OSCAR ELENI da Hillsboro, stato dell’Oregon, dove nell’istituto per la ricerca sui primati stanno studiando qualcosa che possa aiutare l’uomo a non diventare obeso. Ci sentivamo chiamati direttamente in causa dopo aver ascoltato la musica del bosco, in California, nella Muir Wood National Monument dove potevamo giurare di essere scesi sotto i 100 chili senza perdere appetito, ma soltanto qualche pezzo di un corpo non certo destinato al futuro in medicina. Perché tanto lontano? Per poter dire a voce alta che il falso è tutto, come suggeriva Giorgio Gaber. Falsa la nazionale che vedremo a Milano, false le stelle che vedremo al Forum, falsa la magia di Peterson che è riuscito a modellare facce più brutte di quelle che fecero saltare i nervi al povero Livio Proli e fecero saltare la panchina di Piero Bucchi che poi si è sentito tradito da tutta la quadrglia Armani. False le dimissioni di Ettore Messina se davvero sta già lavorando per Milano, falso credere che sia vero questo gambetto alla Real casa del nostro allenatore numero uno, falsi certi americani come Allan Ray che dal primo giorno, era la povera Roma a doverlo sopportare, ha la faccia della vittima di chi non è in grado di capirne il genio cestistico, falsi i centri dell’Armani, falso il commento Sky sulla bolgia romana, ma ormai ci siamo abituati Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dopo la meditazione con il bio Chianti a Castelnuovo Berardenga per superare la settimana più dura in un mese dove hai accompagnato nell’ultimo viaggio gente che è stata parte importante della tua vita, per non pensare all’ultimo addio e alla tragedia di un amico. Ci voleva altro che un Chianti rosso granato, splendente che sapeva di visciola, melograno, chinotto, curry, rosa, chiodi di garofano e cannella. Non eravamo pronti neppure al viaggio della nostalgia che ha fatto Arturo Kenney per onorare il ricordo di Cesare Rubini a Trieste e di Pino Brumatti a Lucinico dove la moglie dell’ultimo eroe ancora conserva l’anello dell’università che il Rosso regalò al suo compagno sfortunato nei giorni in cui questa coppia era il vero emblema del modo di vivere Olimpia. Con lui c’era Andolfo Basilio, un altro degli anni d’oro, l’ironia al potere, l’intelligenza al servizio del gruppo e anche di Rubini che ne aaveva spesso bisigno, un uomo dal tocco gentile che è impegnato, come tanti del vero gruppo scarpette rosse, per dare un aiuto concreto a chi è rimasto, perché la vita continua per chi resta. Siamo scappati lontano puntando su agnello, tartufo e baccalà cotto nell’olio con crema di ceci, di Zagarolo dove almeno avremmo trovato Enzo Rossi, ex commissario tecnico dell’atletica, sindaco del borgo antico, uno che ti faceva ridere anche sotto zero, uno che lo spaghetto Verrigno con ragù bianco d’oca e limone te lo fa digerire quasi come le partitacce dell’Armani di Peterson che a Brindisi ha avuto le visioni come succede a chi supera una certa età. Lo hanno intervistato per Donna, inserto di Repubblica, e il Nano ci ha sbalordito quasi quanto il dopo partita brindisino Read The Full Story…

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                                                                           di OSCAR ELENI   

