OSCAR ELENI dalla città bianca del Perù, la bella Arequipa, nella valle del Chili, patrimonio dell’umanità varia. Perché andare in una città così lontana? Per fare rabbia agli spiritosi che ci hanno telefonato, fingendosi desolati, il giorno in cui l’accademia svedese ha assegnato il premio Nobel a Mario Vargas Llosa: “Eh sì, caro Oscar- dicevano gli infami- anche quest’anno il Nobel è andato ad un altro”. Per forza, non è mai uscito il nostro vero libro. Titolo: Chi era? Nessuno! Comunque sia anche lui è nato in marzo. A Arequipa. Bastardi dentro e allora, per vendetta, ci siamo rifatti con un mezzo chilo di guagueros, cannoli deliziosi, dolce di latte, della pasticceria che ogni mese manda le sue delizie nella casa di New York dello scrittore peruviano. Poi abbiamo girato un po’ puntando verso il fiume, la montagna, gli spiriti inca che ci hanno spiegato perché Arequipa, il nome deriva forse da una conchiglia che serviva per chiamare in battaglia i cittadini abili ed arruolabili, è gemellata con Biella, oltre che con Vancouver e Charlotte. Eh sì, loro sapevano che il teramano Mortimer Massimo Cancellieri sarebbe stato in testa alla classifica alle prime piogge, dopo due giornate di un basket kamasutra che, come il libro delle magie amatorie, non leggi, ma memorizzi cercando di capirne le figure. La stessa cosa che devi fare andando dietro a queste prime giornate che ancora non dicono niente, salvo mettere bavagli con pece e acido agli allenatori di bocca larga che straparlano, a giocatori che addirittura promettono scudetti sapendo che, al massimo, sarà festa se alla fine la loro squadra troverà un posto nei playoff. I saggi dicono che se non trovi una posizione giusta per rendere duraturo e longevo il tuo “amore” devi provare in un’altra maniera leggendo bene i capitoli tipo: “Quella squadra vale davvero quel che sembra?”, oppure “Come non annoiare dichiarando guerra a Siena facendo splasho ogni volta che si trova una pozzanghera”, o, meglio ancora “ Dare il giusto peso a certi complimenti”. Siamo con Simone Pianigiani quando elogia la nuova Siena perché ha dentro il fuoco acceso quattro anni fa, nel giorno in cui fu lui ad estrarre la spada nella roccia lasciata dai suoi predecessori, ma diventa Kamasutra esagerare negli elogi perché in Europa esiste davvero poco spazio per un Montepaschi che non ha trovato soluzioni al centro e, naturalmente, alla partenza di Romain Sato. Siamo con Pillastrini Read The Full Story…

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                                                                      di CLAUDIO PEA

Qui va a finire che non compro più Repubblica. Altrimenti mi mangio il fegato e francamente non credo ne valga la pena soltanto perché sulle pagine sportive la pallacanestro è trattata come la figlia della serva e persino peggio delle freccette o del curling. Sarà infatti anche il mio quotidiano preferito che compro tutti i santi giorni dai tempi del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, cioè da quasi sei lustri e mezzo, ma questa ostinata ostilità nei confronti del basket sinceramente non la capisco e mi fa venire i nervi. Di certo la palla nel cestino deve stare tremendamente sulle scatole al capo di quella redazione che va famosa per le sue fughe dalle notizie che sono ormai diventate una routine. Così come non è escluso che Dino Meneghin da ragazzo abbia anche dato una pacca sul sedere alla fidanzata di qualche illustre firma sportiva che gli sculettava intorno e gli faceva un sacco di moine: il becco l’ha visto e l’ha detto al direttore che se l’è legata al dito. O forse semplicemente ha stravinto nel giornale fondato da Eugenio Scalfari la corrente di pensiero di quei poveracci che già dal lontano 1982 sostenevano che valeva più un cross di Selvaggi, campione del mondo in Spagna senza aver mai giocato nemmeno un minuto secondo, o di Roccotelli, il pioniere della rabona nell’Ascoli, di cento ganci-cielo di un certo Kareem Abdul Jabbar da Los Angeles. Insomma non so proprio più cosa pensare che possa essere successo, fatto sta che pure oggi La Repubblica non si è smentita: ieri hanno vinto Milano e Siena nell’esordio di EuroLega, l’Armani Jeans addirittura di 15 punti a Mosca contro il Cska e il Montepaschi di 32 contro i campioni di Francia dello Cholet, la Gazzetta ha dedicato all’impresa di Pecherov e Mancinelli persino il secondo titolo in prima pagina più grosso dopo “Per fortuna (che) c’è Krasic” e Repubblica come se l’è cavata? Con tre righe di testo e un misero titolino ad una colonna nelle brevi dove lo stesso spazio è stato dedicato alla ginnastica: “A Rotterdam mondiali di ritmica: trionfo della Cina maschile nella prova a squadre senza gli azzurri”. E poi non ho ragione se mi cadono le braccia e non butto via furioso il giornale assieme al suo inserto del venerdì?

