di FRANCESCO SARTI
A cosa servono le mani, cantava Umberto Tozzi. Risposta facile, almeno nel lessico calcistico degli ultimi anni: a rovinare il gioco, a spezzare l’incantesimo. Qualunque purista della disciplina, oggi, non avrebbe alcun dubbio nel sostenere che le mani sono le reali colpevoli di ogni frammentazione, rallentamento o più genericamente fastidio di una partita. Ergo, non basta più accontentarsi di vietarle, vanno letteralmente abolite, e i loro proprietari (cioè i giocatori) idealmente amputati di quell’appendice inessenziale. Si è cominciato dai portieri, i soli per regolamento a poterle usare (anche se non tutti se ne fidavano: Higuita, per esempio, preferiva mettersi pericolosamente in verticale e respingere coi polpacci, nella celebre mossa dello scorpione), ai quali è stato impedito di avvalersene per afferrare il pallone sul passaggio all’indietro di un compagno, onde evitare le stucchevoli meline. Il risultato è che tuttora, su qualche disimpegno difensivo, si assiste a precipitosi e salvifici calcioni dell’estremo difensore per allontanare lo scomodo ospite rotondo. Salvo che – puro sadismo della regola – gli sia appoggiato di testa o di petto, purchè di prima: dunque, via ai contorsionismi del centrale di turno, costretto ad arrangiare il bello stile nonostante invincibili rozzezze costitutive. Ma l’integralismo del piede si è spinto molto più in là. Oramai, ogni volta che un attaccante scende sulla fascia laterale, il relativo marcatore, anziché dimenarsi per andare a contrastarlo, se ne sta a rispettosa distanza, gambe piegate e mani dietro la schiena, per evitare che il cross, malauguratamente, possa colpirgli un braccio. In pratica, una posizione da condannato a morte.
La regola, ovviamente, ha dato luogo a situazioni drammatiche. Restando alla cronaca recente, a Pepe è capitato di causare un rigore perché, saltando in area su una punizione della Roma, si è protetto col braccio, evitando colpevolmente di metterci il naso, ancora lecito per stoppare. Aronica invece, in una sorta di simbolica protesta a favore dell’arto discriminato, ha inscenato un vero capolavoro plastico nella partita contro il Milan, intervenendo a due metri dalla propria linea di porta con un tuffo a metà strada tra un salvataggio nella pallavolo e il salto dal quinto piano di un suicida. Ma il vero trionfo del nuovo capro espiatorio è senz’altro la vergognosa prassi, invalsa da qualche tempo tra i giocatori, di ricattare moralmente l’arbitro quando pensano (o vogliono far credere) di aver subito un fallo. Basta un accenno di sgambetto dell’avversario diretto ed ecco che la vittima, perso l’equilibrio, non trova di meglio che gettarsi a capofitto sul pallone per abbrancarlo con le mani, neanche dovesse andare in meta contro gli All Blacks. Sono anzi persino grottesche certe correzioni in volo della caduta, con consapevoli rischi per la già minata incolumità, soltanto per mettere il direttore di gara di fronte al terribile dilemma: accordare, sacrosantamente, la punizione, o fischiare, cinico e baro, il male assoluto, ossia appunto il fallo di mano? Perché sì, è passato un quarto di secolo dalla mano di Dio di Maradona ma, come prova la smorzata a cinque dita di Henry che ha spedito la Francia ai Mondiali in Sudafrica, le mani vanno sempre di moda. Per questo oggi si è capaci di discettare delle buone mezz’ore sulla volontarietà o meno del tocco, sul braccio allineato o meno al corpo, sulla naturalezza o meno del movimento che ha provocato l’inghippo. E giù coi ralenti, e giù con gli ingrandimenti. Tanto che appare davvero ingiusto che nella pallavolo, dove si usano quasi solo le mani, si sia bizzarramente permesso di colpire la palla anche con i piedi. Come se ne avessero bisogno.
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