Siamo stanchi degli uomini che parlano d’amore: ne parlano tanto che si dimenticano di farlo. Lo diceva Arletty, grande attrice francese, a Jean Gabin, icona della storia cinematografica, in una scena madre di Alba Tragica, ma lo ripetiamo anche noi dopo essere rimasti nelle ragnatele della presentazione dei programmi della nazionale italiana dentro la babilonia dei dialetti e delle lingue madri di altri paesi alla Fiera di Milano. Ci sentivamo confusi come tanti che in questi giorni si domandano se l’addio della famiglia Benetton, alla radice di tutto c’è la separazione in casa fra vecchia e nuova generazione, fra chi vedeva lo sport come passione, possibilità di socializzare, rilancio della città e delle risorse del territorio, e chi guarda allo sport soltanto come perdita di denaro, come fastidio, se questo abbandono non provocherà una crisi generale nel sistema senza entrate, senza visibilità, in un mondo nelle mani di pochi, ma non buoni.La realtà è questa, ma nessuno ci fa caso e al Bit sembrava di essere sul Titanic perché ci pare impossibile che la gente non si accorga del possibile effetto domino. I Benetton accettarono la sfida da 20 miliardi per Stefano Rusconi, un pivottone portato da Varese a Treviso dando ai Bulgheroni i quattrini per realizzare, finalmente, il Campus che resta un gioiello al di là di certe ottuse gelosie, perché nella mischia c’erano Berlusconi, Gardini, insomma era una battaglia fra gente ricca, o perlomerno fra gente che aveva soldi. Erano i giorni del vino e delle rose e del super contratto televisivo. Quando la bolla scoppiò, rimasero soltanto i Benetton e il grande Scavolini. Ora con questo annuncio è probabile che altri dicano: ma se mollano loro perché dovremmo restare proprio noi?

La Lega ci avrà pensato? Non ne siamo sicuri. Ma dicevamo del disagio generale girando fra i pupazzi della politica sportiva. Sembra ormai evidente che gli attacchi a Dino Meneghin arrivano da troppe parti per non capire che anche lui, prima o poi, dovrà ribellarsi come faceva sul campo, anche se ha fatto bene a correre subito a Torino per tamponare la prima denuncia dell’Espresso. Qui il fuoco amico fa strage e Petrucci è stato bravo a guidarlo fra le rocce, anche se lui voleva rimandare, voleva attaccare in altra maniera. Forse anche gli amici gli nascondono cose che portano a denunce gravi come quella del magistrato ligure Macchiavello che accusa gli arbitri di inventare insulti da mettere a referto per lucrare sulle multe, come quella del dirigente veneto Gianbattista Ferrari che parla di un milione in euro Read The Full Story…

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By peaclaudio | Febbraio 9, 2011 - 5:30 pm - Posted in I lunedì da Oscar

                                                                       di OSCAR ELENI

Le persone che si amano o che hai amato non ci sono per nessuno. Sono altrove, lontano più della notte della vita misera che stai vivendo aspettando il gong. Più in alto del giorno. Luce accecante come sono gli amori infiniti, i primi e gli ultimi. Ecco come ci sentiamo adesso che se ne è andato Cesare Rubini, campione della vita e dello sport,uomo che è nella casa della gloria per il basket, che ha fatto diventare popolare in un paese che pensava soltanto agli Harlem, ma anche per la pallanuoto di cui era un maestro cantore, un difensore senza ostacoli etici. Della sua gloria sportiva saprete tutto, scudetti, oro olimpico, ne sapreste ancora di più se la Libreria dello Sport avesse sugli scaffali il libro che scrivemmo con Aldo Pacor, lui per amicizia e condivisione di vita grama e poi meravigliosa, noi per un caso, per una scelta nel giorno in cui decidemmo di abiurare con il calcio per seguire una palla a spicchi. Sul resto vi diciamo subito che abbiamo passato la notte di veglia seguendo la strada di Jacques Prevert, poeta che come lui non aveva mai voluto finire gli studi, che fingeva di non saper scrivere anche se riusciva a leggere l’anima di tutti noi alla perfezione, perché ci sono poesie che si adattano perfettamente al Principe leone che aveva paura veramente soltanto dei gatti e dell’ottusità di un burocrate, anche se perdeva poco tempo fra i collezionisti di gomme e pennini e puntava diritto al cuore: “Mi dica- il tono era del baritono da golfo mistico triestino impegnato nel ramo pirotecnico- chi comanda”. Si infilava ovunque. Alle Olimpiadi, da atleta, dirigente, riusciva sempre a sedersi nel palco delle autorità durante la cerimonia d’apertura. Aveva la faccia giusta per mandare in bambola chi osava fissarlo troppo a lungo, a parte i gatti appunto. Se voleva entrare in un museo chiuso al pubblico diventava ambasciatore, se voleva qualcosa non badava all’ora in cui telefonava, anche perché il suo vero grande maestro negli affari della vita e dello sport era l’Adolfo Bogoncelli che chiamava sempre all’alba. Sono Rubini. Rispondeva sempre così al telefono, si presentava sempre così alla gente. Bastava ed avanzava diceva il suo amico Pedro Ferrandiz, guru Read The Full Story…