Vergogna! Più vergognosi delle sette sorelle che vanno per la maggiore nel calcio del Belpaese che tra martedì e giovedì hanno raccolto in tutto cinque punti e una sola vittoria con l’Inter che di italiano non ha quasi nulla se non Santon entrato al 5’ del secondo tempo in sostituzione dell’infortunato Stankovic sul 4-0 dei nerazzurri contro il Tottenham che in dieci ha poi sfiorato il pareggio. Eppure illo tempore scrivevano di basket Manuela Audisio e Walter Fuochi che non erano affatto male. Anzi, sono due penne deliziose. Per non parlare di Emilio Marrese. Manuela almeno un paio di volte all’anno intervistava Valerio Bianchini accendendo polemiche infuocate soprattutto con Dan Peterson. Walterino non perdeva una partita della Virtus Bologna della quale era anche mite tifoso oltre che l’occhio dritto di Ettore Messina. Adesso il nulla, o quasi, sotto vuoto spinto. A parte un’estemporanea sortita di Fuochi solo qualche giorno fa per segnalare (giustamente) la figuraccia che ha fatto l’Italia nel rinunciare (“con vivo rammarico” del comitato promotore) alla candidatura per organizzare gli Europei di pallacanestro del 2013, ma anche per gettare discredito (per non dire altro fango) sul nostro basket che, a sentir lui, “non siamo più tanto capaci di giocare”. Magari in questo c’è anche del vero. Però stavolta mi spiace, ma gli è andata decisamente male o, meglio, ha sbagliato i tempi dell’uscita visto che anche Roma con tre (modesti) italiani ha debuttato mercoledì in Eurolega con una sonante vittoria (83-65) sui campioni di Germania. Evviva. Di più: a Mosca, come già sabato a Teramo, Stefano Mancinelli ha lanciato in orbita Milano con una serie di bombe e di canestri ad una mano, destra sinistra, che, se li avesse fatti Danilo Gallinari, apriti cielo: si sarebbe urlato alla Nba. E il mio Marco Carraretto è stato l’mvp di Peterson, anche meglio di McCalebb e Lavrinovic, quando è arrivato il momento che Siena finalmente si togliesse di torno lo Cholet e prendesse il volo.

Cosa dovremmo dire allora del calcio italiano a cui la Gazzetta anche oggi ha dedicato venticinque pagine vedendo la figura che ha fatto il Palermo contro i parenti stretti di Gordon, Smodis e Siskaukas strapazzati come uova al tegamino da Pecherov e compagni longobardi? O la Sampdoria che è riuscita nella storica impresa di riuscire a perdere non so neanche dove contro dieci sconosciuti ucraini? Che non sappiamo più giocare a folber come avrebbe scritto Gianni Brera? E’ molto più probabile. O che dire, continuando a fare le pulci alla redazione sportiva del quotidiano più letto nel Belpaese, delle sette righe dedicate da Repubblica sempre tra le brevi al suo giornalista Eugenio Capodacqua, il terribile fustigatore del doping a due ruote e senza motore, che è diventato “campione italiano giornalisti di ciclismo nella categoria professionisti gentlemen, terzo assoluto, nella prova vinta da Calovi (?) a Cittiglio, provincia di Varese”. Scusate, ma dov’è la notizia? Se almeno il nostro Savonarola si fosse pure lui bombato, magari se ne sarebbe anche potuto parlare. Come dell’ex arbitro che sabato ha rubato la carta di credito all’arbitro Roberto Bagalini di Fermo nello spogliatoio prima di Crotone-Piacenza (0-1) di serie B. D’accordo, l’hanno presto arrestato e ovviamente subito rilasciato a piede libero, ma sempre dopo che aveva bruciato la Visa del povero collega acquistando abiti pregiati, profumi e balocchi. E non negando un bel pieno di benzina anche alla sua vecchia auto.

