OSCAR ELENI da Hillsboro, stato dell’Oregon, dove nell’istituto per la ricerca sui primati stanno studiando qualcosa che possa aiutare l’uomo a non diventare obeso. Ci sentivamo chiamati direttamente in causa dopo aver ascoltato la musica del bosco, in California, nella Muir Wood National Monument dove potevamo giurare di essere scesi sotto i 100 chili senza perdere appetito, ma soltanto qualche pezzo di un corpo non certo destinato al futuro in medicina. Perché tanto lontano? Per poter dire a voce alta che il falso è tutto, come suggeriva Giorgio Gaber. Falsa la nazionale che vedremo a Milano, false le stelle che vedremo al Forum, falsa la magia di Peterson che è riuscito a modellare facce più brutte di quelle che fecero saltare i nervi al povero Livio Proli e fecero saltare la panchina di Piero Bucchi che poi si è sentito tradito da tutta la quadrglia Armani. False le dimissioni di Ettore Messina se davvero sta già lavorando per Milano, falso credere che sia vero questo gambetto alla Real casa del nostro allenatore numero uno, falsi certi americani come Allan Ray che dal primo giorno, era la povera Roma a doverlo sopportare, ha la faccia della vittima di chi non è in grado di capirne il genio cestistico, falsi i centri dell’Armani, falso il commento Sky sulla bolgia romana, ma ormai ci siamo abituati Read The Full Story…

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OSCAR ELENI  da Bilbao, paesi Baschi, dove al mattino le strade vengono pulite da furgoncini che emettono una sostanza al limone capace di farti dimenticare l’urticante astiosità di chi ama così poco il basket da vederlo sempre con troppi difetti. Certo che le partite non sono belle come dicono i menestrelli di Sky, certo che nonno Peterson non è una novità che possa inebriare un Paese di vecchie comari come questo, ma, accidenti, annunciare un inserto sportivo e poi propinarci la solita solfa, andando persino fra i canguri e l’Open di Australia, sembra davvero troppo. Nel Casco Viejo gargarismi col sidro, poi Mercado della Ribera sul fiume, pranzo coi pintxos, bevendo txacoli, prima di radunare gli amici usciti dal Guggenheim per leggere insieme, a voce alta, mandando messaggeri in Italia, nelle case di campagna di tutti i proprietari di squadre di basket, ma anche soltanto di squadre sportive, questo pensiero sublime di Boscia Tanjevic sui giocatori di Roma, in particolare, sui boia chi non molla, sui ragazzi Giba e dintorni, che hanno voluto la testa dela Battista Boniciolli mentre le loro Salomè brindavano alla vaccinara: “Qualcuno di loro gioca come se non volesse fare la doccia. Questi sono strapagati per ciò che fanno. Gli operai della Fiat discutono per un aumento di 30 euro e qui c’è gente che prende 30 mila euro al mese. Ho parlato con due, tre di questi. Non è cambiato nulla. Bisognerebbe metterli a posto perché imparino adesso e possano affrontare più facilmente la vita quando smetteranno con il basket”.

Dite voi se queste non sono parole alate, verità indiscutibili. Uno dissente: questo succede dove le società sono molli come budini, dove chi paga ascolta i cortigiani invece dei professionisti. A Siena non accadrebbe mai. Bravo. Hai detto Siena e pensi che gli altri siano sintonizzati tutti sul monte Alxanda dove Minucci sta catechizzando Marko Jaric guardando nei suoi occhi per vedere se gli è rimasta la cattiveria bolognese, quella dei giorni Read The Full Story…

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                                                                     di FRANCESCO SARTI