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OSCAR ELENI dalla Collina delle Croci, nella contea lituana di Siauliai,dove l’Italia gocherà dal 31 agosto le sue carte per un posto a Londra 2012, Giochi olimpici lasciati al sole di Atene e Sydney, sfidando Serbia, Germania,Lettonia, la più vicina al borgo di Siauliu Apskritis, Francia e Israele. Per qualcuno pesca fortunata, per altri girone di ferro. Dipende dalle croci che ti porti dietro, da quelle che hai in squadra se il tuo pivot è lunatico e pericoloso per il gruppo, da troppe cose perché il destino di molte squadre lo deciderà il nume tutelare che garantisce ai giocatori Nba di starsene a Formentera, secondo Santi Puglisi questo è il buen retiro per tutti i cestisti che non hanno voglia di farsi un mazzo tanto, insomma in vacanza attiva come non direbbero Cuzzolin e Bargnani che ci danno dentro davvero nei mesi senza agonismo, piuttosto che rischiare problemi intestinali, digestivi, per cibo e compagni strani che pensano di essere bravi come te che sei stato tritato nel sistema Stern. Insomma diamo tempo a Simone Pianigiani di studiare un po’ la parte adesso che sembra indeciso fra il rigore messiniano, dopo aver sbattuto sull’ultima paratia stagna del Real quando sembrava che la casa blanca fosse allagata, e la voglia di farsi odiare alla Mourinho visto che adesso, quando vince in campionato, replica che sono risposte a chi aveva trattato male i campioni in Coppa. A noi va bene e avanza il piccolo figlio della Lupa con la sua giovanile arroganza e la sua meravigliosa modestia immodesta. Non abbiamo letto da nessuno parte critiche vere al Montepaschi. Sfiga, sì, sulla sfiga che ci vede sempre benissimo con Siena europea, hanno duellato un po’ tutti, ma la verità è che se giovedì, davanti ai 18000 del popolo Partizan, non ci sarà la grande prova, ci troveremo con l’Italia alla finestra, ancora una volta, nell’Eurolega che ci tratta sempre come terzo mondo del sistema anche perché se gli altri fanno incassi, hanno entusiasmo, da noi si scivola sul bagattismo precoce, dovendo già sopportare l’eclisse dei sensi seguendo le filastrocche di Sky.

Se una mattina ti svegli con un Gallinari che ne segna 29 a Detroit, poi scopri che il “ perfido” D’Antoni ha ritrovato in panchina quello che era il gigantesco prospetto russo Mozgov. Dopo tante partite di non entrato per scelta tecnica, cosa che capita anche a Pekovic e Splitter, il biondone ha giocato 40 minuti, segnando 23 punti, restando in campo, dicono dalla Mela Grande, anche dopo i primi 4 minuti di nefandezze. Ispirazione dantoniana e ne siamo felici. Togliamo quindi dalla collina lituana, per un giorno, la croce Knicks, ma restano tutte le altre e ogni squadra di serie A ha le sue Read The Full Story…

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By peaclaudio | Gennaio 24, 2011 - 2:30 pm - Posted in I lunedì da Oscar