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                                                                 di CLAUDIO PEA

Tutti in carrozza, si parte: ricomincia il viaggio. Noccioline americane e telecomando, My Sky in camera e in soggiorno: mi costa l’occhio della testa, d’accordo, però vuoi mettere la libidine, davvero impagabile, di sapere che non mi perdo niente e posso vedere tutto. Quando e come voglio. No, non è uno spot e neanche una lusinga. Tu chiamale se vuoi erezioni. O, meglio, PeaNuts, con la pi maiuscola, è ovvio, così anche il mio ego è completamente appagato. Se non sei un po’ pieno di te stesso, se non sei un cicinin curioso e sfacciato, imprudente e ostinato, lascia perdere: questo non è il tuo mestiere, mi disse un giorno mio cugino che era la voce del “Calcio minuto per minuto”, il cuore e l’anima di una trasmissione radiofonica che si era inventato e che ha portato il calcio nelle case di tutte le famiglie italiane. Un genio del giornalismo mai abbastanza apprezzato. E troppo presto dimenticato: Roberto Bortoluzzi, il mio primo maestro. Poi ne ho avuti altri: Franco Grigoletti per esempio al Giorno e Oscar Eleni nelle trasferte di tutte le settimane dell’anno, sole o pioggia, giorno o notte, ma non diteglielo: al grande Orso non piacciono i complimenti. Però ha ragione da strafottere quando nei giorni scorsi ha scritto che la presentazione della nuova stagione all’Arena del Sole, nel centro di Bologna, non meritava neanche una riga. Perché tutti avevano fretta e molti buoni motivi per correre a prendere il treno o scappare in macchina. Ma la nostra pallacanestro era un’altra: un buon bicchiere di vino e un brindisi. Seduti a tavola. Raccontandocela, confrontandoci, magari anche prendendoci per il cesto. Come si faceva con l’avvocato Porelli. Questa sa solo d’America, acqua e popcorn, e di un mondo mille miglia lontano dal mio che lascio volentieri alle lavagnette e al pick and roll della Banda Osiris. Così fredda e così bugiarda. Eppure urlata e apparentemente sovrana.

Poco distante, sempre in via Indipendenza, c’è la bottega del salumaio. Ho comprato i tortellini e me li sono fatti fare dalla Marisa in brodo. Brodo di cappone, sia chiaro, e non di dado che sa di poco o niente. Come troppi presidenti che non si muovono mai di casa, eppure vorrebbero essere amati e dettar legge. Ho perso il filo. Tranquilli, lo riprendo in fretta. Ho tutto scritto sul notes. Ma prima vi voglio confessare che, di tortellini, me ne sono fatti tre piatti. Così vi ho presi per la gola e adesso potete digerire anche le mie cavolate. Peanuts dunque. Cominciando dalla Legadue e da Reggio Emilia-San Severo. Stefano Michelini che dice: “Adoro Frosini” Read The Full Story…

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OSCAR ELENI da Portorose, Slovenia, ospite ideale, presente soltanto con lo spirito e con il corpo già pronto a nuove anestesie, un centro ayurvedico dove forse riusciremo a capire perché l’italbasket non trova i quattrini, le garanzie che invece permettono a questo paradiso verde, grande come la Puglia, 2 milioni d’abitanti, più o meno come Milano, di avere scuole cestistiche capaci di produrre, ogni anno eccellenti giocatori, hanno progetti che sembrano portare all’assegnazionae dell’Europeo 2013 che l’Italia voleva avere, senza poterselo permettere, a quanto pare. Slovenia e Tomo Mahoric che da esordiente fa tremare Tutankamen Pianigiani con la Veroli Cremona che cambia generale, giocatori, fantini, ma si spegne sempre sulla linea del traguardo. L’anno scorso fu il fegato di Attilio Caja a perdere bile in quantità non controllabile, questa volta è andata anche peggio perché prendere 16 punti a Siena, anche in nuova versione, vuol dire avere qualcosa dentro. A proposito di esordienti diciamo che il Cancellieri che è andato a sbancare Caserta ci ha preso davvero quando, definendo la sua banda biellese, scoprì di avere lo spirito dei ragazzi della via Paal.  Sembra un personaggio da film di Nanni Moretti o anche Salvatores, questo teramano che porta gloria alla scuola abruzzese esaltata, nel primo turno, da Icaro Mancinelli che se starà lontano dal sole delle facili adulazioni arriverà davvero più in alto di quanto avremmo scommesso guardandolo da lontano. Ha tenuto bene la stagione di Azzurra, si è fatto uomo e si è convinto che i veri giocatori non hanno spazi privilegiati dove soffrire, ci devono dare dentro ovunque vengono chiamati a mettere la faccia. Adesso non venite a menarcela con la storia che, se lui avesse voluto, gli avrebbero fatto posto anche nella Nba. Cosa conta? Diciamo che sta diventando bravo per questo basket che lo accetta spesso anche numero quattro e l’Eurolega ci dirà se in Lituania, al campionato continentale, potremo contare su un quarto asso da mettere sulla tavola, anche se ci resta sempre il dubbio che per avere davvero quattro assi il Simone Pianigiani dovrà almeno barare.

