By peaclaudio | Novembre 13, 2010 - 12:22 am - Posted in Sarti poeti e navigatori

                                                                      di FRANCESCO SARTI 

Oggi, mentre rimbalzavamo tra gli ufficiali giudiziari di Dolo (uno di quei paesini ripresi dall’alto durante la diretta della Venice Marathon) e il bivio autostradale Venezia – Milano, abbiamo ascoltato alla radio una microintervista del Trio Medusa a Marco Belinelli. Ragione dell’iniziativa, un sondaggio d’opinione per trovargli un soprannome adeguato da esibire nelle arene della Nba. Sottotesto: è pur sempre il recente autore di un canestro da venti metri nella vittoria degli Hornets contro i Bucks (è stupefacente come, per i non addetti ai lavori, il basket meriti gli onori della cronaca solo quando succede qualcosa d’insolito). In più, la sua squadra ha infilato un percorso netto di vittorie dall’inizio del campionato. Sette su sette. E quindi… Apre il collegamento la voce impastata del Nostro (a New Orleans sono le tre e mezza del mattino), che tra un saluto biascicato e un attacco d’amnesia per il prossimo avversario (“… Portland, scusate, ho il ritorno lento”) deve giudicare quale dei quattro nickname sopravvissuti al contest gli si adatti meglio.

Alla fine opta per Mister B. (o Big? O è il nome di un rapper? Non abbiamo capito ma l’intento era di creare un’assonanza con un motivo di questo tizio), scartando Bel Boa, nonostante l’indiscussa somiglianza con lo Stallone attor giovine Read The Full Story…

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                                                                        di CLAUDIO PEA 

Da dove comincio? Dal patriarca Brugnaro di Venezia che manda in mona San Marco Bonamico o dagli sputi canturini a quel povero diavolo di Mike Hall. Da Ciccobello Tranquillo che guarda la serie A sul furgoncino di Sky o dall’abbraccio fraterno di Paron Zorzi all’Ecumenico Boniciolli?  Ho solo l’imbarazzo della scelta. Taglio allora la testa al toro e, saltando di palo in frasca, parto dai fratelli De Rege che magari manco sapete chi sono. Ve lo dico io: sono la coppia più celebre di comici italiani a cavallo delle due guerre mondiali. Guido e Giorgio o, meglio, Bebè e Ciccio. Massì, sono quelli che iniziavano il loro applauditissimo sketch con Bebè che fa a Ciccio: “Vieni, avanti, cretino”, ripreso qualche anno più tardi da un altro irresistibile duo dell’avanspettacolo, Carlo Campanini e Walter Chiari. Almeno loro ve li ricordate? Come no? Bene, così posso andare avanti anch’io spedito. Dei due Ciccio, il più giovane, recitava la parte dello sciocco balbuziente, mentre Bebè era il fratello grossolanamente erudito e non per questo meno divertente. Difatti lo si dice ancora oggi nel gergo popolare: fate più ridere dei fratelli De Rege. Sì proprio come Pittis e Mamoli o, meglio, come Acciughino e Mammoletta, entrambi regolarmente iscritti alla Banda Osiris e spesso coppia fissa nel basket di Murdock. Ora chi sia Ciccio e chi Bebè tocca a voi dirlo Read The Full Story…

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                                                                    di FRANCESCO SARTI  

Non ci è mai piaciuto Pippo Inzaghi. O almeno a me. Perché non è capace di dribblare un birillo e calcia male il pallone. Non ci è mai piaicuto perché segna con le parti meno indicate: naso, pancia, stinchi, perfino polpaccio e culo. Divincolandosi. Non ci è mai piaciuto perché esulta scacciando i compagni, per dichiarare al mondo in solitudine che è il migliore che ci sia. E non ci è mai piaicuto, soprattutto, perché ogni volta che lo pescano in fuorigioco (cioè nel novanta per cento dei casi) si gira verso il guardalinee piagnucolando e inveendo pur sapendo che la chiamata è sacrosanta. È proprio per questi motivi che ci è dispiaciuto, e non poco, apprendere che si è fatto male. Perché è sommamente ingiusto che, a 37 anni, ti si rompa il legamento crociato del ginocchio, e in più il menisco esterno, in unica soluzione. Ingiusto perché queste cose non devono capitare a uno che, una settimana prima, stava affossando da solo il Real Madrid dei ventenni. Che è ancora in grado, a un’età in cui tutti iniziano a fare l’opinionista, di salire sul trono europeo dei gol. Che può girarti qualsiasi gara, finale di Champions League compresa, perché ha accettato, molto prima di Del Piero, che per non invecchiare nell’oblio bisogna diventare arma tattica.

