OSCAR ELENI dal bar parigino Zero Zero dove fanno troppo rumore, ma dove hanno anche uova sode da tirare in faccia ai clienti antipatici, meglio se arrivano dall’Italia, dalla Lega, dalla Federazione, dai campi dove si gela per il freddo e dove, poi, si soffocherà per il caldo, perché nelle guerre paesane pensano a tutto, fingono di essere disposti a lavorare per il bene comune e appena devono un po’ di assenzio se la ridono pensando di avere davanti degli allocchi, ma poi al momento di fare le cose si perdono tutti nello stesso bicchiere di latte rancido. Amianto a colazione nell’undicesimo Arrondisement dove abbiamo voluto tenerci un tavolo prenotato nella speranza che a maggio si possa incontrare gente di Siena come se fossimo al Grattacielo. Sembra l’unica cosa giusta da fare mentre le nostre cicogne non portano bambini belli al campionato che ha chiuso la prima parte portando alla regina di Saba, il Montepaschi campione, i pochi ori rimasti, le velleità di allenatori che fanno proprio come i nostri vicini al Zero Zero: volano alto e poi cadono a faccia in giù. Sfidare con le parole i tricampeones ha un senso se sei su Scherzi a parte, ma poi bisogna fare i conti Read The Full Story…

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By oscareleni | Gennaio 19, 2010 - 10:02 am - Posted in Il basket nel cestino

OSCAR ELENI da un posto che non esiste, quello dove si taglia la lingua agli allenatori che trovano fiori dove hanno coltivato soltanto ortiche, Roma e Milano sono le nuove serre della pruriginosa su grandi labbra, quello dove chi legge sembra capire, dove i consiglieri di chi ha sbagliato tanto sono appesi per le palline sul ponte Milvio, sul ponte della Ghisolfa, su ogni ponte dove ci sia la possibilità di leggere oggi, domani, quello che ieri ci faceva godere, ad esempio, nei giorni in cui la Lega era qualcosa di speciale e non questa nebulosa che si fa stangare in pubblico dai suoi associati, che sbaglia quasi tutto, che non comunica, non si commuove, non fa più tenerezza, a parte i samaritani che ci lavorano dando tutto quello che hanno per avere in cambio ringhi scomposti. Scoprendo che il male non ti lascia anche se provi a tagliarlo abbiamo provato a farci chiudere nella stanza dei giochi, al sole, scegliendo il giallo ravvivante con accenti al color gelato, vaniglia o lampone, aggiungendo blu navy e blu ceramica, anche se, dicono, sarebbe bello svegliarsi al mattino in una stanza dove non vedi i fantasmi di Proli, Bottai, Papalia, degli arbitri infelici, dei giocatori italiani sostenuti da Petrucci, ma non più dai poveri allenatori che puntano su di loro, speriamo che Pianigiani cambi il mondo intorno a noi, dove non senti cazzate sui prossimi ragazzi da mandare nella Nba se nell’elenco del Poz ci mettono Mancinelli e Poeta, su Aradori muovetevi più piano, dove non tutti quelli che dovrebbero cambiare il nostro destino di nazionale con la quarta fascia scritta in faccia hanno il colore del Crocus e delle Primule che abbiamo visto sul volto di Nicolò Melli. Che la fortuna lo salvi dalla piaggeria, che sia protetto bene dalla famiglia, gente tosta, madre americana, argento olimpico di pallavolo, padre a gomiti larghi come quando giocava, che la testa, una bella testa, gli serva per schivare la slavina dei leccaculi che ai talenti prospettano soltanto veline Read The Full Story…

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                           di FRANCESCO SARTI