Prima giornata per far urlare il coro: finalmente un campionato senza una squadra padrona, perché Siena, a metà strada fra lo splendore aggressivo della Super Coppa e il quasi ammaraggio di Cremona, senza avere sotto l’aereo verde il liquido primordiale che ne faceva una cosa speciale, sempre, ci ha messo i brividi anche per la corsa europea che parte in settimana, anche se il più dificile, all’esordio spetta a Milano che va trovare il Cska reduce dalla vittoria, diciamo pure storica, sui cavalieri di Cleveland rimasti senza la sella di Lebron James. Andiamo piano, certo Milano ha gli uomini Read The Full Story…

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By peaclaudio | Ottobre 17, 2010 - 1:59 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI da Tomellosso, Spagna, Villa Real, perché contrariamente a quello che pensa Simone Pianigiani preferiamo il sistema spagnolo al nostro, ma su questo torneremo camminando insieme a Francisco Garcia Pavon e al suo commissasrio Plinio che ha tanto da dire sulla visione e le lapidi degli anziani. Comincia l’ottantanovesimo campionato di basket. Comincia tardi e ce ne pentiremo a giugno. Comincia scuotendo campanellini di madreperla, sprecando tempo e denaro per raduni senza una vera anima, senza la scintilla della novità ed è per questo che non ci siamo sentiti in colpa quando Dino Meneghin ci ha chiesto perché non avevamo avuto neppure una riga per la presentazione all’Arena del Sole. Cercare formule nuove, sedersi a tavola, magari, per bere vino nuovo, vino giovane, ma anche per cercare di copiare quello che gli altri fanno meglio di noi. La Spagna lo fa e non è vero che hanno soltanto due squadre importanti perché il titolo è andato a Vitoria, perché i loro palazzi sono moderni e sempre pieni, mentre i nostri fanno quasi tutti pena e nelle grandi città ci sono dei vuoti che fanno male al bilancio e pure all’anima dei mortacci nostri. Certo si poteva cavalcare la polemica innescata dall’allenatore numero uno quando ha cercato di far capire che i successi di Siena nascono dal lavoro e dalle idee, ma non volevamo dare la tromba in mano ai colleghi Read The Full Story…

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                                                                      di CLAUDIO PEA

