di CLAUDIO PEA

Sarò improvvisamente ingrassato dai tre ai quattro chili, forse anche cinque, quando ho sentito Giorgio Armani, intervistato da Guido Bagatta nell’intervallo di Milano-Cska, dire né più e né meno le stesse cose che io vado ripetendo ormai da anni annorum su questa pallacanestro che non piace e non interessa più agli italiani, come invece continuerebbe a meritare, semplicemente perché abbandonata e bistrattata dai media. Cioè dai giornali e dalle televisioni, ma soprattutto dai quotidiani politici. Ovviamente parole al vento, le mie al pari delle sue. Le mie di giornalista irrequieto, fissato con la Banda Osiris, come Travaglio con Berlusconi, brontolone più di una pentola di fagioli e soprattutto tremendo rompicoglioni. Ma anche le sue di stilista garbato, affermato e stimato nel mondo. Beh, non credo che debba essere io adesso a spiegarvi chi sia Giorgio Armani: probabilmente lo sa anche Cassano al quale però per favore non chiedete mai chi sia Schopenhauer. No, caro Antonio, non è la giovane di Loius Van Gaal nel Bayer Monaco. E comunque se arrivo anche a capire che non possa fare né caldo né freddo a nessuno se scrivo che è una vergogna che Repubblica giovedì abbia sbrigato la pratica-basket ghettizzandola di nuovo tra le brevi: Eurolega: Cholet-Siena 61-70, Milano-Cska Mosca 71-65, almeno qualcuno dovrebbe dar bada all’entusiasta patron dell’Armani Jeans quando l’altra sera si è lamentato del totale disinteresse dei media nei confronti della sua, ma anche delle altre squadre di basket italiane che vanno per la maggiore. Né si è fatto pregare da Guido Bagatta per confessare sgomento: “Purtroppo i giornali trascurano la pallacanestro al punto da dedicarle al massimo tre righe anche dopo importantissime vittorie in Europa”. Tre righe? Magari, caro Armani: anche due di numero spesso su Repubblica sono tutto grasso che cola.

Delle parole di Giorgio Armani, musica solo per le mie orecchie, dovrebbe far tesoro almeno la Lega di Valentino Renzi che invece mi sembra ultimamente più assonnata della Bella Addormentata nel bosco. Ma li leggono i giornali al diciottesimo piano della torre bolognese in viale Aldo Moro al civico 64 o credono ancora alla favola del principe azzurro che passa di lì e le dà un bacio sulla guancia per rianimarla? Mi dicono che non è proprio così, ma a me non pare se non si sono accorti che il basket sta scomparendo dalle pagine sportive dei quotidiani politici nazionali e non stanno facendo niente per bloccare l’emorragia, persi come sono a reggere la coda a Sky e terrorizzati all’idea di poterla anche perdere. Ora sapete come la penso io in materia. I pronipoti di Murdoch, a parte qualche vampiresca e nepotistica eccezione, sono autentici mostri di bravura, nettamente i migliori nello scarno e scarso panorama delle nostre emittenti nazionali, ma non hanno portato mezzo appassionato in più alla pallacanestro italiana perché Sky è considerata da tutti, e non a torto, esclusivamente la televisione del calcio, offerto in qualsiasi salsa ventiquattr’ore su ventiquattro, e poco generosa nei confronti degli altri sport. Sia chiaro, perdere Sky sarebbe terribile, ma non si può neanche escludere la Rai come è accaduto negli ultimi anni. E allora bisognerebbe che la Lega arrivare ad un non impossibile compromesso: ovvero ridare gratuitamente la serie A a Laurito il sabato pomeriggio e magari a pagamento l’EuroLega all’Ellisse e compagnia bella il giovedì sera. Tanto ci vuole? Non credo.

“Dico la verità: il basket mi ha positivamente sorpreso. Mai infatti avrei immaginato che mi potesse regalare tante emozioni e tanta passione. E’ uno sport molto elegante, molto più del calcio”, ha sottolineato lo stilista italiano più famoso a New York e probabilmente dell’universo, ma se pensate che questa intervista-spot di Guido Bagatta a Giorgio Armani su SportItalia nello stesso minuto in cui Cambiasso segnava un gol a Twente sia stata ripresa nei giorni successivi da qualche giornale o dalla Lega è un’altra inspiegabile e clamorosa pia illusione. Anche oggi le pagine dei quotidiani politici sono del resto piene di pallone. Lasciando in pace Repubblica, prendete allora La Stampa: potrete leggere tutto sulla Juve, e mi sta anche bene, ma pure sul Torino, che se non sbaglio gioca in seconda serie, e su una certa Anna, il portiere italoamericano della nostra nazionale femminile che si vuole riprendere la rivincita sugli Usa. Coda alle edicole. E la pallacanestro? Sempre in breve due righe e mezza: serie A (7° turno): ore 19 Treviso-Pesaro (SkySport2), 20.30 Caserta-Cantù. Punto e accapo. Evviva! Mentre a Sport Week un tale Woody Allen dichiara: “Mi resta tutto il tempo che voglio dopo il cinema per suonare con la mia band, per giocare coi miei figli e soprattutto per guardare il basket al quale non riesco proprio rinunciare”. Ma evidentemente quello che pensano Giorgio Armani e Woody Allen della beneamata palla nel cestino non interessa neanche un po’ agli italiani presi come sono da Ruby e da Avetrana.

