra le ruote e stroncò il suo record (dei record). Ma non ce l’ho con Riss per questo e, di riflesso, con il ciclismo. Quanto perché una decina d’anni dopo il danese, passato a dirigere la squadra di Ivan Basso, candidamente confessò d’essersi dopato a quel Tour come un indemoniato, avido e dannato.

Adesso, mentre la gente impazza al Giro e sogna Ivan Basso in rosa a Verona, io invece mi domando: ma sarà davvero pulito dopo aver scontato una pena per doping lunga ventiquattro mesi? E non attendo neanche la risposta. Perchè non me ne importa più nulla: sono ormai nei confronti del ciclismo più disincantato che deluso. Sono probabilmente anche fatto male. Nel senso che oggi amo e domani, se fregato, salto a piè pari dal bianco al nero e non torno più indietro. E’ sbagliato. Lo so. Così si vive male, ma i manichei sono siffatti ed io sono il più inguaribile – ditelo pure – degli integralisti sportivi. Così è anche nel basket. Guai a chi mi toccava Michelino D’Antoni. Read The Full Story…

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