Abbiamo sempre pensato che, se Inzaghi avesse una tecnica pari solo alla metà del suo soprannaturale senso della posizione (e della presunzione), avrebbe probabilmente segnato il doppio. Ci ricordiamo bene che, quando giocava alla Juve, nella sua prima giovinezza calcistica, faceva ammattire il pubblico perché riusciva anche a mangiarsi tre gol in una sola partita, davanti al portiere inerme. Read The Full Story…

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                                                                             di CLAUDIO PEA

Sarà capitato anche voi di avere una musica in testa e di canticchiarla e ricantatticchiarla per tutto il santo giorno assieme a Raffaella Carrà. Ebbene stamani mi facevo la barba. Una barba di tre giorni, lunga almeno quanto la storia di Siena che non perdeva il primato in classifica dal 17 dicembre del 2006 come ha sottolineato più volte con enfasi Paola Ellisse domenica intorno a mezzogiorno. Dio, che barba! E così davanti allo specchio, bello insaponato, mi è saltata in zucca una poesia che alle elementari mi avevano fatto imparare a memoria e che vado ormai ripetendo non ricordo più da quante ore. Dio, che (para)noia! “Primavera dintorno brilla nell’aria e per li campi esulta”. Sì, insomma il Passero solitario di Giacomo Leopardi. Che era figlio di un conte e di una marchesa, non so se lo sapevate, ed era il primo di otto figli: il più triste e il più sfigato. Ma sto andando fuori tema e allora torno subito sul binario prima che qualcuno dica: il solito perditempo. Come in verità sono. Dunque vi stavo raccontando di quel versetto dell’Aznavour di Recanati che mi angoscia ormai da tre giorni senza che ne capisca bene la ragione. Ecco, finalmente ci sono. Era ora. Nella mia totale follia cestistica vado ripetendo “primavera dintorno brilla nell’aria e per li campi esulta” perché, un po’ parafrasando il tutto, la potrei anche recitare in questo modo: “la sconfitta era nell’aria e per li campi (di basket) ora si esulta”. Quale sconfitta? Ma è ovvio: quella del Montepaschi sabato sera a Masnago. Già Siena aveva rischiato grosso a Cremona e pure a Vilnius. E comunque, adesso che è arrivata, ha riempito d’immensa felicità i cuori degli italiani che non sono nati nella città del Palio Read The Full Story…

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OSCAR ELENI  dai boschi di Montalcino cercando di sparare a chi vorrebbe mettersi nel carniere troppi tordi per una sagra dove basterebbero i pinci e la trippa con lo zafferano a rendervi felici. Fucile armato per andare a caccia, invece, di chi confonde la flora del campionato con la fauna di un torneo ancora tutto da scoprire, anche se la fretta fa ingigantire il primo posto dell’Armani perché non eravamo più abituati, noi piccoli e grossi Guglielmo Tell del canestro, a celebrare una prima in classifica diversa da quella che ci proponeva Siena, la prima, per la verità, a prenderci per tordi con quella super coppa giocata morsicando le caviglie anche del custode del Palasclavo che adesso è diventato Extra. Quella difesa che portava angoscia, quella caccia spietata ci aveva confuso: pensavamo che fossero gli altri a doversi preoccupare, mentre, in realtà, era il principe Pianigiani a dover fare i conti sulla resistenza, mentale più che fisica, della sua squadra da impeto ed assalto. Non era difficile immaginare che calando certe tensioni, mancando la pedina dell’americano in pratica mai visto, perché Malik Hairston è sempre in mano ai medici, ci sarebbe stato un rigurgito del primo latte e lo si è visto bene nel sacco di Varese dove i campioni erano diventati prevedibili per il Micione Charlie che dal primo secondo ha pensato all’ultimo centesimo da giocare spalla a spalla. Tanta polvere per una sconfitta a Varese? No, certo, anche perchè il Pianigiani deve Read The Full Story…

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