By peaclaudio | Aprile 20, 2010 - 5:50 pm - Posted in Sarti poeti e navigatori

                                                               di FRANCESCO SARTI

È innaturale pensare che Raimondo Vianello sia morto. Troppo sveglio per essersene andato nel sonno, troppo lieve per avere a che fare con la pesantezza del lutto, lo stillicidio delle commemorazioni. E troppo brillante, pure, per dare alla morte uno spessore diverso da quello che aveva sempre assegnato alla vita: partner da rispettare ma da non temere, su cui ironizzare ma senza riderne, da guardare con distacco ma non essendone estranei. Faceva di qualsiasi cosa la sua spalla: del varietà, del gioco a premi, perfino del Festival di Sanremo. E ne ebbe in cambio la dedizione assoluta della sua più grande complice, la moglie Sandra Mondaini, che ha scelto il bianco per il necrologio, dopo una vita a colori tra sit-com e palcoscenici. Siamo di parte, lo ammettiamo: per motivi anagrafici non abbiamo conosciuto il protagonista della rivista che faceva ridere con Ugo Tognazzi, ma ci pare di poter dire, dai filmati di repertorio, che di entrambi preferiamo la maturità. L’uno (Tognazzi) liberò la splendida amarezza al cinema, l’altro (Vianello) diluì l’inesorabile umorismo in televisione. Quest’ultimo è il nostro Raimondo: lo showman col quale dovevi essere sempre vigile, perché da un momento all’altro ti avrebbe spiazzato il cerimoniale, riducendo se stesso e i suoi compagni di ventura a esseri umani, non più personaggi, non più divi. Fu quella l’intuizione con cui aprì agli italiani le porte della sua casa immaginaria, prima con gli sketch del prime time, poi con l’irresistibile serie televisiva in cui teneva a bada, con stratagemmi invariabilmente destinati al fallimento, le peripezie della moglie. Era una specie di cartone animato, un appuntamento intelligente, Read The Full Story…

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By peaclaudio | Aprile 14, 2010 - 10:49 pm - Posted in Sarti poeti e navigatori

                                                        di FRANCESCO SARTI       

Torquemada ha fatto un passo indietro. Irretito forse dal nome, dalla maglia, dal proprio stesso passato, si è improvvisamente modernizzato, distinguendo peccato e illecito, sospendendo il giudizio, smettendo di inquisire. La prima pagina di oggi della Gazzetta dello Sport è un sommesso inno all’illuminismo, un’attenta disamina della presunta “sterilità” di una delle nuove intercettazioni di Calciopoli. Non c’è che dire: apprezzeremmo. Apprezzeremmo se queste parole così caute, questo contegno così avvocatizio, provenisse da chi si è sempre schierato a favore della sovranità della legge, del garantismo, dell’innocenza prima della condanna definitiva. Sfortunatamente, però, sono scritte sulla stessa carta di un giornale che solo quattro anni fa titolava, a caratteri cubitali, “Stangatona!”, esultando nell’orgia moralizzatrice per le condanne inflitte ai telefonisti non più anonimi. E sbattè in prima pagina i testi smozzicati delle chiamate, esaltando le lacrime del reo durante gli interrogatori e creando, al grido di Moggiopoli, il nuovo capro espiatorio. Fu un esempio classico di giustizialismo medievale, di processo mediatico, di esecuzione sommaria Read The Full Story…

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By peaclaudio | Marzo 1, 2010 - 11:33 am - Posted in Sarti poeti e navigatori

