By peaclaudio | Marzo 1, 2010 - 11:33 am - Posted in Sarti poeti e navigatori

(fs) È mesto, mestissimo, vedere Carolina Kostner pattinare via dalle Olimpiadi, con la testa tra le mani e piegata su se stessa, al termine della sua terribile esibizione. Una, due, tre cadute di fila, come un pugile messo ko dalla sequenza delle proprie paure. Stavolta la condanna è senz’appello: non è bastato cambiare allenatore, trasferirsi in America, farsi affiancare da uno psicologo. E nemmeno riacquistare la credibilità perduta, agguantando Vancouver all’ultimo momento, quando sembrava destinato alle evoluzioni della pur brava Valentina Marchei. Ciò che fino a qualche giorno fa era un’insicurezza cronica, un tarlo infilato nei salti, è impietosamente esploso, ricacciando la Kostner molto più indietro del sedicesimo posto finale. Paradossalmente, visti gli strani meccanismi mentali che ci abitano, viene da dire che forse è addirittura meglio così: che solo un crollo del genere può consentire un vero recupero, una crescita definitiva. Anche perché non ci sono alternative. Anzi, banali come siamo, ci permetteremmo di consigliare al suo mentore Frank Carroll di farla provare in uno stadio, alla presenza di qualche rumoroso centinaio di comparse sulle tribune, pronte ad applaudirla o fischiarla come se fosse un campionato del mondo. Così, per abituarla al giudizio e alla precarietà. Il pattinaggio, d’altronde, è una versione singolare dello sport: fa dell’equilibrio tra talento, lavoro e motivazione il suo stesso scopo, la sua stessa immagine. Basta vedere la campionessa olimpica Yu Na Kim, che a diciannove anni piroetta sul ghiaccio come un alieno su un plenilunio, per rendersi conto del miracolo. O la splendida Joannie Rochette, che va in pista subito dopo la morte improvvisa della madre, ed esegue le combinazioni col peso del ricordo addosso, fino alla medaglia di bronzo. Loro sono rimaste in piedi, al di là del sorriso forzato che costringe le interpreti alla bellezza, in una sublime perversione estetica. Anzi, a proposito di emozioni, preferiamo senz’altro la Kostner in lacrime in attesa della giuria, di quella che dichiara per copione, dopo la disfatta, che riemergerà subito, e che il mondo non finisce a Vancouver. Non lo dica ai giornalisti, e nemmeno a Petrucci, che l’ha declassata ad atleta normale parlando più da tifoso che da presidente del Coni: lo dica a se stessa, ogni giorno, quando sarà nuovamente per terra, incerta, investita dalle urla del suo allenatore. Tanto, non appena giungerà il prossimo appuntamento (siano o meno i Mondiali di Torino, non è questo che conta), sarà la sala stampa a preoccuparsi d’accendere i microfoni e affilare le matite. Il resto è ghiaccio.

convert this post to pdf.

Tag:, , , , , , , ,

This entry was posted on Lunedì, Marzo 1st, 2010 at 11:33 and is filed under Sarti poeti e navigatori. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

Leave a Comment