By peaclaudio | Febbraio 9, 2011 - 5:30 pm - Posted in I lunedì da Oscar

                                                                       di OSCAR ELENI

Le persone che si amano o che hai amato non ci sono per nessuno. Sono altrove, lontano più della notte della vita misera che stai vivendo aspettando il gong. Più in alto del giorno. Luce accecante come sono gli amori infiniti, i primi e gli ultimi. Ecco come ci sentiamo adesso che se ne è andato Cesare Rubini, campione della vita e dello sport,uomo che è nella casa della gloria per il basket, che ha fatto diventare popolare in un paese che pensava soltanto agli Harlem, ma anche per la pallanuoto di cui era un maestro cantore, un difensore senza ostacoli etici. Della sua gloria sportiva saprete tutto, scudetti, oro olimpico, ne sapreste ancora di più se la Libreria dello Sport avesse sugli scaffali il libro che scrivemmo con Aldo Pacor, lui per amicizia e condivisione di vita grama e poi meravigliosa, noi per un caso, per una scelta nel giorno in cui decidemmo di abiurare con il calcio per seguire una palla a spicchi. Sul resto vi diciamo subito che abbiamo passato la notte di veglia seguendo la strada di Jacques Prevert, poeta che come lui non aveva mai voluto finire gli studi, che fingeva di non saper scrivere anche se riusciva a leggere l’anima di tutti noi alla perfezione, perché ci sono poesie che si adattano perfettamente al Principe leone che aveva paura veramente soltanto dei gatti e dell’ottusità di un burocrate, anche se perdeva poco tempo fra i collezionisti di gomme e pennini e puntava diritto al cuore: “Mi dica- il tono era del baritono da golfo mistico triestino impegnato nel ramo pirotecnico- chi comanda”. Si infilava ovunque. Alle Olimpiadi, da atleta, dirigente, riusciva sempre a sedersi nel palco delle autorità durante la cerimonia d’apertura. Aveva la faccia giusta per mandare in bambola chi osava fissarlo troppo a lungo, a parte i gatti appunto. Se voleva entrare in un museo chiuso al pubblico diventava ambasciatore, se voleva qualcosa non badava all’ora in cui telefonava, anche perché il suo vero grande maestro negli affari della vita e dello sport era l’Adolfo Bogoncelli che chiamava sempre all’alba. Sono Rubini. Rispondeva sempre così al telefono, si presentava sempre così alla gente. Bastava ed avanzava diceva il suo amico Pedro Ferrandiz, guru Read The Full Story…

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OSCAR ELENI  dalla terra degli Atavar dove fanno un gelato al limone straordinario. Da quel pianeta riesci anche ad esaltarti e a deprimerti guardando voi della Terra. Esaltante la difesa di Siena che nasconde i difetti dei nuovi: da prendere a legnate Hairston, da comprendere, ma non capire l’ex Rakovic. Su Jaric cautela, ma cresce. Grande Michelori, ma non dica che è stato il riposo dell’estate a farlo volare. Deprimente la Rometta che tiene fino al 30-30 e poi svacca, come sempre. Filipovski dice che per competere a certi livelli non puoi avere cali di rendimento così evidenti nella stessa partita. Lo sapevamo già, lo sanno tutti cosa tiene in tasca la Lottomatica. Te li saluto gli italiani Crosariol e Datome. Da incorniciare il Washington che svacca quando sembrava bello carico. Male anche i giovani slavi. Da incubo. Leggiamo, noi Atavar, che San Antonio impallina a 2 decimi di secondo i Bryant Lakers, davanti ad oltre 19000 persone. Anche a Belgrado erano oltre 19000 persone. Ci volevano palle e acciaio. Leggiamo che Bologna guida nell’affluenza del pubblico e per incassi. Sabatini è un genio e fa bene a servire polpette avvelenate all’agente dell’indifendibile Kemp. Leggiamo anche di società avvilite perché hanno tanti spettatori, ma sono indietro negli incassi, vedi Pesaro, ma si scopre pure che Varese è indietro nelle presenze del pubblico, ma molto avanti con gli incassi. Pericolose variazioni anche se diminuire gli omaggi non è mai stato un errore, ammesso che ci siano strade per riempire i palazzi davvero. Ad esempio: Milano contro Biella dovrà vivere sulla sua luna di Assago non servita da una metropolitana, servita soltanto da autobus di servizio sconsigliati a chi soffre la ressa.