(fs) È mesto, mestissimo, vedere Carolina Kostner pattinare via dalle Olimpiadi, con la testa tra le mani e piegata su se stessa, al termine della sua terribile esibizione. Una, due, tre cadute di fila, come un pugile messo ko dalla sequenza delle proprie paure. Stavolta la condanna è senz’appello: non è bastato cambiare allenatore, trasferirsi in America, farsi affiancare da uno psicologo. E nemmeno riacquistare la credibilità perduta, agguantando Vancouver all’ultimo momento, quando sembrava destinato alle evoluzioni della pur brava Valentina Marchei. Ciò che fino a qualche giorno fa era un’insicurezza cronica, un tarlo infilato nei salti, è impietosamente esploso, ricacciando la Kostner molto più indietro del sedicesimo posto finale. Paradossalmente, visti gli strani meccanismi mentali che ci abitano, viene da dire che forse è addirittura meglio così: che solo un crollo del genere può consentire un vero recupero, una crescita definitiva. Anche perché non ci sono alternative. Anzi, banali come siamo, ci permetteremmo di consigliare al suo mentore Frank Carroll di farla provare in uno stadio, alla presenza di qualche rumoroso centinaio di comparse sulle tribune, pronte ad applaudirla o fischiarla come se fosse un campionato del mondo. Così, per abituarla al giudizio e alla precarietà. Il pattinaggio, d’altronde, è una versione singolare dello sport: fa dell’equilibrio tra talento, lavoro e motivazione il suo stesso scopo, la sua stessa immagine. Basta vedere la campionessa olimpica Yu Na Kim, che a diciannove anni piroetta sul ghiaccio come un alieno su un plenilunio, per rendersi conto del miracolo. O la splendida Joannie Rochette, che va in pista subito dopo la morte improvvisa della madre, ed esegue le combinazioni col peso del ricordo addosso, fino alla medaglia di bronzo. Loro sono rimaste in piedi, al di là del sorriso forzato che costringe le interpreti alla bellezza, in una sublime perversione estetica. Anzi, a proposito di emozioni, preferiamo senz’altro la Kostner in lacrime in attesa della giuria, di quella che dichiara per copione, dopo la disfatta, che riemergerà subito, e che il mondo non finisce a Vancouver. Non lo dica ai giornalisti, e nemmeno a Petrucci, che l’ha declassata ad atleta normale parlando più da tifoso che da presidente del Coni: lo dica a se stessa, ogni giorno, quando sarà nuovamente per terra, incerta, investita dalle urla del suo allenatore. Tanto, non appena giungerà il prossimo appuntamento (siano o meno i Mondiali di Torino, non è questo che conta), sarà la sala stampa a preoccuparsi d’accendere i microfoni e affilare le matite. Il resto è ghiaccio.

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                                                                                                       FRANCESCO SARTI

