OSCAR ELENI dal bar parigino Zero Zero dove fanno troppo rumore, ma dove hanno anche uova sode da tirare in faccia ai clienti antipatici, meglio se arrivano dall’Italia, dalla Lega, dalla Federazione, dai campi dove si gela per il freddo e dove, poi, si soffocherà per il caldo, perché nelle guerre paesane pensano a tutto, fingono di essere disposti a lavorare per il bene comune e appena devono un po’ di assenzio se la ridono pensando di avere davanti degli allocchi, ma poi al momento di fare le cose si perdono tutti nello stesso bicchiere di latte rancido. Amianto a colazione nell’undicesimo Arrondisement dove abbiamo voluto tenerci un tavolo prenotato nella speranza che a maggio si possa incontrare gente di Siena come se fossimo al Grattacielo. Sembra l’unica cosa giusta da fare mentre le nostre cicogne non portano bambini belli al campionato che ha chiuso la prima parte portando alla regina di Saba, il Montepaschi campione, i pochi ori rimasti, le velleità di allenatori che fanno proprio come i nostri vicini al Zero Zero: volano alto e poi cadono a faccia in giù. Sfidare con le parole i tricampeones ha un senso se sei su Scherzi a parte, ma poi bisogna fare i conti Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dal set romano di Pedro Almodovar per dimenticare etere e punti incrociati sulla pelle, per non scordarsi che se vai in un ospedale pubblico, tipo il San Paolo a Milano, se trovi una squadra come quella di Franco Disperati, allora puoi anche soffrire, ma sei sicuro d’essere in buone mani e il chirurgo meriterebbe un premio, ma, per adesso, deve tenersi le maledizioni di chi ogni mattina si alza e vede nero, di chi risponde con la voce che arriva da molto lontano, dai giardini della disperazione anziana, da chi magari sembra più scortese del solito con i pochi amici che lo hanno chiamato dopo essersi allarmati per le notizie non buonissime dal fronte della chirurgia dove l’uomo diventa cicatrice. Scusa Santi, scusa Sandro, scusa Toto, anche se la digressione sul golf ci ha fatto venire i brividi. Sono giorni di abbracci rotti nel basket che non ha una Penelope Cruz da stringere fra le braccia, ma soltanto gente che ha voglia di litigare senza averne la forza intellettuale per reggere l’urto. Carlo Recalcati conferma che soltanto il suo avvocato ha rapporti con Meneghin e La Guardia, ormai il vicepresidente vicario, bisogna citarlo sempre perché sembra lui il pilota del barcone federale, come dicono nel generone romano che riabbraccia Gino Natali, tornato a casa Toti da dove era uscito, se ricordiamo bene, sbattendo la porta. Milano respira. Recalcati, invece, non conferma le cifre sopra gli 800 mila euro dell’ultimo contratto perché, come sanno bene all’ufficio imposte di Cantù dove lui è il quinto contribuente, non va oltre i 512 mila lordi, quindi restando sotto quello che invece incassa al netto qualche suo collega. Abbracci rotti fra Pesaro e una proprietà che non ha mai voluto credere al valore delle tradizioni, ma questo sembra un malessere che prende tanti per la gola. Spezzatino d’affetti anche a Milano dove i maligni avevano persino visto David Blatt gironzolare intorno alla piscina vuota del Palalido Read The Full Story…

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                                  di FRANCESCO SARTI

Vorremmo vedere più spesso Daniel Hackett stoppare da fermo Casey Shaw. O celebrare un canestro con urla belluine, per poi tornare in difesa battendo le mani sul parquet, a sfidare l’avversario diretto. Anche se l’imprendibile Marques Green lo incenerisce da tre punti. Anche se pure il suo cambio, il coraggioso Daniele Tomassini, classe 1988, non ha paura di tirargli da lontano. Perché Hackett, col piglio e i tatuaggi da rockstar, è un’ottima copertina per una giornata, la terza, che ha proposto qualche italiano protagonista. Certo, non sarà stato il migliore in campo della matinee Benetton-Scavolini, perché per il titolo bisogna rivolgersi ancora a Gary Neal, 22 punti con tanto di allungo decisivo (nonostante una sua scriteriata scelta offensiva abbia dato al team di Dalmonte il pallone per vincere), ma almeno ci ha ricordato che nel nostro campionato non esistono solo stranieri. Poi, il dovere di cronaca impone di parlare della doppia doppia di Wallace, dei bombardieri Sakota e Van Rossom, di un buon Simone Flamini, di Hicks che ha sbagliato un po’ troppo per acciuffare la partita. E di questa Pesaro che non merita di stare a zero, come pure questa Treviso di definirsi giovane, se l’unico del vivaio ad essere davvero utilizzato da Vitucci è stato De Nicolao, una manciata di minuti mozzafiato a inseguire Green. Comunque. Per restare in tema anticipi, Siena ha, come previsto, macinato Teramo, nonostante il lavoro sottocanestro di Thomas e i punti di Poeta (che luccicherà meno dei compaesani Nba, ma resta terribilmente concreto). Ci chiediamo solo che incantesimo usi Pianigiani per integrare con simile facilità i nuovi arrivi: Zisis e Hawkins si stanno già divertendo, senza che i leader McIntyre e Sato Read The Full Story…

