OSCAR ELENI dalla cantina del basket dove Gianni Petrucci consiglia e scomunica, adesso lo ha fatto a Scauri sputando su una serie A che comunque incassa e fa pubblico, ultimo rifugio per dimenticare le cicatrici di un corpo invecchiato dopo aver inseguito, purtroppo soltanto con la mente, Chuck Jura nel suo viaggio del ricordo, lui che gioca ancora per vincere titoli da over 50 e che sfida volentieri Bucci e i veterani di Natucci e de l mio cerusico Max Barbieri. Eravamo idealmente con lui quando si è seduto al tavolo del Camionista di Forte Marghera dove lo festeggiavano gli amici di Mestre che per quella mano sinistra de deus avevano ritrovato lo slancio dei tempi in cui Villalta filava e Augusto Giomo sentiva musica celestiale in palestra. Abbiamo lasciato l’allegra compagnia incuriositi dal fatto che su una strada del Nord Est, al Baraonda, l’ex arbitro Zancanella ci proponeva i migliori tramezzini del Nord Est, ma non volevamo più mangiare o bere, eravamo in spedizione sensoriale per poter rispondere ad un tifoso Fortitudo che legge queste righe, incuriosito dal fatto che il commissario che oggi siede al tavolo dei giudici di campo, bello rubizzo, bello rotondo, bello e basta, altro che Brunetta, tiene nel suo locale dove lo vedi sorridere, lo vedi brindare alla vita con il suo grembiulone da oste, mentre crea i famosi tramzan, le foto di una carriera arbitrale onoratissima e fra queste c’è la famosa finale scudetto Virtus- Fortitudo, quella della beatificazione di Messina e Danilovic, quella del tiro da tre tramutato in vino da quattro per il fallo-non fallo di Wilkins, per l’azione che ha cambiato la vita di tantissima gente, dal Seragnoli che ha cominciato ad odiare davvero il basket, al Pero Skansi che era vicino alla gloria eterna, al Dominique fanfaron. Read The Full Story…

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di LEONARDO IANNACCI

Spesso la notte porta consiglio. Qualche volta anche bruttissime notizie, come quella della morte a soli 50 anni di Michael Jackson, tormentoso e tormentato divo del pop stroncato da un infarto a Los Angeles. L’uomo che volle farsi zombie per stupire e alla fine per morire se ne è andato così, troppo giovane per spiegarci le sue debolezze intrise in un talento musicale raro. Il dramma si è consumato in California, a pochi chilometri dallo Staple Center dei Lakers, nelle ore in cui nel piccolo mondo antico dei canestri di Bologna, Claudio Sabatini, annunciava la rottura delle trattative per la vendita della Virtus. E nel giorno in cui, dopo un turbinio di notizie sconsolanti per la Fortitudo, alcuni manager di ex allenatori e giocatori annunciavano che il club dell’Aquila non aveva ancora adempiuto a pagamenti arretrati. Una figuraccia secolare per la società dell’Emiro Giorgio Seragnoli che negli anni ‘90 aveva virilmente infilato dieci finali scudetto e vinto due scudetti, diventando l’alter-ego nobile della Virtus. Direte voi, ma che c’azzecca Michael Jackson con le due squadre di basket bolognese? Poco, forse, se non il fatto che questo genio della musica ha incarnato la quintessenza di una triste decadenza, artistica e umana: dalle 110 milioni di copie vendute di “Thriller”, Read The Full Story…

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By peaclaudio | Aprile 13, 2009 - 5:40 pm - Posted in Vengo anch'io...

               di LEONARDO IANNACCI       

 Anche se è matematicamente inattaccabile il vecchio teorema del bar, inventato da quel gran genio di Mirko Lanzi, detto l’Ugo Tognazzi della bassa (“Non è così grave quando per la prima volta non fai la seconda, lo è quando per la seconda volta non fai la prima…”), una certezza la posso candidamente confessare: da parecchio non concedo il bis. Il sipario – diciamo così – si alza una sola volta e, al fin della licenza, si chiude, senza più dar segni di vita. L’esibizione è unica e secca. In talune occasioni robusta e vitaminica (ehm…), in altri casi ben più sofferta: fate conto di vedere un marine, visibilmente appesantito, che cerca di raggiungere la sua buca sulla spiaggia di Okinawa. Arranca, suda come una bestia, si aiuta con i gomiti. Ce la fa, non ce la fa, alla fine ce la fa. Ma il bis, a quel punto, diventa fugace, francamente impossibile. Questione di anagrafe? Il prossimo luglio sono 47, mica 90. Ma come ricordava il grande Totò, a questa età è più facile imbattersi in un morto che parla una sola volta, più che in un fringuello in forma clamorosa. Tant’è. I giorni ormonici di un tempo sono passati da troppe primavere e, così, il sottoscritto – povero disgraziato – si appresta a vivere una “doppia” di ben altro tenore: quella della possibile retrocessione in parallelo delle sue squadre del cuore: il Bologna calcio e la Fortitudo basket. Si scherza e si ride per non piangere. Ovvero, scherzo e rido per non piangere. Read The Full Story…

