By peaclaudio | Marzo 11, 2011 - 6:42 pm - Posted in Sarti poeti e navigatori

                                                                         di FRANCESCO SARTI      

A cosa servono le mani, cantava Umberto Tozzi. Risposta facile, almeno nel lessico calcistico degli ultimi anni: a rovinare il gioco, a spezzare l’incantesimo. Qualunque purista della disciplina, oggi, non avrebbe alcun dubbio nel sostenere che le mani sono le reali colpevoli di ogni frammentazione, rallentamento o più genericamente fastidio di una partita. Ergo, non basta più accontentarsi di vietarle, vanno letteralmente abolite, e i loro proprietari (cioè i giocatori) idealmente amputati di quell’appendice inessenziale. Si è cominciato dai portieri, i soli per regolamento a poterle usare (anche se non tutti se ne fidavano: Higuita, per esempio, preferiva mettersi pericolosamente in verticale e respingere coi polpacci, nella celebre mossa dello scorpione), ai quali è stato impedito di avvalersene per afferrare il pallone sul passaggio all’indietro di un compagno, onde evitare le stucchevoli meline. Il risultato è che tuttora, su qualche disimpegno difensivo, si assiste a precipitosi e salvifici calcioni dell’estremo difensore per allontanare lo scomodo ospite rotondo. Salvo che – puro sadismo della regola – gli sia appoggiato di testa o di petto, purchè di prima: dunque, via ai contorsionismi del centrale di turno, costretto ad arrangiare il bello stile nonostante invincibili rozzezze costitutive. Ma l’integralismo del piede si è spinto molto più in là. Oramai, ogni volta che un attaccante scende sulla fascia laterale, il relativo marcatore, anziché dimenarsi per andare a contrastarlo, se ne sta a rispettosa distanza, gambe piegate e mani dietro la schiena, per evitare che il cross, malauguratamente, possa colpirgli un braccio. In pratica, una posizione da condannato a morte.

La regola, ovviamente, ha dato luogo a situazioni drammatiche. Restando alla cronaca recente, a Pepe è capitato di causare un rigore perché, saltando in area su una punizione della Roma, si è protetto col braccio, evitando colpevolmente di metterci il naso, ancora lecito per stoppare. Aronica invece, in una sorta di simbolica protesta a favore dell’arto discriminato, ha inscenato un vero capolavoro plastico nella partita contro il Milan, intervenendo a due metri dalla propria linea di porta con un tuffo a metà strada tra un salvataggio nella pallavolo e il salto dal quinto piano di un suicida. Ma il vero trionfo del nuovo capro espiatorio è senz’altro la vergognosa prassi, invalsa da qualche tempo tra i giocatori, di ricattare moralmente l’arbitro quando pensano (o vogliono far credere) di aver subito un fallo. Basta un accenno di sgambetto dell’avversario diretto ed ecco che la vittima, perso l’equilibrio, non trova di meglio che gettarsi a capofitto sul pallone per abbrancarlo con le mani, neanche dovesse andare in meta contro gli All Blacks. Sono anzi persino grottesche certe correzioni in volo della caduta, con consapevoli rischi per la già minata incolumità, soltanto per mettere il direttore di gara di fronte al terribile dilemma: accordare, sacrosantamente, la punizione, o fischiare, cinico e baro, il male assoluto, ossia appunto il fallo di mano? Perché sì, è passato un quarto di secolo dalla mano di Dio di Maradona ma, come prova la smorzata a cinque dita di Henry che ha spedito la Francia ai Mondiali in Sudafrica, le mani vanno sempre di moda. Per questo oggi si è capaci di discettare delle buone mezz’ore sulla volontarietà o meno del tocco, sul braccio allineato o meno al corpo, sulla naturalezza o meno del movimento che ha provocato l’inghippo. E giù coi ralenti, e giù con gli ingrandimenti. Tanto che appare davvero ingiusto che nella pallavolo, dove si usano quasi solo le mani, si sia bizzarramente permesso di colpire la palla anche con i piedi. Come se ne avessero bisogno.