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By peaclaudio | Giugno 24, 2009 - 5:12 pm - Posted in Sarti poeti e navigatori

di FRANCESCO SARTI

Speriamo sia vero. Frank Vitucci, nuovo coach della Benetton Treviso, ha declinato parole al miele per il team del prossimo anno: “Sì, avremo i due terzi della squadra tra i 18 e i 22 anni, un progetto così a livello italiano non ha paragoni, faremo giocare almeno cinque ragazzi provenienti dal nostro settore giovanile e avremo una squadra unica nel suo genere. Ci sembra un progetto eccitante, che potrà portare frutti importanti”. Speriamo sia vero, e cioè che finalmente un rilevante spicchio del basket italiano si decida a puntare sul vivaio senza inganni e reticenze. Troppe volte, in questi anni, da quando la sentenza Bosman ha reso le frontiere una sorta di disco-bar, abbiamo assistito a proclami, dichiarazioni d’intenti, speranze. Ci affanniamo ancora a dialogare sulle quote dei giocatori: nazionali(zzati), comunitari, extracomunitari, introducendo concetti oscuri e a tratti paradossali, come gli italiani di formazione. Viviamo di proposte, leggi e controleggi, che rendono le squadre dei patchwork indistinti, infarcite di stranieri USA e getta, che arrivano e ripartono senza aver staccato le dita dalla valigia. E tante sono state le motivazioni, per questo clima carnevalizio: i trend di mercato, i costi degli italiani, il rapporto prezzo-qualità, ecc.. Non abbiamo mai capito, tuttavia, perché ci si debba vergognare di utilizzare i giovani, quasi che farli giocare ed esporli al rischio del fallimento (anche mediatico) significhi per forza perdere, e non attirare gente al palazzetto. Invece. Un esperto giramondo non è necessariamente più affidabile di un prospetto nostrano. Soprattutto diventa complicato innamorarsene, Read The Full Story…

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By peaclaudio | Dicembre 12, 2008 - 6:15 pm - Posted in Calci e veleni, Il basket nel cestino

Schiacciato dal mondo del calcio e turbato dai suoi drammi esistenziali, provo a ritagliarmi uno spicchio di lunetta in quello del basket, ma √® un’impresa (quasi) disperata.¬†Come si fa infatti ad ignorare il dramma, e parlo sul serio, per esempio di Adriano e della sua dipendenza all’alcol? Non gli manca niente per vivere da miliardario ed essere strafelice:¬†no, deve¬†disperatamente complicarsi la vita ogni tre per due.¬†La gente non capisce e lo demonizza cacciandolo fariseicamente dal tempio. Anche Mourinho per me sbaglia: invece di proteggerlo, lo emargina. Invece di cercare di comprenderlo, l’offre in pasto agli avvoltoi. Adriano √® probabilmente un etilista-dipendente, quindi va solo curato e la miglior soluzione al grave problema potrebbe essere forse quella d’affidarlo in cura ad una clinica svizzera. O no? Gigi Buffon √® caduto in depressione ed √® stato subito capito.¬†Come¬†il mio caro Pessotto. Adriano no. Neanche sia l’unico divo degli stadi ad aver affogato tutto il suo malessere nell’alcol. Recentemente Serse Cosmi, che ho incontrato ad una simpatica cena perugina dopo “Luned√¨ gol“, facendomi molto ricredere sul suo conto, mi ha amaramante confessato d’aver¬†sbagliato non tanto come allenatore quanto pi√π ancora come uomo quando ha¬†trovato un suo giocatore completamente ubriaco,¬†nudo e riverso sul pavimento del bagno¬†accanto alla vasca strapiena di¬†lattine¬†(vuote) di birra. Quel ragazzo aveva un grande talento, al punto che Lucianone Moggi lo aveva strappato al Cagliari e lo aveva dato alla Juve di Carlo Ancelotti nell’anno dell’ultimo scudetto giallorosso. Anch’io avevo un debole per l’uruguagio di Paso de Los Toros, Fabian Alberto O’Neill Dominguez. Semplicemente Fabian O’Neill. Ricordate? Aveva tutti i numeri per diventare una stella, doveva essere l’erede annunciato di Zidane. E adesso: chiss√† che fine avr√† mai fatto dopo aver fallito nel Perugia di Cosmi. Perso nell’oblio in qualche squadra di poco conto del Sudamerica. Ancora Read The Full Story…

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