La Juventus è ormai diventata una loggia massonica. Ne filtrano bisbigli, malintesi, frasi sibilline. Nessuno sa più esattamente che pesci pigliare, né dentro né fuori dagli spogliatoi di Vinovo. I giocatori ci si sono rinchiusi mercoledì, alla vigilia della gara col Napoli in Coppa Italia, mettendo alla porta Ciro Ferrara e i dirigenti. Decidiamo noi, grazie. Abbiamo sentito abbastanza sermoni. Già. Perché alla Juve di quest’anno va di moda la predica. Preferibilmente il giorno dopo una sconfitta bruciante, sull’ostico campo di allenamento che da un paio d’anni miete più vittime di Highbury negli anni ’30. Immaginiamo il copione: solito spreco di parole come “impegno”, “maglia”, “obiettivi”, stagliate sul profilo smilzo dell’amministratore delegato, o il pallore del general manager. Sullo sfondo, il berretto di lana di Ciruzzo, l’unico modo dell’allenatore di difendersi dalle critiche, cadute a pioggia dopo il tracollo col Milan, e consacrate, fino a tre giorni fa, dalla severa statistica: 6 sconfitte su 8 partite, media da retrocedenda. Nessuno, ovviamente, convince più. Fa tristezza sentire Diego, che dopo aver affossato Mazzarri con un gollaccio di controbalzo, celebra la prestazione tonica parlando di “nuova era” e “chiarimenti”. O vederlo offrire il rigore a Del Piero, noblesse oblige, anche se il capitano spara una sassata centrale che ha addosso tutti gli ormoni della stagione ingrata. D’altra parte, la repressione colpisce ad alzo zero: Amauri, in rottura prolungata, si è ridotto a sgomitare (alla Playstation, per quello, basta un pulsante, non ci vogliono particolari combinazioni), Melo ruba palloni in spiaggia ma li perde in montagna, Cannavaro, coperto di insulti dal tifo, non riesce a tornare. Quanto ai giovani, tanto decantati in estate, sono precipitati. Marchisio a parte, De Ceglie compare col contagocce e Giovinco, che ha timbrato pure lui il cartellino dell’infortunio, è ancora chiuso a chiave nell’armadietto di Diego, tra i calzini di riserva e le palle di naftalina. Sarà forse per questo che Lanzafame, con scioccante consapevolezza, ha preferito i progetti parmensi alla storia juventina, ora nelle mani (nei piedi no, ma servirebbe) di Roberto Bettega, cavallo di ritorno, che allo stadio si siede in mezzo ai musi lunghi di Blanc e Secco, incitando, spiegando, correggendo. Read The Full Story…

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di OSCAR ELENI

Non esiste più il bosco dove andare a rifugiarsi. Era la polizza salvezza di Tony Cap, un angolo di mondo lontano, vivendo con poco, dieta quasi vegetariana, pensando a questo circolo nautico dove vanno al timone anche fiori di imbecilli perché si preferisce parlare con gli stupidi piuttosto che ascoltare che ha fatto davvero cose importanti. Non ci siamo andati, in quel bosco, poteva essere anche l’eremo del commissario PI che nel giorno dell’addio a John McMillan ha illuminato una tavolata di quasi ex, e poi chissà che fine ha fatto questo bosco ai confini con l’Austria. Ce ne restava un altro, il nostro bosco antico dove il basket aveva una forza aggregante. Sembra morto anche questo dopo aver preso in faccia la porta che l’Europa aveva provato ad aprire pentendosi subito di aver dato delle buone carte in mano a Milano e Roma: la prima ha offeso quelli dell’Uleb con l’uscita proliana dell’euro come campo di allenamento pensando ad un campionato già perduto prima di cominciarlo, la seconda perché non ha fatto un passo avanti per mettere qualcosa sotto i denti di chi soffre vedendo i palazzi mezzi vuoti. Forum di Assago ed Eur: due mausolei, sacrari al mondo perduto. Fingere di non avere soldi per affrontare le altre grandi dell’Europa è una scusa banale, come quella della sfortuna per partite regalate. Se la cavano sempre i previtoccioli vendicativi, pensano di essere credibili, ma nella sostanza sono niente e questa crisi non nasce soltanto perché un giorno Petrucci disse alle società di serie A che potevano fare anche a meno del vivaio. Loro, per risparmiare, non hanno capito il messaggio e hanno bruciato tutto. Dicevamo dell’Europa che ci ha sistemato nel posto giusto: quarta fascia, ma quella dei poveri in canna, perché si tratta delle 15 sfigate non ammesse di diritto al prossimo Europeo in Lituania. Eravamo convinti che le squadre di club potessero fare qualcosa di meglio, ma nel giorno in cui siamo rimasti con la sola Siena a difendere una tradizione, con Siena lassù, poi Treviso più giù e quindi Pesaro ancora più in basso, abbiamo scoperto che il bosco era davvero morto. Per seppellirlo l’ultima uscita del Sabatini che considera pure la Lega Read The Full Story…