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                                                                           di FRANCESCO SARTI

Adriano Galliani è impagabile. Dopo aver ostentato la miseria più nera per un mercato intero (prima non c’erano soldi per Luis Fabiano, poi sono arrivati Ibrahimovic e Robinho), ha saccheggiato la finestra di gennaio ingaggiando in serie Cassano, Emanuelson, Van Bommel, Didac Vilà e Legrottaglie. Infine, non contento, è pure riuscito a lamentarsi del fatto che il Chelsea, dal canto suo, ha appena messo sotto contratto Torres. “Dov’è il fair play finanziario?”, si chiede. Probabilmente allo stesso posto in cui era quando il suo Presidente scendeva in campo, negli ormai lontani anni ’80, comprando giocatori per due squadre pur possedendone una sola: bisognava pur sempre toglierli agli avversari. Così, grazie ai provvidi regolamenti federali, ecco la nuova corsa all’oro, il cosiddetto “mercato di riparazione”, dove i magnati penitenti si iscrivono all’ultima giostra e rimescolano le carte, e i valori, del campionato. L’Inter, onesta per antonomasia, ha messo a segno un colpo esemplare con Pazzini, che ha subito ripagato la fiducia (e i milioni) di Moratti insaccando due gol e mezzo nella sfida col Palermo. La Juve, abituata ormai ai fichi secchi, ha invece ripiegato su Toni, finchè, subito rotto anche lui, si è consolata con Matri, che solo domenica ha segnato una doppietta, ma con la maglia del Cagliari. Il tutto, senza considerare l’abortito arrivo di Floro Flores, talmente amato dai potenziali nuovi tifosi bianconeri da vedersi il sito invaso dalle loro ingiurie, alla vigilia della chiusura dell’affare. Follie, ma quel che accade in questi giorni è deliberatamente all’insegna dello squilibrio e della falsificazione. La Sampdoria, tanto per fare un nome, ha iniziato la stagione con la coppia-gol Cassano-Pazzini, e adesso si ritrova con Macheda e Maccarone, non proprio la stessa cosa, nonostante i noti trascorsi in Premier.

Cosa implichi questo turbillon di scambi è facilmente intuibile: risultati a sorpresa, gap tra le squadre ricche e le altre ulteriormente dilatato, rapporti di forza al vertice improvvisamente scompaginati. Col rischio di premiare, alla fine, chi ha comprato di più e più in fretta, con la stessa logica del pit-stop decisivo cara alla Formula uno degli ultimi anni. Varrebbe anzi la pena di consigliare ai preparatori atletici delle pretendenti al titolo di studiare una tabella apposita, per far sfogare i campioni di turno nei primi mesi del campionato. Tanto, poi, arrivano i sostituti. Read The Full Story…

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                                                                     di FRANCESCO SARTI

Probabilmente è una bufala, come quella di Mancini, Vialli e Vierchowod tutti alla Juve in soluzione unica. O il ritorno di Jordan in Italia. O la morte di Elvis. O invece. La Gazzetta on line ha riportato, poco fa, che Dan Peterson è il nuovo allenatore dell’Olimpia Milano. Sostituisce Piero Bucchi, qualche giorno prima di compiere 75 anni. Se è una bufala, ditecelo subito. Perché altrimenti prendiamo il primo biglietto possibile per una partita dell’Armani, ci piantiamo in tribuna qualche ora prima della palla a due e aspettiamo di rivedere dal vivo uno dei miti dell’infanzia, dei compagni dell’adolescenza, delle certezze dell’età adulta. Diceva Flaiano che la parabola di una carriera è scandita da locuzioni nitide: giovane promessa, solito stronzo, venerato maestro. Per anagrafe, di Peterson abbiamo conosciuto solo l’ultima, da quando ci faceva innamorare del basket Nba con le sue telecronache dal “Pandemonio” del Boston Garden, oppure, qualche anno più tardi, ci salutava da un playground di Salsomaggiore, l’estate in cui il suo Nba Camp ospitava Ron Rothstein e Kenny Smith. Intanto, avevamo conosciuto gli ultimi successi: la leggendaria rimonta della Tracer Milano contro l’Aris Salonicco in Coppa dei Campioni, la vittoria in finale contro il Maccabi Tel Aviv col commento di Aldo Giordani, il ritiro prematuro dalle scene sportive, per far scintille solo dietro ai microfoni. Peterson è tutto questo: America, accento inimitabile, basket, memoria storica, dato inconfutabile, spettacolo, televisione, wrestling, entusiasmo, curriculum, fotografie, spot, titoli, D’Antoni-McAdoo-Meneghin, anni ottanta (e poi novanta e duemila e oltre), commento, critica, punto esclamativo. E più di ogni altra cosa: coach. Come lo chiamano tutti, come sarà sempre Read The Full Story…