Da casa alla stazione, sì e no, un quarto d’ora a piedi. Il treno è così comodo, mi hanno detto. E in effetti così è. Venezia-Bologna solo un’ora e dieci. Prima classe, ti offrono anche il caffè coi biscottini. Da casa alla stazione quattro edicole. Repubblica, Gazzetta, La Stampa e il Gazzettino: la mia mazzetta quotidiana. “Mi spiace, ma la Gazzetta l’ho finita”. Straluno: sono le otto e mezza di un lunedì che vedi triste nelle facce livide della gente anche se poi non lo è. O magari non lo sarà. Come del resto tutti i lunedì della vita. La Gazzetta è esaurita anche alla seconda e alla terza edicola che incontro strada facendo. Finalmente al quarto tentativo esulto come un bambino che trova la figurina di Eto’o. E’ l’ultima copia, sospira l’omino con la sciarpa al collo che mi spiega gentilmente il perché. “Perché ieri non ha giocato la serie A di calcio”. E allora? “E allora mi mandano la metà delle copie”. Eppure Valentino è tornato a vincere in Malesia come non accadeva da un bel pezzo e Alonso è sempre in corsa per il titolo. Eppure domenica si sono giocate le finali dei Mondiali (in Italia) di pallavolo. Lasciando perdere la SuperCoppa di basket che magari non interessa più di tanto se Repubblica ha pensato bene, o male, decidete un po’ voi, di dedicarle, bontà sua, non più di cinque righe di cronaca. Le ho contate, neanche mezza di più. Lo stesso spazio concesso al derby italiano di trotto vinto da Nadir Kronos che però è il primo figlio maschio di Varenne. Buona a sapersi. E’ la solita storia trita e ritrita: nel Belpaese tira solo il calcio. O almeno è così che la pensano nelle stanze dei bottoni di via Solferino. A Milano. Al numero 28. Cervelli che fumano e spesso fondono inesorabilmente finendo nel pallone a stelle ed esagoni. Anche se poi proprio così non è perché, se alle otto di mattina un giornale è esaurito, le ragioni possono essere soltanto due. O c’è stata coda alle edicole per via di uno scoop sparato a tutta pagina, ma gli scoop ormai sono un fatto raro, quasi in via d’estinzione come i buoni giornalisti di basket, o qualche genio dell’editoria ha clamorosamente sbagliato i conti e non ha fatto soprattutto quelli con un sacco d’italiani che non ne possono più di leggere quanti peli ha sul sedere Materassi o qual è l’ultima shampista di Borriello. E intanto gli stadi si svuotano, i quotidiani perdono copie a rotta di collo, mentre i palasport si riempiono come è successo per i Mondiali di pallavolo e per l’esibizione dei Knicks a Milano.

A Bologna, all’Arena del Sole, in via Indipendenza, c’è stata lunedì la presentazione del campionato di serie A e, anche se l’ufficio-stampa della Lega non mi ha mandato uno straccio d’invito, c’ero anch’io. Già, ma chi ti credi d’essere? Nessuno. Ha ragione il caro Orso Eleni. Non contiamo più niente. Ammesso e non concesso che abbiamo mai contato. Del resto più di vent’anni fa imperava il Verme e tutte le società pendevano dalle sue labbra. In verità non vedevano l’ora di schiacciarlo come hanno poi puntualmente fatto. Mentre adesso, da almeno due o tre lustri, imperversa la Banda Osiris che pensa di poter continuare a fare nel basket il bello e il cattivo tempo. Peccato che Minucci e Proli la pensino ormai come la vostra donchisciottesca Cassandra che per anni Read The Full Story…

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                                                         di FRANCESCO SARTI

Non stiamo con Lebron James, anche se è l’ala piccola più devastante che esista, e spezza le difese con schiacciate, terzi tempi e assist trasversali. Non stiamo con lui perché non è da Prescelti mettersi insieme ai bulli, alle majorette, agli avanspettacoli, e approntare uno show televisivo per dire dove si andrà a giocare (senza nemmeno avvertire prima i diretti interessati, cioè i Cavaliers, per i quali è stato Dio con una fascia elastica in testa per sette anni di fila). Non stiamo con lui perché va via non da MVP ma da MVL (Most Valuable Loser), non essendo riuscito, per l’ennesima volta, a impensierire, non diciamo a contrastare, i Lakers per la vittoria dell’anello. Crollato contro Boston, anche per condizioni fisiche imperfette, nell’ultima serie di playoff, ha lasciato nel peggiore dei modi, prima dichiarando, alle soglie dell’eliminazione, che Cleveland era stata abituata fin troppo bene, poi andandosene come un ladro, per inseguire le sirene di South Beach. Per carità, che James non fosse Jordan o Bird o Magic, suoi colleghi dell’Olimpo, lo si era capito dal destino. I Cavs non gli hanno mai affiancato una stella assoluta, non essendolo di certo l’invecchiato Shaq della scorsa stagione. Jordan, vale ricordarlo, aveva accanto Pippen, e nel secondo threepeat pure Rodman e Kukoc, Bird McHale e Parish, Magic un certo Jabbar, per tacere degli altri, innumeri, grandi che fecero la fortuna di quelle squadre. Ma da qui ad accogliere lo sperticato progetto di Pat Riley, che ormai lo showtime lo gioca dalla scrivania, ce ne corre. Perché Miami, ceduto Beasley, ha messo insieme un rompicapo di free agent e comprimari a basso costo per allestire un nucleo credibile, lesinando sull’ormai stremato salary cap.

 Il rischio è che resti un’operazione di facciata, una spallata da playground, che non dice una parola sull’obiettivo Read The Full Story…

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