Pino Pino. La gente lo accoglieva così quando il Simmenthal, l’ultima vera Olimpia, andava all’assalto. Noi, piangendo lo gridiamo ancora adesso che se ne è andato a 62 anni e non poteva essere che il cuore, il suo grande cuore, a tradirlo, perché regalava alla gente felicità,ai compagni amicizia vera, al gioco che amava tuttta la sua straordinaria forza di goriziano nato per andare sempre all’attacco. Impeto e assalto, ma aveva testa, sapeva sempre dove fermarsi e colpire. Arresto e tiro. Poesia in movimento. Ci è mancato tanto quando il grande basket lo ha costretto ad uscire dalla scena, perché non aveva imparato a mettersi in maschera come piaceva a troppi dirigenti che ci hanno poi portato alla deriva. L’ultimo dei miei eroi diceva Cesare Rubini accarezzandolo nello spogliatoio di Bologna, dopo lo spereggio perduto contro Varese, il terzo in tre stagioni, due sconfitte, una vittoria quella del 1971-72, il suo unico scudetto. Era il giorno del grande addio per lui e per Arturo Kenney che dall’America cercherà di venire per accompagnarlo nell’ultimo viaggio e speriamo che la nuova Olimpia gli dedichi qualcosa di più di un freddo comunicato stampa, anche se il passato pesa, ma con Peterson questo non accadrà perché anche lui lo amava alla follia, pur non avendolo mai allenato. Ci viene da piangere, ma lui, stringendoci un braccio con quelle mani che erano tenaglie, ci dice soltanto arrivederci e speriamo che abbia voglia di tenerci un posto vicino a lui, come quando si viaggiava e non ci si annoiava mai perché erano ancora lontani i tempi bui dove sui pullman, sugli aerei, i giocatori non pensavano soltanto ai fatti loro, perduti nell’ottusità delle cuffiette o dei telefonini.

Una carriera splendida, non onorata dalle vittorie che meritava, anche se questo goriziano nato il 19 novembre del 1948, cresciuto in una delle più belle scuole di basket di questo paese, svezzato da Jim McGregor che amava il suo modo di attaccare sempre il canestro, cresciuto come giocatore e come uomo nel regno del principe Rubini Read The Full Story…

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OSCAR ELENI  da Bilbao, paesi Baschi, dove al mattino le strade vengono pulite da furgoncini che emettono una sostanza al limone capace di farti dimenticare l’urticante astiosità di chi ama così poco il basket da vederlo sempre con troppi difetti. Certo che le partite non sono belle come dicono i menestrelli di Sky, certo che nonno Peterson non è una novità che possa inebriare un Paese di vecchie comari come questo, ma, accidenti, annunciare un inserto sportivo e poi propinarci la solita solfa, andando persino fra i canguri e l’Open di Australia, sembra davvero troppo. Nel Casco Viejo gargarismi col sidro, poi Mercado della Ribera sul fiume, pranzo coi pintxos, bevendo txacoli, prima di radunare gli amici usciti dal Guggenheim per leggere insieme, a voce alta, mandando messaggeri in Italia, nelle case di campagna di tutti i proprietari di squadre di basket, ma anche soltanto di squadre sportive, questo pensiero sublime di Boscia Tanjevic sui giocatori di Roma, in particolare, sui boia chi non molla, sui ragazzi Giba e dintorni, che hanno voluto la testa dela Battista Boniciolli mentre le loro Salomè brindavano alla vaccinara: “Qualcuno di loro gioca come se non volesse fare la doccia. Questi sono strapagati per ciò che fanno. Gli operai della Fiat discutono per un aumento di 30 euro e qui c’è gente che prende 30 mila euro al mese. Ho parlato con due, tre di questi. Non è cambiato nulla. Bisognerebbe metterli a posto perché imparino adesso e possano affrontare più facilmente la vita quando smetteranno con il basket”.

Dite voi se queste non sono parole alate, verità indiscutibili. Uno dissente: questo succede dove le società sono molli come budini, dove chi paga ascolta i cortigiani invece dei professionisti. A Siena non accadrebbe mai. Bravo. Hai detto Siena e pensi che gli altri siano sintonizzati tutti sul monte Alxanda dove Minucci sta catechizzando Marko Jaric guardando nei suoi occhi per vedere se gli è rimasta la cattiveria bolognese, quella dei giorni Read The Full Story…

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