Probabilmente è una bufala, come quella di Mancini, Vialli e Vierchowod tutti alla Juve in soluzione unica. O il ritorno di Jordan in Italia. O la morte di Elvis. O invece. La Gazzetta on line ha riportato, poco fa, che Dan Peterson è il nuovo allenatore dell’Olimpia Milano. Sostituisce Piero Bucchi, qualche giorno prima di compiere 75 anni. Se è una bufala, ditecelo subito. Perché altrimenti prendiamo il primo biglietto possibile per una partita dell’Armani, ci piantiamo in tribuna qualche ora prima della palla a due e aspettiamo di rivedere dal vivo uno dei miti dell’infanzia, dei compagni dell’adolescenza, delle certezze dell’età adulta. Diceva Flaiano che la parabola di una carriera è scandita da locuzioni nitide: giovane promessa, solito stronzo, venerato maestro. Per anagrafe, di Peterson abbiamo conosciuto solo l’ultima, da quando ci faceva innamorare del basket Nba con le sue telecronache dal “Pandemonio” del Boston Garden, oppure, qualche anno più tardi, ci salutava da un playground di Salsomaggiore, l’estate in cui il suo Nba Camp ospitava Ron Rothstein e Kenny Smith. Intanto, avevamo conosciuto gli ultimi successi: la leggendaria rimonta della Tracer Milano contro l’Aris Salonicco in Coppa dei Campioni, la vittoria in finale contro il Maccabi Tel Aviv col commento di Aldo Giordani, il ritiro prematuro dalle scene sportive, per far scintille solo dietro ai microfoni. Peterson è tutto questo: America, accento inimitabile, basket, memoria storica, dato inconfutabile, spettacolo, televisione, wrestling, entusiasmo, curriculum, fotografie, spot, titoli, D’Antoni-McAdoo-Meneghin, anni ottanta (e poi novanta e duemila e oltre), commento, critica, punto esclamativo. E più di ogni altra cosa: coach. Come lo chiamano tutti, come sarà sempre Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dalla casa sbagliata dove mi ha fatto andare il Tarozzi, collega bolognese che ricorda Amici Miei, per cercare le origini di John Kociss Fultz. Spinto dalla passione sono arrivato in Nuova Zelanda, a Marlborough, dove l’azienda vinicola Framingham attirava di più della cittadina del Massachusets dove oltre sessant’anni fa è nato appunto John Kociss Fultz. Diciamo che la scusa per bere molto l’abbiamo presa dal famoso Basket petulante day di Sky, quello dove ti fanno venire il mal di testa e un sacco di rimorsi perché non vedi quello che loro stravedono, perché non ti sembra possibile l’assoluzione a prescindere per certi giocatori che fanno porcate da licenziamento in tronco, molto prima degli allenatori che mettono su una strada, eh sì la maggioranza di quelli che abbiamo visto sul campo il 2 gennaio aveva alle spalle notti senza sonno, bevute esagerate, con la testa persa ben oltre l’ultimo petardo. Certo la Nuova Zelanda non ci ha curato, mentre nella culla dei Fultz hanno un centro per lo studio sulle malattie cardiovascolari, sulla chiururgia per il cuore che potrebbe aiutare quando batte troppo forte per certe emozioni. Eh sì ci siamo persi e siamo anche rinati leggendo la vita di Fultz, passata attraverso l’età dell’oro varesina, diventata epica nel regno di Torquemada Porelli, ragionando a posteriori sulle cose che ci ha detto quando lo incontrammo a Domegge in uno dei camp che Ottorino Flaborea organizzava per Dino Meneghin, guardandolo insegnare, lo fa anche adesso a Napoli, ma su una cattedra, non sul campo. Dicevamo del tavolo neozelandese scolpito da Pirilampe di Atene: ci siamo alzati con la testa che girava. Troppo di tutto. Troppo bello per sembrare vero, troppo brutto Read The Full Story…

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By peaclaudio | Dicembre 17, 2010 - 10:07 pm - Posted in Il basket nel cestino

                                                                         di CLAUDIO PEA 

Brucia a me che adoro Siena. Figuratevi quanto può scottare ai tifosi dell’Armani e a Livio Proli questa caporetto di Milano in Eurolega. Una sconfitta con i valenciani senza scusanti tanto per cominciare. E tanto per parlar chiaro. A Biella o al Forum o al Palalido sarebbe stata l’identica cosa quando perdi non per un canestro, ma di quindici punti, non salti a rimbalzo nè in difesa né in attacco, pasticci anche nelle rimesse laterali e tremi come il mendicante all’angolo della strada piegato in due dal gelo di questi giorni polari. Un valido appiglio potrebbe essere l’assenza di Jonas Maciulis e in effetti il ragazzo di Kaunas è l’unico giocatore di Giorgio Armani che farebbe comodo anche a Simone Pianigiani se non costasse il doppio di David Moss e se il Treccine di Chicago non avesse giocato la partita che ha dipinto e infiocchettato ieri sera al Fenerbahce. Però è anche vero che nessun dottor di Milano, neanche l’amatissimo professor Carù che pure mi ha cambiato la vita e al quale sarò riconoscente in eterno, ha proibito a Proli e al general manager Pascucci d’acquistare a gettone un sostituto di Maciulis. Non so, magari spendendo anche gli stessi soldi che sono serviti per prendere a nolo un Van Den Spiegel che ormai piace solo a Franco Casalini anche se il lungagnone belga è diventato più instabile di un fenicottero che sta in piedi per scommessa su una zampa sola.

Una disfatta che la Gazzetta, madre di tutti noi, avrà la bontà di spiegarci almeno domani visto che oggi non l’ha fatto con il suo inviato a Biella che ha incipriato la partita d’Eurolega come una bella donna un po’ avanti con gli anni fa di solito per nascondere invano le pieghe della pelle. Non ho il piacere di conoscere Paolo Bartezzaghi che da quel che mi risulta, ma potrei sempre sbagliare, è il fratello di Stefano, l’enigmista e scrittore per il quale va letteralmente pazza la mia Tigre. Ora magari il nostro ne capirà di pick and roll Read The Full Story…

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                                                                 di CLAUDIO PEA