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By lorenzosani | Aprile 3, 2009 - 10:20 am - Posted in Sani da slegare

                             di LORENZO SANI         

Una vita in punta di piedi, senza essere né un ladro, costretto per necessità a muoversi di soppiatto, né un ballerino di danza classica. E’ il piccolo segreto di Ciccio Cantergiani, vetrinista alla Coin, classe 1957, l’uomo che sfidò le stelle Nba, da Sugar Ray Richardson a David Rivers, o se preferite Chris Mullin, intercettato al ristorante quando venne a Bologna per visionare Marco Belinelli e arruolato seduta stante per una sgambata sul parquet del Crb. In ogni foto di squadra, dagli esordi nella palestra di via Rosselli, che sorgeva dove oggi c’è il Mambo (il Museo d’arte moderna), ai giorni nostri, il nostro eroe è sempre ritratto sorridente e rigorosamente in punta di piedi. Illustri epigoni sono soliti infilare una zeppa di qualche centimetro all’interno delle scarpe per sembrare più alti, ma un conto è mettersi in posa con i grandi del pianeta per un’istantanea del G20, un altro per cercare spazio nel roster di una formazione di pallacanestro. Per anni il trucco poteva avere una logica di mercato: crescendo in altezza e in larghezza il Ciccio si ritrovò a giocare da esterno in C1 al fianco di Elvio Pierich, talento svezzato da Nikolic, Zorzi e McGregor e papà di Simone che gioca a Casale Monferrato in A2, a lungo atipico nelle serie minori e nei playground emiliano-romagnoli dove indubbiamente ha sempre dato il meglio di sé. Ma che senso ha alzarsi in punta di piedi anche nell’ultima immagine consegnata ai posteri, la foto di squadra del “Centro Minibasket Annunziata”, campionato di Prima Divisione dell’area bolognese, età media 49 anni? D’accordo, era l’immagine di punta del calendario 2009 de “Gli Amici del Ciccio”, ma a tutto c’è un limite, non solo alla decenza. Se glielo chiedi, lui sorride e si smarca: “E’ la forza dell’abitudine”. Sacrosanto. Dove sta scritto che tutto deve avere per forza un senso? La Palestrina di via Rosselli, dove il nostro ha imparato a non fare mai passi, era talmente piccola che le lunette delle due aree s’ incrociavano e in mezzo a quella specie di ellisse disegnata sul linoleum c’era il bollino del centrocampo. Era fatale che da un contesto simile non uscissero dei grandi difensori, perché l’uomo, alla stregua degli altri esseri viventi, s’adatta all’ambiente, quando non ne riceve un vero e proprio imprinting. Non a caso, quindi, dalla Palestrina uscirono apprezzati stilisti di moda, come Alessandro Pungetti detto il Marchese, o luminari della chirurgia quali Elio Iovine, figlio di un poliziotto che fu questore anche a Roma e Palermo. Tutti con una peculiarità: erano irriducibili attaccanti con una naturale vocazione per il corri e tira. Quella palestra bonsai, che si sarebbe potuta trovare benissimo nel plastico della città ad uso didattico di una scuola guida, stava stretta non solo metaforicamente al Ciccio. Ben altre ribalte erano pronte ad accogliere le sue gesta negli anni a venire. Nel 1989, quando esisteva ancora la Jugoslavia e una nazionale che metteva insieme Drazen Petrovic, Vlade Divac, Sasha Danilovic, Toni Kukoc, Dino Radja e Stojko Vrankovic (l’Urss rispondeva con Sabonis, Marchulionis, Volkov, Tikhonenko e Khomicius), Ciccio Cantergiani andò a Zagabria Read The Full Story…