Peterson e la sua legge: Siena non è qualitativamente più forte dell’Armani, ma ha meccanismi perfetti e per questo sembra irrangiungibile. Non sembra, è. Armani e la sua strana storia al centro: arriva Eze. Alleluia. Si fa male quasi subito. Sfortuna o…  Torna all’improvviso Petravicius nella Milano da imbottigliare dopo Treviso. Parlano di miracolo. Noi siamo perplessi, Read The Full Story…

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                                                                           di FRANCESCO SARTI

Adriano Galliani è impagabile. Dopo aver ostentato la miseria più nera per un mercato intero (prima non c’erano soldi per Luis Fabiano, poi sono arrivati Ibrahimovic e Robinho), ha saccheggiato la finestra di gennaio ingaggiando in serie Cassano, Emanuelson, Van Bommel, Didac Vilà e Legrottaglie. Infine, non contento, è pure riuscito a lamentarsi del fatto che il Chelsea, dal canto suo, ha appena messo sotto contratto Torres. “Dov’è il fair play finanziario?”, si chiede. Probabilmente allo stesso posto in cui era quando il suo Presidente scendeva in campo, negli ormai lontani anni ’80, comprando giocatori per due squadre pur possedendone una sola: bisognava pur sempre toglierli agli avversari. Così, grazie ai provvidi regolamenti federali, ecco la nuova corsa all’oro, il cosiddetto “mercato di riparazione”, dove i magnati penitenti si iscrivono all’ultima giostra e rimescolano le carte, e i valori, del campionato. L’Inter, onesta per antonomasia, ha messo a segno un colpo esemplare con Pazzini, che ha subito ripagato la fiducia (e i milioni) di Moratti insaccando due gol e mezzo nella sfida col Palermo. La Juve, abituata ormai ai fichi secchi, ha invece ripiegato su Toni, finchè, subito rotto anche lui, si è consolata con Matri, che solo domenica ha segnato una doppietta, ma con la maglia del Cagliari. Il tutto, senza considerare l’abortito arrivo di Floro Flores, talmente amato dai potenziali nuovi tifosi bianconeri da vedersi il sito invaso dalle loro ingiurie, alla vigilia della chiusura dell’affare. Follie, ma quel che accade in questi giorni è deliberatamente all’insegna dello squilibrio e della falsificazione. La Sampdoria, tanto per fare un nome, ha iniziato la stagione con la coppia-gol Cassano-Pazzini, e adesso si ritrova con Macheda e Maccarone, non proprio la stessa cosa, nonostante i noti trascorsi in Premier.

Cosa implichi questo turbillon di scambi è facilmente intuibile: risultati a sorpresa, gap tra le squadre ricche e le altre ulteriormente dilatato, rapporti di forza al vertice improvvisamente scompaginati. Col rischio di premiare, alla fine, chi ha comprato di più e più in fretta, con la stessa logica del pit-stop decisivo cara alla Formula uno degli ultimi anni. Varrebbe anzi la pena di consigliare ai preparatori atletici delle pretendenti al titolo di studiare una tabella apposita, per far sfogare i campioni di turno nei primi mesi del campionato. Tanto, poi, arrivano i sostituti. Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dalla Collina delle Croci, nella contea lituana di Siauliai,dove l’Italia gocherà dal 31 agosto le sue carte per un posto a Londra 2012, Giochi olimpici lasciati al sole di Atene e Sydney, sfidando Serbia, Germania,Lettonia, la più vicina al borgo di Siauliu Apskritis, Francia e Israele. Per qualcuno pesca fortunata, per altri girone di ferro. Dipende dalle croci che ti porti dietro, da quelle che hai in squadra se il tuo pivot è lunatico e pericoloso per il gruppo, da troppe cose perché il destino di molte squadre lo deciderà il nume tutelare che garantisce ai giocatori Nba di starsene a Formentera, secondo Santi Puglisi questo è il buen retiro per tutti i cestisti che non hanno voglia di farsi un mazzo tanto, insomma in vacanza attiva come non direbbero Cuzzolin e Bargnani che ci danno dentro davvero nei mesi senza agonismo, piuttosto che rischiare problemi intestinali, digestivi, per cibo e compagni strani che pensano di essere bravi come te che sei stato tritato nel sistema Stern. Insomma diamo tempo a Simone Pianigiani di studiare un po’ la parte adesso che sembra indeciso fra il rigore messiniano, dopo aver sbattuto sull’ultima paratia stagna del Real quando sembrava che la casa blanca fosse allagata, e la voglia di farsi odiare alla Mourinho visto che adesso, quando vince in campionato, replica che sono risposte a chi aveva trattato male i campioni in Coppa. A noi va bene e avanza il piccolo figlio della Lupa con la sua giovanile arroganza e la sua meravigliosa modestia immodesta. Non abbiamo letto da nessuno parte critiche vere al Montepaschi. Sfiga, sì, sulla sfiga che ci vede sempre benissimo con Siena europea, hanno duellato un po’ tutti, ma la verità è che se giovedì, davanti ai 18000 del popolo Partizan, non ci sarà la grande prova, ci troveremo con l’Italia alla finestra, ancora una volta, nell’Eurolega che ci tratta sempre come terzo mondo del sistema anche perché se gli altri fanno incassi, hanno entusiasmo, da noi si scivola sul bagattismo precoce, dovendo già sopportare l’eclisse dei sensi seguendo le filastrocche di Sky.

