By peaclaudio | Giugno 7, 2010 - 10:46 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI dalla casa varesina di Sandro Galleani, “l’uomo che ce lo è ancora bandiera” (citazione dal suo libro, citazione presa dal monumento del professor Aza Nikolic), fisioterapista dell’anima per tantissimi giocatori, per tanti di noi, per chi ascoltava il tamburo dello spogliatoio che con lui non batteva mai lentamente. Lascia la nazionale dove era arrivato ai tempi di Giancarlo Primo per sostuire il dolcissimo Crispi, il mister dal caffè magico che non poteva più sudare sui “muscolacci” di un Flaborea o di un Meneghin. Siamo nell’altro secolo del basket dove i bambini facevano oh per vedere Simmenthal , Virtus e Ignis in battaglia, già la Ignis dove lui era entrato lasciando il talento purissimo di Gianni Motta, il suo ciclismo sfregando sella prima dei muscoli, per scoprire uno sport che ancora non gli piaceva del tutto. Casa di Sandro, della sua dolcissima moglie, la vera santa come dicevamo tutti quando i giocatori, di notte, suonavano il campanello perché avevano bisogno di conforto più che di medicine o massaggi. Yelverton e il suo sassofono, ma ci sono passati tutti, i saggi e i mattocchi, vi lasciamo immaginare come è cresciuto Claudio Galleani, oggi fisiochinetico della Cimberio, ascoltando il canto di Pozzecco o di Andrea Meneghin, ascoltando di tutto, imparando quello che serviva per continuare la tradizione famigliare perché nel territorio basket, sponda canturina nei tempi del veleno puro e della felicità massima, era passato anche Terenzio Galleani, fratello di Sandro, uno che ha scavalcato la grande muraglia della conoscenza e ora sistema uomini che hanno perso la postura, l’assetto, la salute, la felicità.

Con questa notizia un po’ freddina del comunicato federale abbiamo deciso d’interrompere il silenzio playoff perché a bocce in movimento vale la tesi prima di parlare (a vanvera) meglio tacere. Comunque sia una finalista l’abbiamo già. Non indovinate. Accidenti, ma questa Siena è davvero fatta da pirati Read The Full Story…

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By peaclaudio | Giugno 5, 2010 - 10:02 am - Posted in Il basket nel cestino

                                                                 di CLAUDIO PEA

Soft o strong? Tranquilli, parto lieve. Anzi, lievissimo. Come griderebbe Reinhold Messner. “Ma quanto parla questo Casalini?”, mi fa mia moglie alzando per un secondo lo sguardo dalle parole crociate che sono la sua passione mentre io mi nutro di basket una sera sì e l’altra pure e non c’è verso che lei mi convinca a cambiar canale. In effetti non posso dar torto alla Tigre, ma conosco Franco da quando ancora s’infilava le dita nel naso a casa dell’Orso Eleni e Mike D’Antoni mi diceva che preferiva spararsi otto uova sode di Laurel piuttosto che digerire uno dei logorroici sermoni di Casalini pre-gara. E allora provo a convincerla che non è poi vero. Semmai sono critico con lui per il suo esagerato buonismo alla Veltroni. Come ha fatto mercoledì sera al termine della prima semifinale tra Caserta e Milano finita con un risultato facile da ricordare: 80-90, la gallina canta… “Questa vittoria dell’Armani non cambia in fondo di molto l’equilibrio della serie”. Come no? Adesso a Milano basterà vincere le due prossime partite al Forum e sarà in finale come l’anno scorso con Siena. Mi spiace, ma la Pepsi è spacciata. O quasi. E comunque ora l’ago della bilancia si è spostato decisamente dalla parte della squadra di Pierino Bucchi che, strada facendo, ha trovato in Jamie Arnold e Chris Monroe, cioè proprio dagli ultimi arrivati, la soluzione a moltissimi problemi che si era trascinata dietro da Natale a Pasqua. Per non dire sino a quindici giorni fa quando l’ho vista, asfaltata dalla Benetton, non fare una piega.