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ciccio vs sugar 1

di LORENZO SANI

La notte che Sugar Ray sfidò il Ciccio la  luna indossava una luccicante collana di stelle. Si era messa in ghingheri per l’occasione, come una vecchia mignottona bianconera. In Italia governava Berlusconi, anche se nel 1994 sembrava un filino più vecchio di oggi. Era un settembre particolarmente caldo per il governo. “Andremo avanti senza Bossi” aveva tuonato il premier al rientro dalle vacanze. “Sfasciacarrozze” arrivò a definire l’alleato recalcitrante della Lega verso la metà del mese in un ribollire di accuse e polemiche, ma quell’epiteto, offerto a una rilettura storica, non chiarisce se si trattasse di un complimento o di un insulto, data l’assenza di pregiudizi verso condoni e rottamazione dimostrata dall’esecutivo in svariate circostanze. Polemiche che echeggiavano in lontananza a Bologna, perché da una decina di giorni, per l’esattezza dal 16 settembre, era iniziato il campionato di basket. La sfida a 15 punti, massimo tre palleggi, due partite su tre, tra Alessio Cantergiani detto Ciccio e Micheal Ray Richardson detto Sugar, nacque qualche giorno prima della sera del 27 settembre 1994, notte magica in cui si consumò l’evento tra le pareti della palestra delle scuole Carracci, nei pressi di via Saragozza. Il PalaGhepard, ribattezzato così dai ragazzi dal nome della polisportiva che fa gli onori di casa, era tirato a lucido. Deve avere un fascino particolare per i campioni Nba quella palestra col fondo di mattonelle grigio topo, perché ogni tanto ci puoi trovare anche oggi David Rivers, uno tra i più grandi playmaker che siano transitati nel campionato italiano, che fa due salti per tenersi in forma con la squadra di Billo Riguzzi e di Capitan Venturi, soprannominato il Nonno perché gli vennero i capelli bianchi da ragazzino quando incominciò a lavorare di notte al mercato ortofrutticolo. Nel settembre ‘94 da Zelig, in via Portanuova, un gruppo di amici si era infilato in una di quelle discussioni di basket senza capo né coda. Se poi alla discussione partecipa anche il Ciccio, e prende posizione, non c’è proprio verso di uscirne fuori.  Era così anche in campo, quando gli arbitri gli fischiavano contro illudendosi di fermare il gioco. No. Oggi possiamo dirlo. Il gioco, nel significato più letterale del termine, lo fermava solo il Ciccio, perché si piantava in mezzo al campo col pallone sotto un braccio e l’indice inquisitore dell’altra mano puntato al naso del fischietto di turno fino a quando si era spiegato, o aveva ottenuto soddisfazione. Eventi entrambi molto rari. “Paaaassi?”, inorridì una volta durante un match al torneo dei Giardini Margherita, sempre tenendo il pallone ben streciccio vs sugar 2tto sotto al braccio. “Ma come: io non ho mai fatto passi!” (*). Intendeva in carriera, non in quel momento.  Impossibile azzardare una rimessa veloce se avevi contro il Ciccio. La tavolata da Zelig era a leggera prevalenza virtussina, questo va detto per la cronaca, perché se la stessa accalorata discussione si fosse svolta in un’ipotetica tavolata a leggera prevalenza fortitudina non si sarebbe conclusa senza un minimo spargimento di sangue. Quella volta il sangue non sgorgò, ma si sfiorò la rissa. L’argomento del contendere era il dualismo Richardson-Danilovic. Il Ciccio sosteneva senza troppe metafore che con Danilovic si vincesse e con Sugar no. Questa, dal suo punto di vista, era la differenza di fondo tra i due campioni. Non si espresse esattamente in questi termini, ma il concetto suonava più o meno così. In quei giorni Richardson si trovava a Bologna, dove c’era una delle famiglie che aveva creato in giro per il mondo,

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Vivo proprio tra le nuvole. O in un altro mondo. Fate un po’ voi. Ho scoperto solo oggi che Franco Montorro non √® pi√π il direttore di Super Basket. Ne ha dato l’annuncio quasi due mesi fa. Non me ne ero assolutamente accorto. E’ grave? Forse s√¨. Oscar Eleni lo chiamava Monthorror: evidentemente non gli andava a fagiolo. Io non posso dire altrettanto. Al contrario. Franco mi¬†ha fatto scrivere su Super Basket quando tutti gli¬†chiedevano se sapeva che si tirava in casa un matto pericoloso. CompresoSome Basketball Game qualche suo¬†(misero) sottopancia che¬†pensava, e ancora pensa,¬†di¬†far ridere: forse i polli, ma probabilmente neanche quelli. Per due anni mi sono divertito: avevo la mia settimanale rubrichetta (Peanuts),¬†carina dicevano,¬†in pi√π¬†andavo a bussare alle porte dei potenti¬†(o ex) del basket e li intervistavo a modo mio. O forse come solo piaceva a me.¬†Non guadagnavo male: centomila lire (pulite) a pezzo. Che mi andavano per√≤ spesso tutte in spese.¬†Ma volete mettere la libidine di farmeli tutti? O quasi.¬†Dal buon Gilberto Benetton a Walter Scavolini, da Claudio Toti all’avvocato Pierluigi Porelli. Solo Giorgio Seragnoli disse prima s√¨ e poi no.¬†Ma l’Emiro era l’Emiro. Mi sarebbe piaciuto chiedergli se era vero¬†di quella volta che, se non sbaglio nel maggio del 1998, la sua Fortitudo perse¬†3-2 la sfida dei playoff-scudetto con la Virtus di¬†Messina, Danilovic, Savic e Rigaudeau e lui scomparve per tre giorni e tre notti. Si disse che li pass√≤ barricato in una camera d’albergo a Rimini. Solo e disperato. Senza contatti col resto del mondo. Macerandosi a¬†domandarsi perch√® Dominique Wilkins e Carlton Myers avessero potuto fargli un torto simile. Lo ritrov√≤ la sorella. Ma forse √® soltanto una leggenda metropolitana. Anche se mi piace ancora pensare che sia andata proprio cos√¨: il ricco Emiro che si strugge¬†per le pene d’amore¬†che gli aveva¬†dato l’infedele¬†Teamsystem di Pero Skansi e Gregor Fucka. Montorro tifava Virtus¬†ovviamente. E io Fortitudo.¬†Ma si riusciva ad andare Read The Full Story…

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