Run for cover. Lo diceva Alfred Hitchcock, ogni volta che era in difficoltà con un soggetto. Significava appunto correre ai ripari, andare sul sicuro, usare uno script di successo. Era vero al cinema, è ancor più vero nel basket, in cui implica, tradizionalmente, stringere la difesa, costruire le azioni, evitare di buttare palloni al cesso. Sembra banale, è difficilissimo. Andrea Mazzon lo sa bene. Per risollevare la Reyer, con l’aiuto di Tonino Zorzi, ormai il Tex Winter italiano, è dovuto correre ai ripari, scritturando nuovi attori (Young e Grant: Camata, al momento, è uno stuntman da allenamento) e chiamando le controfigure per quelli ammalati (Hafnar per Janicenoks, Robinson per Garris, pur se, nel secondo caso, si è infortunato anche il ricambio). In più col gusto della suspense, del disorientamento. Come Hitchcock, ama colpire già dalle scene iniziali. Mette giù un quintetto base totemico, intimidatorio: due lunghi come Grant e DiGiuliomaria sotto, uno più leggero come Allegretti da ala piccola. Ti dici che giocherà solo con l’alto-basso, solo sopra il ferro, come in effetti nel primo quarto del match contro Casalpusterlengo, la prima delle due vittorie casalinghe scacciacrisi. Già dai minuti successivi, però, ti accorgi che si tratta di un effetto speciale: Mazzon rimescola le carte, e rimpicciolisce i personaggi neanche usasse lo zoom, piantando il solo Rinaldi, sgraziato ma efficace, a sgomitare in mezzo all’area. Intorno, gli saltellano i Causin, i Meini, i Rombaldoni. E soprattutto il vero killer della situazione: l’irrefrenabile Alvin Young, che contro Brindisi si è esercitato nel tiro in corsa alla Navarro, avanzando sulle punte e infilando canestri a raffica. Però, non lasciatevi ingannare: non è solo un fatto statistico se il protagonista silenzioso del film è sempre un lungo: Grant contro Casalpusterlengo, Rinaldi contro Brindisi. È la sceneggiatura preferita dall’allenatore: mai esagerare con la transizione, mai affrettare, cercare sempre una soluzione ragionata. Senza concedere, dall’altra parte, tiri puliti o giocate fluide. La difesa, del resto, è il vero termometro della Reyer: se si abbassa per un attimo d’intensità, anche l’attacco diventa improvvisamente insicuro. Per non parlare della circolazione di palla nelle battute finali: una sequenza da incubo, in cui, contro il pressing avversario, la regia rivive le proprie paure e perde il filo del copione. Ci sarà da lavorarci, consapevoli che questo lascito del periodo nero non riguarda la squadra di Dell’Agnello ma buona parte degli attuali interpreti: già domenica, anzi, c’è un test critico implacabile al Festival di Pavia, scontro diretto determinante per chi, come i team appena rifondati, sente particolarmente gli umori e l’estemporaneità. Mazzon, comunque, ha molte incognite davanti, soprattutto in fase di montaggio: deve reinserire Janicenoks (che era il terminale principale ed ora dovrà convivere con le scorribande di Young) e il futuro sostituto di Garris. Arrangiandosi, nell’emergenza, con Meini e Rombaldoni, due giocatori agli antipodi: fisico e operaio il primo, mentale ed estroso il secondo. Gli sorride, peraltro, il responso del botteghino. Abilissimo, ringrazia appena può il pubblico del Taliercio: rumoroso, incessante, benchè intontito dalle pestifere trombette dispensate a piene mani prima del match. Bolgia d’antan, nonostante i pessimi tuoni finti da sala di doppiaggio. Si ha però la sensazione che questa squadra possa capire le virtù della continuità, cioè esaltarsi a turno, cogliere il momento, portare il mattone. Aspettando se del caso. Non tutti, infatti, hanno la sfrontatezza di Causin, ma all’occorrenza ognuno può tirar fuori il colpo di scena: leggasi Allegretti, che forse ha più talento di quanto non creda, e soprattutto Rinaldi, contro Brindisi un autentico rapinatore delle correzioni a canestro. Se questo sia il film che continueremo a vedere fino alla fine dell’anno, oppure solamente un trailer delle illusioni perdute, lo si scoprirà presto. Per intanto, però, meglio andare sul sicuro. Run for cover, per quattro rulli da dieci minuti.

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By peaclaudio | Febbraio 6, 2010 - 11:11 am - Posted in Sarti poeti e navigatori

                          di FRANCESCO SARTI

Be stupid. In questi giorni è lo slogan di qualcuno che vende jeans, ma noi, che siamo più seri, lo intendiamo subito come un ammonimento per nulla rivoluzionario. Essere stupidi per vivere meglio, accettare le cose per come avvengono, uniformarsi. Per esempio correre al cinema a vedere l’ultimo Muccino, ruminando nella testa il titolo-hit “Baciami ancora” (edizione Jovanotti) e immaginare che le imprese filmiche non abbiano nulla a che fare col disco-lancio. Oppure andare al San Paolo belli riforniti di laser, purché col raggio verde (e ci perdoni Rohmer, sublime regista morto da poco), e spararlo in faccia ai giocatori, per distrarli sul dischetto del rigore, oppure annebbiarli tra i pali. Così, per divertirsi. Essere stupidi per non capire del tutto le dichiarazioni del presidente De Laurentiis (quello del Napoli, non il produttore: non vi distraete col cinema), che al riguardo suggerisce di cambiare i controlli per adeguarli alla tecnologia. Vuol dire quella degli scanner aeroportuali, da introdurre negli stadi a corredo dei tornelli, oppure si riferisce all’evoluzione del cretino, che dalle monete da cento è passato alle spade di Luke Skywalker? Invece. Bisogna fare uno sforzo di stupidità in più per pensare che, adesso che la Juve è in mano a Zaccheroni, le puntate precedenti siano state una fiera pirandelliana, nella quale nessuno, fino all’esonero (ufficialmente sollevamento, termine non a caso riferito ai pesi), aveva avvertito Ferrara che gli inviti all’unione e agli uomini veri non bastavano più. E credere che non sia stata una cattiveria averlo tenuto ancora lì, attaccato alla panchina come un fossile, anche nella malinconica sfida di Coppa Italia contro l’Inter, quando già l’avevano di fatto dimesso (in senso transitivo) e sepolto, completando la metamorfosi da Guardiola a Stallone italiano, a furia di pugni. Del resto, di zombie è pieno il mondo. Anche nel basket. L’abbiamo appreso dal gm Benetton, Enzo Lefebre, che ci ha crudelmente rivelato, subito dopo aver sostituito Vitucci con Repesa, che il sacrificato sapeva già al momento dell’ingaggio di avere una data di scadenza. Non tanto quella annuale del contratto, ma il momento in cui il successore, più accreditato, si fosse finalmente liberato dalla Croazia per prendere il suo posto. Però, essendo stupidi, non capiamo la reazione del diretto interessato, che alla notizia dell’esonero, fra l’altro dopo una vittoria, è rimasto sbalordito. E ha tramutato il miele dell’Energia verde, motto trevigiano per il progetto giovani, nel fiele delle accuse di conservatorismo.

