OSCAR ELENI in fuga da Vancouver, dai tranquillanti per le notti nella sempre troppo affollata Casa Italia dove cominciano le vere sconfitte, dalla città dove acqua vetro e vento aiutano a dimenticare le cadute sul ghiaccio di Carolina, le cadute di stile verso l’angelica Kostner del presidente Petrucci, il numero uno del Coni che, come sappiamo, quando lo fai arrabbiare, non porge mai l’altra guancia e ti aspetta al varco per darti una stangata. In Canada ha colpito una stella caduta e forse cadente, oltre al presidente federale dello sci che gli fece la guerra, nel basket lo trovammo crudele ed esagerato anche con Sandro Gamba, poi ha continuato e non si è fermato neppure quando ha visto i “suoi uomini” dalla schiena dritta, lo dicono loro però, tormentare il povero Maifredi che aveva osato, per una volta, non essere d’accordo su certe scelte che puzzavano di greggio, di maso, di stallatico. Venuta l’ora d’abbandonare West Broadway e il sushi di Tojo Hidekazu, ci siamo chiesti, come sempre, perché le luci della ribalta, una volta ogni quattro anni, accecano ragazzi che si vantano di essere diversi da quelli del calcio, ma poi fanno le stesse cose appena vedono un microfono, una ballerina, un dollaro: la verità è che anime semplici si complicano tutte le volte che provi a studiarle, a giustificarle, a cercare una motivazione più forte del pecorino toscano. Siamo nati per le imprese, partire da sfavoriti aiuta sempre, il coraggio oltre l’ostacolo, ma se non mi autorizzate a perdere allora sbrago. Succede anche nel piccolo mondo del nostro basket dove nel pensatoio per la riforma campionati Read The Full Story…
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OSCAR ELENI
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OSCAR ELENI dal set romano di Pedro Almodovar per dimenticare etere e punti incrociati sulla pelle, per non scordarsi che se vai in un ospedale pubblico, tipo il San Paolo a Milano, se trovi una squadra come quella di Franco Disperati, allora puoi anche soffrire, ma sei sicuro d’essere in buone mani e il chirurgo meriterebbe un premio, ma, per adesso, deve tenersi le maledizioni di chi ogni mattina si alza e vede nero, di chi risponde con la voce che arriva da molto lontano, dai giardini della disperazione anziana, da chi magari sembra più scortese del solito con i pochi amici che lo hanno chiamato dopo essersi allarmati per le notizie non buonissime dal fronte della chirurgia dove l’uomo diventa cicatrice. Scusa Santi, scusa Sandro, scusa Toto, anche se la digressione sul golf ci ha fatto venire i brividi. Sono giorni di abbracci rotti nel basket che non ha una Penelope Cruz da stringere fra le braccia, ma soltanto gente che ha voglia di litigare senza averne la forza intellettuale per reggere l’urto. Carlo Recalcati conferma che soltanto il suo avvocato ha rapporti con Meneghin e La Guardia, ormai il vicepresidente vicario, bisogna citarlo sempre perché sembra lui il pilota del barcone federale, come dicono nel generone romano che riabbraccia Gino Natali, tornato a casa Toti da dove era uscito, se ricordiamo bene, sbattendo la porta. Milano respira. Recalcati, invece, non conferma le cifre sopra gli 800 mila euro dell’ultimo contratto perché, come sanno bene all’ufficio imposte di Cantù dove lui è il quinto contribuente, non va oltre i 512 mila lordi, quindi restando sotto quello che invece incassa al netto qualche suo collega. Abbracci rotti fra Pesaro e una proprietà che non ha mai voluto credere al valore delle tradizioni, ma questo sembra un malessere che prende tanti per la gola. Spezzatino d’affetti anche a Milano dove i maligni avevano persino visto David Blatt gironzolare intorno alla piscina vuota del Palalido