Se una mattina ti svegli con un Gallinari che ne segna 29 a Detroit, poi scopri che il “ perfido” D’Antoni ha ritrovato in panchina quello che era il gigantesco prospetto russo Mozgov. Dopo tante partite di non entrato per scelta tecnica, cosa che capita anche a Pekovic e Splitter, il biondone ha giocato 40 minuti, segnando 23 punti, restando in campo, dicono dalla Mela Grande, anche dopo i primi 4 minuti di nefandezze. Ispirazione dantoniana e ne siamo felici. Togliamo quindi dalla collina lituana, per un giorno, la croce Knicks, ma restano tutte le altre e ogni squadra di serie A ha le sue Read The Full Story…

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                                                                     di CLAUDIO PEA

Stavolta me la sono presa comoda. Molto ma molto comoda se il rientro a Venezia da Siena non è stata una folle corsa nella notte come negli anni ruggenti con l’Orso Eleni al fianco che non la smetteva mai di parlare per tenermi sveglio e non farmi uscir di strada sull’Appennino specie in quel tratto da Roncobilaccio a Pian del Voglio che detesto più dell’Inter di Moratti e le lavagnette di Tranquillo messe insieme. C’è chi può e chi non può. Io può, diceva quel presidente del calcio che anche non gradiva il caviale perché, raccontava, aveva troppe spine che gli restavano sempre in gola. Più che le spine, dovevo digerire un bel rospo. E più della caduta del Montepaschi col Real Madrid dovevo allontanare da me il fastidio di sentire la stessa gente che all’intervallo non aveva il minimo dubbio: “Simone è diventato più bravo di Messina”, mentre trequarti d’ora dopo criticava “quel Pianigiani che avrebbe anche potuto far giocare Aradori e Ress”. Come no? E pure il Michelori in abiti borghesi. Tutto il mondo è paese. E Siena non fa eccezione. Anche se la amo come la mia Venezia. Anche se ha le sue contrade e dovrebbe ormai averlo imparato meglio di tutte le altre che ogni volta non si può vincere il Palio. Anche se ha intorno le belle colline nelle quali è facile perdersi, come ieri ho fatto io col mio amico Nico, e più facile ancora dimenticare il mondo intero coi suoi vizi e i suoi cavalieri, le sue Santanchè e i suoi giullari.

C’è una collina lassù sopra Montalcino, a seicento e pochi metri, che si chiama il Passo del Lume spento, dove già solo il nome t’invita all’oblio e fanno del vino e dell’olio da andare via di testa. Da capottarsi, come dice il mio amico di merende. Se fa il bravo, e la smette di compiangere chi non merita invece neanche un rigo, alla prossima occasione ci portiamo anche l’Orso Eleni per andare poi insieme a mangiare e bere, meglio ancora, alla trattoria del Leccio, a Sant’Angelo in Colle. Tanto più che poi, come sempre, guiderò io. Imparando che il miglior Brunello è quello della vendemmia del 2004, pochi mesi dopo il primo scudetto di Siena e l’argento olimpico di Atene Read The Full Story…

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By peaclaudio | Gennaio 24, 2011 - 2:30 pm - Posted in I lunedì da Oscar