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OSCAR ELENI capace di volare a Ruvo di Puglia dove la squadra che gioca nella A dilettanti ci fa sempre venire in mente Luca Basile tornato a segnare  tanto col Barca, tornato a vivere dopo l’infortunio, tornato ad essere quello che è sempre stato, come diceva Tanjevic accarezzando il suo principe della zolla. Chi vola, però, cerca sempre un nuovo ramo e allora via verso Livorno per sentire la voce di Paolo Virzì, grande regista cinematografico, l’uomo di Ovosodo, di N, di opere meravigliose, per immaginare il suo ultimo lavoro, “La prima cosa bella”, che scenderà in campo per contrastare la tecnologia miliardaria di Avatar. Dopo aver visto la gente squittire per le recite di americani fasulli, dopo aver visto tanti creduloni andare dietro ai soliti pifferai, dopo averne sentite di ogni tipo da Trieste in giù, dopo aver scoperto che la farsa di Roma toglie un triste primato al vecchio Simmenthal, quello del massimo scarto in una partita di serie A, serie A quella dei bambini Papalia?, ci siamo innamorati di una frase del livornese rimasto, come tutti, orfano del più bel basket ruspante dell’altro secolo, ci siamo iscritti al partito che ha come motto questa meraviglia: “Vale più un sorriso della Sandrelli, anche adesso che non è più una meravigliosa ragazza con la valigia, di tutti gli effetti speciali”. Possibile che la gente non si renda conto che la Nba e certe americanate di ragazzi frustrati venuti qui a guadagnare euro, ben sapendo che ora vale più del dollaro, fanno parte di un altro campionato. No, non è Siena che gioca su un altro pianeta, siete voi avversari che la fate diventare magica e preziosa perché non avete ancora capito che quelli non sono i più bravi in assoluto, ma sono quelli che sul campo ci mettono tutto quello che hanno, dal lunedì ad ogni maledetta domenica. Virzì ci chiede di dare le parole alle cose come capita se andate al Forum di Assago e scoprite un sacrario di poltroncine bianche,vuote, che sembrano croci davanti alle quali inginocchiarsi senza tanta spocchia, senza inventarsi niente, perché Milano ha già visto tutto, conosce ogni cosa del basket Read The Full Story…

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                          di CLAUDIO PEA

Una domenica di basket  esagerato dopo tanto calcio-panettone. Sin troppo. Un mezzogiorno di sole dopo tanto gelo. Già troppo. Al Palaverde di Villorba. Così, tanto per vedere che effetto (mi) fa Siena. Da bordo parquet. Dopo tanta pallacanestro in televisione. Mai troppa, come direbbe il Grande Orso Eleni che mi ha appena spedito il primo pezzo del 2010, lungo dieci cartelle, che divoro goloso e mando subito geloso in rete. Respirando l’aria della campagna intorno. Gustando sapori antichi e cari anche ai barbagianni della Serenissima Repubblica dei miei avi. Frugando nei ricordi per cercare di capire se quello sia ancora il nostro,  il mio mondo. Aiuto, rileggendomi già m’annoio. E allora m’affretto, corro, entro al calduccio. Non c’è Superbone Tranquillo ed è questo già un sollievo. Cerco Tonino Zorzi trombato dall’ecumenico Boniciolli. Pensavo ci fosse. E invece niente. Peccato,  avrei visto volentieri la partita accanto al mio saggio Paron parlando anche d’altro. Di golf e dei fratelli Molinari per esempio. Ma l’avrei visto soprattutto ancora bene a Roma a fianco di quel Matt(e)o di Trieste che ha troppi amici fasulli  che gli ruotano attorno. Per carità,  posso sempre anche sbagliarmi, ma non credo. Non c’erano soldi per entrambi, mi dicono. Read The Full Story…

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OSCAR ELENI da Portacomaro, nel Grignolino, come diceva Veronelli, parlando di un vino che lui considerava anarchico testabalorda, come ci sentiamo anche noi prendendo ispirazione dal titolo di un libretto scritto bene e con passione da Nicola Roggero, una delle belle voci di Sky. Purtroppo gli fanno fare il calcio, ma ora andrà ai Giochi invernali, spera nell’atletica, uno con passione sportiva autentica e quando lo conoscemmo noi era a Roma, nel carrozzone del Messaggero Basket, quello dove gli juniores venivano trattati come principi, quello dove Bianchini spostava pullman vuoti per punizione. Voce per quel mondo che affascinò persino il commissario Parisini, sceso nella capitale per far portare via le piante dei fiori superflue, per sequestrare telefonini che aveva anche la sora Marcella, per rimettere a posto, su ordine di Angelone Rovati, i conti di una società finanziata fin troppo bene da Sama e Gardini con i soldi degli altri, per purificare l’aria, bonificare il territorio, perché il nostro vero Papa lo sapeva e lo saprebbe fare ancora. E’ uno dei tanti, il Parisini, a cui il basket deve tantissimo, a cui la Lega dovrebbe ancora ispirarsi nell’organizzazione Read The Full Story…

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