Dev’esserci comunque una marea di stupidi se nessuno è riuscito a cogliere la pretesa naturalezza del tutto e a favore del coach giubilato si è immediatamente creato un gruppo di solidarietà su Facebook, ormai il termometro degli umori viscerali, dopo le sparate sullo stipendio di Hall e i proclami di mercato di Papalia. Il quale, sempre in tema di normalità, è riuscito nell’impresa di creare una sorta di classifica parallela, tra le squadre che hanno già affrontato Napoli, e quindi si sono giocate il bonus di due punti, e quelle che devono ancora incontrarla. Anzi, per essere abbastanza stupidi, si deve addirittura fingere di avere l’epidemia in spogliatoio, per motivare alla legge la scelta di schierare il vivaio e qualche veterano, anziché i titolari, e mangiarsi a colazione gli under 19 reatini prestati alla causa dell’assurdità. C’è da chiedersi anzi se Meneghin, interrogato da Stern sulla presenza di altri giovani italiani papabili per l’Nba, abbia detto trionfante che da quest’anno, ogni domenica, una gara di serie A si gioca tra juniores. Giusto per promuovere il movimento, e poi preoccuparsi se Bargnani o Gallinari declinano l’invito in nazionale di Pianigiani. Adesso la Procura federale parlerà di frode sportiva, quindi ci domandiamo, cambiando latitudine, come debba chiamarsi la scelta della Federazione calcistica africana d’escludere per due anni il Togo dalla Coppa d’Africa per essere tornato a casa dopo l’attentato ai suoi giocatori nell’ultima edizione. Non sapremmo dire, perché siamo troppo stupidi e incolti, ma un illecito senz’altro dev’essere, quantomeno al buon gusto, se non alla sensibilità. E ci viene in mente che, per paragone, sarebbe come togliere la macchina da scrivere per qualche anno ai giornalisti catturati e liberati in Iraq, per la sola colpa di non essere stati ammazzati e decapitati sul posto, mentre lavoravano. Forse anche lo sport rientra, oggi, nei rischi professionali. Forse per i Mondiali in Sudafrica prossimi venturi si dovrà stipulare qualche particolare polizza-attentato. O forse siamo noi che, stupidamente, esageriamo. Dopotutto, stupido è chi lo stupido fa, sosteneva Forrest Gump, che non aveva bisogno dei jeans per essere geniale.

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                           di FRANCESCO SARTI