Pino Pino. La gente lo accoglieva così quando il Simmenthal, l’ultima vera Olimpia, andava all’assalto. Noi, piangendo lo gridiamo ancora adesso che se ne è andato a 62 anni e non poteva essere che il cuore, il suo grande cuore, a tradirlo, perché regalava alla gente felicità,ai compagni amicizia vera, al gioco che amava tuttta la sua straordinaria forza di goriziano nato per andare sempre all’attacco. Impeto e assalto, ma aveva testa, sapeva sempre dove fermarsi e colpire. Arresto e tiro. Poesia in movimento. Ci è mancato tanto quando il grande basket lo ha costretto ad uscire dalla scena, perché non aveva imparato a mettersi in maschera come piaceva a troppi dirigenti che ci hanno poi portato alla deriva. L’ultimo dei miei eroi diceva Cesare Rubini accarezzandolo nello spogliatoio di Bologna, dopo lo spereggio perduto contro Varese, il terzo in tre stagioni, due sconfitte, una vittoria quella del 1971-72, il suo unico scudetto. Era il giorno del grande addio per lui e per Arturo Kenney che dall’America cercherà di venire per accompagnarlo nell’ultimo viaggio e speriamo che la nuova Olimpia gli dedichi qualcosa di più di un freddo comunicato stampa, anche se il passato pesa, ma con Peterson questo non accadrà perché anche lui lo amava alla follia, pur non avendolo mai allenato. Ci viene da piangere, ma lui, stringendoci un braccio con quelle mani che erano tenaglie, ci dice soltanto arrivederci e speriamo che abbia voglia di tenerci un posto vicino a lui, come quando si viaggiava e non ci si annoiava mai perché erano ancora lontani i tempi bui dove sui pullman, sugli aerei, i giocatori non pensavano soltanto ai fatti loro, perduti nell’ottusità delle cuffiette o dei telefonini.

Una carriera splendida, non onorata dalle vittorie che meritava, anche se questo goriziano nato il 19 novembre del 1948, cresciuto in una delle più belle scuole di basket di questo paese, svezzato da Jim McGregor che amava il suo modo di attaccare sempre il canestro, cresciuto come giocatore e come uomo nel regno del principe Rubini Read The Full Story…

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OSCAR ELENI  da Bilbao, paesi Baschi, dove al mattino le strade vengono pulite da furgoncini che emettono una sostanza al limone capace di farti dimenticare l’urticante astiosità di chi ama così poco il basket da vederlo sempre con troppi difetti. Certo che le partite non sono belle come dicono i menestrelli di Sky, certo che nonno Peterson non è una novità che possa inebriare un Paese di vecchie comari come questo, ma, accidenti, annunciare un inserto sportivo e poi propinarci la solita solfa, andando persino fra i canguri e l’Open di Australia, sembra davvero troppo. Nel Casco Viejo gargarismi col sidro, poi Mercado della Ribera sul fiume, pranzo coi pintxos, bevendo txacoli, prima di radunare gli amici usciti dal Guggenheim per leggere insieme, a voce alta, mandando messaggeri in Italia, nelle case di campagna di tutti i proprietari di squadre di basket, ma anche soltanto di squadre sportive, questo pensiero sublime di Boscia Tanjevic sui giocatori di Roma, in particolare, sui boia chi non molla, sui ragazzi Giba e dintorni, che hanno voluto la testa dela Battista Boniciolli mentre le loro Salomè brindavano alla vaccinara: “Qualcuno di loro gioca come se non volesse fare la doccia. Questi sono strapagati per ciò che fanno. Gli operai della Fiat discutono per un aumento di 30 euro e qui c’è gente che prende 30 mila euro al mese. Ho parlato con due, tre di questi. Non è cambiato nulla. Bisognerebbe metterli a posto perché imparino adesso e possano affrontare più facilmente la vita quando smetteranno con il basket”.

Dite voi se queste non sono parole alate, verità indiscutibili. Uno dissente: questo succede dove le società sono molli come budini, dove chi paga ascolta i cortigiani invece dei professionisti. A Siena non accadrebbe mai. Bravo. Hai detto Siena e pensi che gli altri siano sintonizzati tutti sul monte Alxanda dove Minucci sta catechizzando Marko Jaric guardando nei suoi occhi per vedere se gli è rimasta la cattiveria bolognese, quella dei giorni Read The Full Story…

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