Tutti in carrozza, si parte: ricomincia il viaggio. Noccioline americane e telecomando, My Sky in camera e in soggiorno: mi costa l’occhio della testa, d’accordo, però vuoi mettere la libidine, davvero impagabile, di sapere che non mi perdo niente e posso vedere tutto. Quando e come voglio. No, non è uno spot e neanche una lusinga. Tu chiamale se vuoi erezioni. O, meglio, PeaNuts, con la pi maiuscola, è ovvio, così anche il mio ego è completamente appagato. Se non sei un po’ pieno di te stesso, se non sei un cicinin curioso e sfacciato, imprudente e ostinato, lascia perdere: questo non è il tuo mestiere, mi disse un giorno mio cugino che era la voce del “Calcio minuto per minuto”, il cuore e l’anima di una trasmissione radiofonica che si era inventato e che ha portato il calcio nelle case di tutte le famiglie italiane. Un genio del giornalismo mai abbastanza apprezzato. E troppo presto dimenticato: Roberto Bortoluzzi, il mio primo maestro. Poi ne ho avuti altri: Franco Grigoletti per esempio al Giorno e Oscar Eleni nelle trasferte di tutte le settimane dell’anno, sole o pioggia, giorno o notte, ma non diteglielo: al grande Orso non piacciono i complimenti. Però ha ragione da strafottere quando nei giorni scorsi ha scritto che la presentazione della nuova stagione all’Arena del Sole, nel centro di Bologna, non meritava neanche una riga. Perché tutti avevano fretta e molti buoni motivi per correre a prendere il treno o scappare in macchina. Ma la nostra pallacanestro era un’altra: un buon bicchiere di vino e un brindisi. Seduti a tavola. Raccontandocela, confrontandoci, magari anche prendendoci per il cesto. Come si faceva con l’avvocato Porelli. Questa sa solo d’America, acqua e popcorn, e di un mondo mille miglia lontano dal mio che lascio volentieri alle lavagnette e al pick and roll della Banda Osiris. Così fredda e così bugiarda. Eppure urlata e apparentemente sovrana.

Poco distante, sempre in via Indipendenza, c’è la bottega del salumaio. Ho comprato i tortellini e me li sono fatti fare dalla Marisa in brodo. Brodo di cappone, sia chiaro, e non di dado che sa di poco o niente. Come troppi presidenti che non si muovono mai di casa, eppure vorrebbero essere amati e dettar legge. Ho perso il filo. Tranquilli, lo riprendo in fretta. Ho tutto scritto sul notes. Ma prima vi voglio confessare che, di tortellini, me ne sono fatti tre piatti. Così vi ho presi per la gola e adesso potete digerire anche le mie cavolate. Peanuts dunque. Cominciando dalla Legadue e da Reggio Emilia-San Severo. Stefano Michelini che dice: “Adoro Frosini” Read The Full Story…

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                                                                  di CLAUDIO PEA

Non so se ci avete fatto caso. Io sì, curiosando tra la pila di giornali che la Tigre vorrebbe scaricare fuori dalla finestra nel cortile, dove una volta c’era un tabellone in plexiglas e un canestro con la retina a brandelli e ora ci sono le cucce e le scodelle per i pointers e i bracchi di mio fratello che non so neanche come si chiamino. Caccia e basket, odio e amore. Succede. Anche nelle stesse famiglie. Un pallino di quattro righe su Repubblica di sabato: “Oggi a Siena gara 4 della finale scudetto. Se Siena batte Milano sarà il quarto scudetto consecutivo dei toscani”. E così è stato. Peccato che si sia giocato al Forum di Assago e non nella città del Palio al PalaMensSana di viale Sclavo. Può capitare, ci mancherebbe altro, specie nella redazione dove non c’è più amore per la palla nel cestino come quando le penne del basket erano quelle (preziose) di Walterino Fuochi e Emanuela Audisio, che magari pendeva dalle labbra del Vate Bianchini, ma alla quale era sempre un piacere rispondere per le rime. E come l’anno scorso, canticchiando il vecchio motivetto dell’estate, “sul mare col patino”, il Montepaschi ha festeggiato in casa di Giorgio Armani un altro secco e vaporoso 4-0 tricolore. Una finale che è durata poco: una settimana appena. Peccato sul serio. Da domenica a sabato. Tra un temporale e un acquazzone di giugno. Con una serie di risultati da non dimenticare soprattutto a Milano: 100-80, 81-59, 88-75 e 93-69 sempre per la magnifica armata di Sato e McIntyre, Eze e Stonerook, ma anche di Hawkins e Lavrinovic, Domercant e Zisis, Ress e Carraretto che sarà convocato in nazionale. Fatti due conti, in totale 372-283. Uno scarto di 91 punti in quattro gare. Una voragine, un abisso, un’esagerazione. E comunque troppi perché l’Armani possa essere lo stesso felice di un secondo posto che può fare molto ma molto comodo a Pierino Bucchi, che solo così poteva e probabilmente ha potuto salvare la panchina, ma che non può piacere al padrone del vapore che ha scucito gli stessi soldi, euro più euro meno, della Banca che esiste dal 1472 senza riuscire manco con un’unghia a graffiare lo strapotere senese. Come invece Read The Full Story…

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