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By peaclaudio | Novembre 13, 2010 - 12:22 am - Posted in Sarti poeti e navigatori

                                                                      di FRANCESCO SARTI 

Oggi, mentre rimbalzavamo tra gli ufficiali giudiziari di Dolo (uno di quei paesini ripresi dall’alto durante la diretta della Venice Marathon) e il bivio autostradale Venezia – Milano, abbiamo ascoltato alla radio una microintervista del Trio Medusa a Marco Belinelli. Ragione dell’iniziativa, un sondaggio d’opinione per trovargli un soprannome adeguato da esibire nelle arene della Nba. Sottotesto: è pur sempre il recente autore di un canestro da venti metri nella vittoria degli Hornets contro i Bucks (è stupefacente come, per i non addetti ai lavori, il basket meriti gli onori della cronaca solo quando succede qualcosa d’insolito). In più, la sua squadra ha infilato un percorso netto di vittorie dall’inizio del campionato. Sette su sette. E quindi… Apre il collegamento la voce impastata del Nostro (a New Orleans sono le tre e mezza del mattino), che tra un saluto biascicato e un attacco d’amnesia per il prossimo avversario (“… Portland, scusate, ho il ritorno lento”) deve giudicare quale dei quattro nickname sopravvissuti al contest gli si adatti meglio.

Alla fine opta per Mister B. (o Big? O è il nome di un rapper? Non abbiamo capito ma l’intento era di creare un’assonanza con un motivo di questo tizio), scartando Bel Boa, nonostante l’indiscussa somiglianza con lo Stallone attor giovine Read The Full Story…

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By peaclaudio | Novembre 12, 2010 - 6:44 pm - Posted in Sarti poeti e navigatori

                                                                    di FRANCESCO SARTI  

Non ci è mai piaciuto Pippo Inzaghi. O almeno a me. Perché non è capace di dribblare un birillo e calcia male il pallone. Non ci è mai piaicuto perché segna con le parti meno indicate: naso, pancia, stinchi, perfino polpaccio e culo. Divincolandosi. Non ci è mai piaciuto perché esulta scacciando i compagni, per dichiarare al mondo in solitudine che è il migliore che ci sia. E non ci è mai piaicuto, soprattutto, perché ogni volta che lo pescano in fuorigioco (cioè nel novanta per cento dei casi) si gira verso il guardalinee piagnucolando e inveendo pur sapendo che la chiamata è sacrosanta. È proprio per questi motivi che ci è dispiaciuto, e non poco, apprendere che si è fatto male. Perché è sommamente ingiusto che, a 37 anni, ti si rompa il legamento crociato del ginocchio, e in più il menisco esterno, in unica soluzione. Ingiusto perché queste cose non devono capitare a uno che, una settimana prima, stava affossando da solo il Real Madrid dei ventenni. Che è ancora in grado, a un’età in cui tutti iniziano a fare l’opinionista, di salire sul trono europeo dei gol. Che può girarti qualsiasi gara, finale di Champions League compresa, perché ha accettato, molto prima di Del Piero, che per non invecchiare nell’oblio bisogna diventare arma tattica.

