di CLAUDIO PEA
Una domenica di basket esagerato dopo tanto calcio-panettone. Sin troppo. Un mezzogiorno di sole dopo tanto gelo. Già troppo. Al Palaverde di Villorba. Così, tanto per vedere che effetto (mi) fa Siena. Da bordo parquet. Dopo tanta pallacanestro in televisione. Mai troppa, come direbbe il Grande Orso Eleni che mi ha appena spedito il primo pezzo del 2010, lungo dieci cartelle, che divoro goloso e mando subito geloso in rete. Respirando l’aria della campagna intorno. Gustando sapori antichi e cari anche ai barbagianni della Serenissima Repubblica dei miei avi. Frugando nei ricordi per cercare di capire se quello sia ancora il nostro, il mio mondo. Aiuto, rileggendomi già m’annoio. E allora m’affretto, corro, entro al calduccio. Non c’è Superbone Tranquillo ed è questo già un sollievo. Cerco Tonino Zorzi trombato dall’ecumenico Boniciolli. Pensavo ci fosse. E invece niente. Peccato, avrei visto volentieri la partita accanto al mio saggio Paron parlando anche d’altro. Di golf e dei fratelli Molinari per esempio. Ma l’avrei visto soprattutto ancora bene a Roma a fianco di quel Matt(e)o di Trieste che ha troppi amici fasulli che gli ruotano attorno. Per carità, posso sempre anche sbagliarmi, ma non credo. Non c’erano soldi per entrambi, mi dicono. Per Ginettaccio Natali invece sì. O per Luca Vitali pure. E assai m’adombro. A proposito di Roma, c’è Nando Gentile al Palaverde con signora: è spaesato, ammutolito, strano. Si capisce che c’è rimasto molto male, ma neanche provo a consolarlo. Penso a quel che fecero a Repesa prima che al Bonsai di Caserta e allora cerco spensierato una seggiola accanto a Bicio Pungetti che sabato era a Pistoia, adesso è qui a Treviso e alla sei di sera sarà a Faenza per Imola-Venezia finita 92-88. La nona sconfitta della Reyer in quattordici giornate: vogliamo parlarne? Magari più tardi. Pungio mi dà gioia, entusiasmo, voglia di basket come pochi altri sulla terra. Da quando c’è lui in Legadue non perdo di vista neanche quel campionato che ha in Marco Bonamico un sorprendente presidente e in Attilio Caja un narratore sapiente. Tifo ovviamente per Myers, il nuovo Evangelista, e per la sua Rimini, che è un Sacco bella in attacco, ma in difesa non punge, non graffia, fa flanella. Eppure sono sicuro che prima o poi risorgerà con lo spirito giusto del meraviglioso Renzo Vecchiato. Ho visto in tv San Gregorio Fucka prendere per manina Pistoia e indicargli la strada della vittoria proprio contro Rimini. Ed è qui allora che vi chiedo come sia possibile che per lui non si sia trovata un’altra cittadinanza nella massima serie. Coraggio, rispondete, sciagurati manager ai quali è stata data la combinazione per aprire le cassaforti di Milano e Roma, ma non per spendere e spandere senza neanche arrossire di fronte a Siena che vi saluta piantandovi in asso ancor prima che arrivi la Befana con le calze piene di carbone tutto per voi. Almeno a Treviso hanno fatto le cose (abbastanza) per bene rivelando subito con chiarezza programmi non più faraonici e ambizioni non più esagerate. Puntiamo ad un posto tra le prime quattro, disse in autunno l’orgoglioso Giorgione Buzzavo e, visto che Siena, Milano e Roma hanno speso più della Benetton, in pratica puntiamo alla quarta piazza. I tifosi con orgoglio strillano “Benetton” anche quando la squadra di Frank Vitucci è sotto di un ventello, o giù di lì, comprendendo che la Mens Sana è comunque di un’altra categoria. Forse ho corso troppo. D’accordo, mi scuso e torno indietro. Dunque dicevo, già, mi siedo accanto a Pungetti, alle spalle del buon Simone Fregonese in focosa telecronaca diretta e di Andrea Tosi, cuore fortitudino ma non raccontatelo in giro, che sabato ha fatto una gran bella intervista a Carletto Myers nella quale il migliore realizzatore italiano di Legadue, che perderà magari il pelo ma mai il vizio di strapazzare i canestri, ha infilato anche perle su perle di saggezza riuscendo a riscaldare persino la minestrina insipida che da qualche anno è diventato il primo piatto di basket sulla Gazzetta. Riconoscendo soprattutto che da Bianchini, Tanjevic e Caja ha avuto tantissimo. Non schemi fatui, ma veri insegnamenti di vita. Non l’insopportabile lavagnetta dei Tranquillo o il pic and roll esasperato dai mediocri allenatori, ma ricette buone per crescere prima come uomo e poi come campione. Anche la mia compagnia a bordo parquet è ottima e abbondante, prendo dunque appunti leggeri. Il primo è che la Benetton è diventata a me e a molti fuori le Mura una squadra simpatica come lo è il Chievo e come non lo era mai stata in passato se non negli anni difficili del Barone Sales o delle giovanili acrobazie di Toni Kukoc. La gente di Treviso applaude Zisis e questo è molto bello. Poi magari anche sbaglia ad offendere ripetutamente la moglie di Minucci, ma il palasport è quasi pieno e