A basket si gioca in cinque. Come a poker in quattro e a tressette anche in tre, ma col morto. Il basket è un gioco di squadra. Niente da dire: s’attacca in cinque e si difende pure in cinque. A meno che il quinto non sia Superbone Vitali Read The Full Story…

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                                                                    di CLAUDIO PEA

Sono come il prezzemolo, confessa Mario Boni ai microfoni di Sky Sport 24, e per questo con me si può parlare di tutto. Sì, certo, anche di José Mourinho che da Madrid ci fa sapere all’ora di pranzo d’essere il più bravo allenatore al mondo. Probabilmente è anche vero, ma forse sarebbe il caso che lo lasciasse dire al resto del mondo. Lui invece ha appena affermato nella conferenza-stampa del Bernabeu che, se l’Inter ha potuto giocare con tre punte (Milito-Eto’o-Pandev) più Sneijder e ha vinto tutto, è perché aveva un grande allenatore in panchina. E non un pirla. Ora, come ha scritto Gianni Mura su Repubblica, lo Special One è pari in autostima solo al nostro Silvio: in effetti non basta il Giro d’Italia per contornare il perimetro del loro ego, ma la differenza tra i due personaggi è invero abissale. Mourinho è da oggi al Real e già ci manca come giustamente sostiene Mario Boni che è un interista suo genere, cioè simpatico e gradevole, al contrario di quasi tutti i suoi fratelli nerazzurri. Berlusconi è invece in politica da oltre sedici anni, ma se andasse in vacanza a Villa Grazioli in Sardegna e vi rimanesse per qualche lustro, giuro che io di lui non sentirei la mancanza nei secoli dei secoli. Amen. E comunque devono essere gli altri a stabilire se sei davvero tu il più bravo al mondo. Altrimenti non vale e fai come quelli del rugby che considerano il loro sport una spanna superiore a tutti gli altri. Non solo, pure s’arrabbiano se non la pensi come loro. E dunque, siccome sono un attaccabrighe o, se preferite, un guerrafondaio, li faccio subito imbufalire sostenendo che in uno sport di squadra che si rispetti la palla è quanto meno rotonda e non sicuramente bislunga, cioè somigliante più a un coglione che a una pera. O mi sbaglio? Read The Full Story…

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                                                                   di CLAUDIO PEA

Fatemi capire perché mi potrò anche sbagliare ma non ci capisco più un tubo. O quasi. Ferdinando Minucci, il signore del Montepaschi Siena, e la sua signora Rosanna sono coperti eufemisticamente d’improperi mentre prendono posto alle mie spalle sui banchetti di scuola della tribuna-stampa del Palaverde qualche minuto prima della palla a due tra Nicevic e Eze di gara tre dei quarti di finale. Il tempo neanche di sedersi che si devono già alzare e di lì sloggiare su due piedi perché l’atmosfera intorno è a dir poco greve o, come direbbero quelli della Banda Osiris, il clima è più da corrida che salottiero. Succede. Magari non nelle migliori famiglie, ma può succedere. Segnalare comunque lo sgradevole episodio mi pare il minimo che dovesse fare chi fa il mestiere del cronista e non dell’incensatore. Così come mi sarei aspettato le pronte scuse dei benettoniani a Minucci rinchiuso a vedere la partita in uno sgabuzzino della soffitta del custode dove Repesa manda di solito Alessandro Gentile per far la sauna e dimagrire di quei chili che il bravo figliolo di Nando sta mettendo insieme sui fianchi ma anche sul sedere. E invece a Treviso fanno addirittura gli offesi precisando sul sito del mio amico Hruby che i tifosi beceri sono dalla parte opposta della tribuna dei giornalai, mentre in quella curva siedono vecchi abbonati e persone per bene. Sì, è vero, ma con le vene del collo gonfie a dismisura, gli sputi dei lama ed un linguaggio più da camionista d’osteria che da sagrestano della parrocchia di Carità, frazione di Villorba, dove Gilberto Benetton ha costruito la sua chiesa consacrata al basket e alla pallavolo.