Abbiamo sempre pensato che, se Inzaghi avesse una tecnica pari solo alla metà del suo soprannaturale senso della posizione (e della presunzione), avrebbe probabilmente segnato il doppio. Ci ricordiamo bene che, quando giocava alla Juve, nella sua prima giovinezza calcistica, faceva ammattire il pubblico perché riusciva anche a mangiarsi tre gol in una sola partita, davanti al portiere inerme. Read The Full Story…

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By peaclaudio | Ottobre 17, 2010 - 1:11 pm - Posted in Sarti poeti e navigatori

                                                         di FRANCESCO SARTI

Non stiamo con Lebron James, anche se è l’ala piccola più devastante che esista, e spezza le difese con schiacciate, terzi tempi e assist trasversali. Non stiamo con lui perché non è da Prescelti mettersi insieme ai bulli, alle majorette, agli avanspettacoli, e approntare uno show televisivo per dire dove si andrà a giocare (senza nemmeno avvertire prima i diretti interessati, cioè i Cavaliers, per i quali è stato Dio con una fascia elastica in testa per sette anni di fila). Non stiamo con lui perché va via non da MVP ma da MVL (Most Valuable Loser), non essendo riuscito, per l’ennesima volta, a impensierire, non diciamo a contrastare, i Lakers per la vittoria dell’anello. Crollato contro Boston, anche per condizioni fisiche imperfette, nell’ultima serie di playoff, ha lasciato nel peggiore dei modi, prima dichiarando, alle soglie dell’eliminazione, che Cleveland era stata abituata fin troppo bene, poi andandosene come un ladro, per inseguire le sirene di South Beach. Per carità, che James non fosse Jordan o Bird o Magic, suoi colleghi dell’Olimpo, lo si era capito dal destino. I Cavs non gli hanno mai affiancato una stella assoluta, non essendolo di certo l’invecchiato Shaq della scorsa stagione. Jordan, vale ricordarlo, aveva accanto Pippen, e nel secondo threepeat pure Rodman e Kukoc, Bird McHale e Parish, Magic un certo Jabbar, per tacere degli altri, innumeri, grandi che fecero la fortuna di quelle squadre. Ma da qui ad accogliere lo sperticato progetto di Pat Riley, che ormai lo showtime lo gioca dalla scrivania, ce ne corre. Perché Miami, ceduto Beasley, ha messo insieme un rompicapo di free agent e comprimari a basso costo per allestire un nucleo credibile, lesinando sull’ormai stremato salary cap.

 Il rischio è che resti un’operazione di facciata, una spallata da playground, che non dice una parola sull’obiettivo Read The Full Story…

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                                                           di FRANCESCO SARTI 

Se José Mourinho l’anno prossimo allenerà il Real Madrid ci dispiacerà molto, perché era l’unico che ci rendeva sopportabile l’Inter degli onesti e degli ipocriti. Perché, in questo calcio che ha smarrito la poesia del bianco e nero e rumina la brutta prosa dei “riflessi filmati”, è il solo personaggio fuori dalle righe, incorreggibile, strano. Variabile impazzita del dopogara, vandalo delle conferenze infrasettimanali. A tratti arrogante, impulsivo, sbruffone e permaloso. Perfino irridente e provocatorio. Ma anche ironico e spietato, in faccia ai falsi perbenismi delle interviste calcistiche. Ben presto etichettato come grande comunicatore, che è un altro modo di esorcizzare chi non cede alle dichiarazioni precotte e alla narcolessia di certi opinionisti. Sempre preparato sul tema del giorno, in grado di rispondere a tono (da ultimo, scomodando Sartre per dare addosso a Ranieri, sua vittima preferita) con una dovizia di particolari troppo sospetta per non essere frutto di un efficientissimo ufficio stampa. Ma anche per questo speciale, al di là dell’aggettivo che si è dato da sè. Mourinho ci piace perché non ha paura nemmeno delle proprie debolezze: quando deve segnare, mette in campo cinque attaccanti, se deve difendere il vantaggio, eccolo rinfoltire in un amen il centrocampo. Banale? No, pragmatico. In grado cioè di sfruttare i propri punti di forza senza preoccuparsi eccessivamente dei fronzoli. Capace di passare dalla monomania di Ibrahimovic alla coralità di Sneijder, Eto’o e Milito. Camaleonte del campo, senza dover per forza innovare nel gioco. Ulteriore stereotipo: gran motivatore. Ma solo perché, a dire della stampa specializzata, avrebbe incattivito la sua squadra a suon di manette mimate e parole incendiarie. Piuttosto, è bravo a gestire, bravo a scegliere, bravo, soprattutto, a escludere. Sostituendo Balotelli Read The Full Story…

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