La Juventus è ormai diventata una loggia massonica. Ne filtrano bisbigli, malintesi, frasi sibilline. Nessuno sa più esattamente che pesci pigliare, né dentro né fuori dagli spogliatoi di Vinovo. I giocatori ci si sono rinchiusi mercoledì, alla vigilia della gara col Napoli in Coppa Italia, mettendo alla porta Ciro Ferrara e i dirigenti. Decidiamo noi, grazie. Abbiamo sentito abbastanza sermoni. Già. Perché alla Juve di quest’anno va di moda la predica. Preferibilmente il giorno dopo una sconfitta bruciante, sull’ostico campo di allenamento che da un paio d’anni miete più vittime di Highbury negli anni ’30. Immaginiamo il copione: solito spreco di parole come “impegno”, “maglia”, “obiettivi”, stagliate sul profilo smilzo dell’amministratore delegato, o il pallore del general manager. Sullo sfondo, il berretto di lana di Ciruzzo, l’unico modo dell’allenatore di difendersi dalle critiche, cadute a pioggia dopo il tracollo col Milan, e consacrate, fino a tre giorni fa, dalla severa statistica: 6 sconfitte su 8 partite, media da retrocedenda. Nessuno, ovviamente, convince più. Fa tristezza sentire Diego, che dopo aver affossato Mazzarri con un gollaccio di controbalzo, celebra la prestazione tonica parlando di “nuova era” e “chiarimenti”. O vederlo offrire il rigore a Del Piero, noblesse oblige, anche se il capitano spara una sassata centrale che ha addosso tutti gli ormoni della stagione ingrata. D’altra parte, la repressione colpisce ad alzo zero: Amauri, in rottura prolungata, si è ridotto a sgomitare (alla Playstation, per quello, basta un pulsante, non ci vogliono particolari combinazioni), Melo ruba palloni in spiaggia ma li perde in montagna, Cannavaro, coperto di insulti dal tifo, non riesce a tornare. Quanto ai giovani, tanto decantati in estate, sono precipitati. Marchisio a parte, De Ceglie compare col contagocce e Giovinco, che ha timbrato pure lui il cartellino dell’infortunio, è ancora chiuso a chiave nell’armadietto di Diego, tra i calzini di riserva e le palle di naftalina. Sarà forse per questo che Lanzafame, con scioccante consapevolezza, ha preferito i progetti parmensi alla storia juventina, ora nelle mani (nei piedi no, ma servirebbe) di Roberto Bettega, cavallo di ritorno, che allo stadio si siede in mezzo ai musi lunghi di Blanc e Secco, incitando, spiegando, correggendo. Read The Full Story…

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By peaclaudio | Dicembre 26, 2009 - 11:12 am - Posted in Sarti poeti e navigatori

                                                                  di FRANCESCO SARTI

Abbiamo degli auspici per l’anno nuovo. Sportivi e non. E poiché ci piacciono i numeri tondi, ne elenchiamo dieci, in ordine non di importanza, ma d’apparizione nella nostra testa. Scusate la confusione, scriviamo a schema libero: 1. che Simone Pianigiani rivitalizzi la nazionale. Non ce ne frega niente che lavori part-time (del resto, lo fanno anche gli italiani in campo: è già tanto trovarne uno in quintetto), basta che trasmetta entusiasmo, disciplina, fiducia. A cominciare da Bargnani, convincendolo che per giocare a basket non serve essere un soldatino, se si è nati col talento da leader. Sfida ardua, la prima fuori dal nido di Siena: se la vince diventa grande anche per il pubblico. Per almanacchi e bacheche lo è già. 2. che chi di dovere faccia chiarezza, il prima possibile, sulle combine arbitrali emerse dalla Procura di Reggio Calabria. Vi prego, non parlateci di baskettopoli, non ci dite che ci sono delle trame oscure, non ci pubblicate delle intercettazioni smozzicate se non avete cognizione e critica. Ci siamo già passati, tre anni fa, con titoli cubitali, retrocessioni punitive e capri espiatori. Chi ha sbagliato paghi, ma nelle sedi competenti, perché il sospetto striscia e la calunnia, si sa, è un venticello. Malaffare? D’accordo. Ma fino a che punto? E per favorire chi? Parliamo a bocce ferme, senza urlare “al lupo”, presi dall’orgasmo delle voci registrate. È questione di civiltà, non di sensazione. 3. che LeBron James cambi squadra la prossima estate, magari insieme a Wade e Bosh, così da rimescolare le carte nella Nba e creare nuove suggestioni. Anche perchè il jolly Shaq forse funziona nei playoff, ma non fino al punto di rubare l’anello a Bryant e Gasol. Preferenze? Troppo facile: Read The Full Story…

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