Fatemi capire perché mi è difficile comprendere perché Cremona non ha confermato Caja alla guida di una squadra che era già con un piede in Legadue (8 punti in 16 partite) quando l’Artiglio pavese l’ha presa per i capelli e l’ha salvata dal gorgo dei dannati vincendo sei volte su dodici ed espugnando proprio il Palaverde e addirittura il tempio delle V nere di Claudio Sabatini con il Milic che nessuno più poteva vedere. Ora non ho il piacere di conoscere il presidente Secondo Triboldi della Vanoli e quindi non ho la confidenza di chiedergli cosa gli abbia mai fatto Caja di così tremendo per mandarlo via e pagargli lo stipendio per un’altra stagione, ma ho letto una sua dichiarazione che mi ha fatto strabuzzare gli occhi e capire molte cose: “Mi dispiace non aver vinto a Siena così ci saremmo potuti salvare prima dell’ultima di campionato”. Come no? Difatti al PalaMensSana ha vinto in quattro anni di regular season solo la Benetton di Repesa flagellando il canestro di Siena anche dall’oratorio della contrada della Tartuga. Evviva! Read The Full Story…

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                                                                 di CLAUDIO PEA

Il Ghiro d’Italia ieri ha riposato, eppure la Gazzetta gli ha dedicato ugualmente sette o otto delle sue preziosissime pagine. Non c’è niente da fare: capisco che ognuno è libero in casa propria di fare (più o meno) quel che gli pare e piace, ma non mi rassegno all’idea che uno sport così sputtanato abbia tanto spazio ancora sui giornali e tanti inviati al seguito. A me è bastato seguire un paio di Tour de France per disamorarmi del ciclismo che pure su quelle stesse strade mi aveva esaltato con le imprese dei suoi campioni che anch’io (nel branco) non avevo esitato a definire “epiche”. Come quella del 1996 quando un danese dalla bella faccia di contadino sano, forte e robusto, pelato e rubicondo, tolse a un gentiluomo navarro dal viso pallido la possibilità di vincere la sua sesta Gran Boucle di fila. Avevo un debole – lo confesso – per Miguel Indurain. Come oggi ce l’ho per il magnifico masai di Bimbo, Romain Sato, e il suo allenatore, Simon Mago Pianigiani, che è pure juventino doc: un punto in più a suo favore. Era elegante, sereno, affascinante: pedalava facile e pareva persino buono. Ed era invincibile al Tour almeno sino al giorno in cui – vi raccontavo – Bjorne Riis non gli mise il bastone tra le ruote e stroncò il suo record (dei record). Ma non ce l’ho con Riss per questo e, di riflesso, con il ciclismo. Quanto perché una decina d’anni dopo il danese, passato a dirigere la squadra di Ivan Basso, candidamente confessò d’essersi dopato a quel Tour come un indemoniato, avido e dannato.

Adesso, mentre la gente impazza al Giro e sogna Ivan Basso in rosa a Verona, io invece mi domando: ma sarà davvero pulito dopo aver scontato una pena per doping lunga ventiquattro mesi? E non attendo neanche la risposta. Perchè non me ne importa più nulla: sono ormai nei confronti del ciclismo più disincantato che deluso. Sono probabilmente anche fatto male. Nel senso che oggi amo e domani, se fregato, salto a piè pari dal bianco al nero e non torno più indietro. E’ sbagliato. Lo so. Così si vive male, ma i manichei sono siffatti ed io sono il più inguaribile – ditelo pure – degli integralisti sportivi. Così è anche nel basket. Guai a chi mi toccava Michelino D’Antoni. Read The Full Story…

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