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This entry was posted on Sabato, Novembre 27th, 2010 at 13:41 and is filed under Il basket nel cestino. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

1 commento

  1. Novembre 28, 2010 @ 16:09

    Carissimo Claudio,
    a proposito dell’indifferenza riservata alla nostra pallacanestro dai media non sportivi e per qualche verso anche da quelli sportivi, e al grave nocumento che ne deriva all’intero movimento.
    Parole sante, ma il male è antico e la responsabilità va fatta risalire a molto tempo addietro.
    La Lega di oggi è tutto sommato incolpevole perché in questa materia sconta un ritardo di decenni.
    Il guaio capitò quando Bogoncelli e Porelli, tanto per fare i nomi dei più importanti, ma erano più o meno tutti d’accordo, decisero di fare della Lega l’organismo regolatore dei diritti e dei doveri degli associati e non il fondamentale strumento di marketing che mancava al basket di allora e che ancora oggi manca ed è da lì che partono se non tutti, almeno la gran parte dei nostri guai di oggi.
    Parlo di roba che risale alla fine degli anni 70.
    In sintesi, da trent’anni confondiamo il trovare soldi da bruciare in quella fornace che sono i bilanci delle nostre società con il marketing che è ,invece, un lavoro minuzioso di semina, attento ai minimi particolari, fatto più d’investimenti che di ricavi e i cui risultati si misurano non nei tempi fulminanti di una stagione sportiva, ma nei tempi lunghi di un’azienda di sana e robusta costituzione fisica.
    Ti faccio un esempio, tanto per dire.
    Da alcuni anni mi capita di fare il nonno. Sono a disposizione di un gruppo di quattro nipoti, due maschi e due femmine distribuiti in un arco d’età che va dai due agli otto anni. Un paio di giorni fa ho accompagnato a catechismo Daniele, il più grande. Normalmente i bambini, i maschi sopratutto, aspettando di entrare in classe, si danno ad ogni sorta di gioco a base di corse, spinte e così via. Insomma, dieci minuti di energia pura liberata al vento del sagrato. Quel pomeriggio invece tutti addosso ad uno di loro che stringeva tra le mani una delle tante moderne lampade di Aladino: un palmare della Nintendo, almeno credo. E se non era un Nintendo, era un ordigno di quel genere. Il possessore della lampada era bombardato da richieste tutte riguardanti certi giochi che dovevano essere presenti nella memoria del nefando ordigno. Hai questo? Hai quello? E quest’altro no? Fin qui niente di male. Ma improvvisamente da uno di loro arrivò la richiesta che mi ferì. “Li hai i Boston Celtics?” Non basta. Per rafforzare la sua supplica aggiunse “I Boston Celtics sono la squadra del mio cuore”.
    Ma come un cinno di Bologna, bello cicciotto, figlio di uno di Bologna, neanche nato, avrà avuto al massimo sette anni, ma come cazzo gli viene in mente di dichiararsi tifoso dei Boston Celtics?
    Immediatamente sottoposto a stringente interrogatorio, ha confessato che questa sua infatuazione nasceva dall’avere a lungo giocato con i Boston in una di queste onnipresenti play stations.
    Ecco questo è marketing. Infilare in ogni buco il proprio marchio, in modo che ti conoscano per poi riconoscerti e quindi comperarti. Come fa da decenni la NBA. Il buffo è che per metterci dentro i Boston quella piattaforma avrà anche pagato la NBA. Noi, oggi, che siamo nessuno, dovremmo pagare per entrarci. Però non sarebbero forse soldi buttati anche se molto, ma molto, tardivi.
    Scusa le chiacchiere, ma la colpa è la tua che mi hai ispirato (si fa per dire).
    Ti abbraccio.
    Piero Parisini.

    Posted by Piero Parisini

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