quattro o cinque imbecilli si possono anche tollerare tra quattro o cinquemila persone normali. Un veloce esame finestra pure alle due panchine: su quella di Frank Vitucci stanno seduti De Nicolao (1991), Sandri (1990), Motiejunas (1990), Hukic (mai visto) e Hackett (1987, inguardabile). Non bastasse non c’è neanche il rampollo di Nando cresciuto più del padre, il talentuoso Alessandro Gentile (1992) che s’è infortunato e starà fuori un paio di mesi. Sull’altra fremono Zisis, Domercant, Carraretto, Lavrinovic, Marconato e Ress. Non so se mi spiego. Dico solo che solamente con il ritorno di Zisis in maglia biancoverde la Benetton potrebbe sul serio come minimo centrare il quarto posto. Del resto lo vedrebbe anche un cieco che a questa squadra manca soprattutto un playmaker che le possa garantire con continuità gioco e sicurezza. L’avrei detto anche a Gilberto Benetton se non fosse rimasto in vacanza. Forse a Cortina d’Ampezzo. Sforare il budget a volte si deve e si può. Innamorarsi del Monte Paschi Siena è invece molto più facile ancora. Non tanto per il suo forziere e la sua forza d’urto, ma per quel ragazzo che è diventato grande e ora finalmente anche cittì. Un tesoro di ragazzo del quale tutti dobbiamo essere orgogliosi come lo siamo di Ettore Messina e di pochi altri che abbiamo visto crescere in casa senza perdersi per strada. Come Messina il nostro Simone Pianegiani, che non facevo juventino al mio pari, sa parlare agli arbitri e farsi rispettare da loro. Pure questa è una qualità che magari può fare arrabbiare Buzzavo che ogni tanto fa capolino dal sottopassaggio della tribuna e urla di tutto mostrando la faccia cattiva al mondo. Lo capisco, sarei eguale anch’io nei suoi panni (d’avversario), ma tale e quale era anche l’Ettore fiero-zitti-e-mosca quando allenava Treviso e non è che la cosa dispiacesse poi molto al presidente nei secoli dei secoli benettoniano che ama comunque più gli allenatori stranieri dei nostrani. E allora teniamocelo ben stretto il Paggio della contrada della Lupa. Lo dico con il cuore in mano rivolgedomi soprattutto a Dino Meneghin, del quale sono fratello maggiore per qualche mese: aiutiamolo, se occorre, a scegliersi i compagni d’avventura in nazionale senza inciuci politici e raccomandazioni craxiane. Non lo nascondo: al suo fianco ci vedrei bene Attilio Caja, come il Paron stava ad hoc vicino a Boniciolli, ma qui sono troppo di parte e quindi mi ritiro in buon ordine aggiungendo appena un paio d’altre osservazioni ancora sulla bontà di Siena e del suo giovane principesco trascinatore. Da quando è al Monte dei Paschi persino Hawkins, che non mi ha mai fatto impazzire, è diventato un giocatore che m’appassiona per l’acquisita concretezza estrema. Infine non so se ci abbiate fatto caso, ma Siena ha punito la generosa Treviso nello stesso momento in cui la Benetton, negli ultimi minuti del primo tempo, aveva in campo il suo miglior quintetto, mentre Pianigiani s’era affidato a Carraretto, Domercant, Ress e Marconato più l’imbarazzante McIntyre del primo quarto d’ora. Meditate gente, meditate e intanto me ne vo dal Palaverde sotto un cielo che già macina neve augurando buon anno a chi non vedevo da tempo e mi fa comunque capire di volermi ancora bene anche se ho sempre la fissa – dice – per Milano. Niente di meno vero. Solo Superbone Tranquillo può essere ancora orbo di una squadra costruita con i piedi per arrivare seconda e tenuta insieme con lo scotch da sette successi consecutivi contro sei squadre, esclusa Bologna, che avrei potuto battere anch’io standomene all’ora della partita comodamente sprofondato in pantofole sul sofà davanti alla televisione. O bisogna essere fenomeni per vincere in casa con Cantù, Pesaro (al supplementare), Napoli e Cremona e per grazia ricevuta a Teramo? Non credo. Bisogna piuttosto essere molto bravi a segnare la bellezza di ventun punti in venti minuti a Roma e fare pena come Mancinelli e Hall per tutta la gara. O avere gli stessi punti in classifica della diabolica Cantù che con gli stipendi di Mordente e Bulleri non solo ha costruito una signora squadra, ma le sarebbero avanzati pure i quattrini per pagare da bere alla Brianza intera. D’accordo, non sono i soldi a dare la felicità nemmeno nel piccolo mondo della palla nel cestino. Altrimenti il buon Gigi Brugnaro, opulento presidente della Reyer, si sarebbe già dovuto sparare a fronte delle misere cinque vittorie che gli ha sinora regalato una squadra che gli è costata una fortuna e che anche Dan Peterson avrebbe giurato che sarebbe volata in serie A a occhi chiusi sulle ali di Garris e Janicenoks. Con il Tigre nel motore. E invece.
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This entry was posted on Lunedì, Gennaio 4th, 2010 at 21:38 and is filed under Il basket nel cestino. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.
