di FRANCESCO SARTI
Ha ragione Trinchieri (nuovo Bianchini, almeno nell’eloquio). Si può benissimo giocare una partita con soli cinque uomini, è solo che ci si stanca un po’di più. Ah, che musica. E che nostalgia per le squadre di qualche lustro fa, con soli dieci nomi nel roster, e otto (al massimo nove, se andava di lusso) a referto. Il resto vivaio, a stropicciarsi gli occhi e il culo sulle panchine. Altro che le comitive odierne, allargate a dodici potenziali titolari, in cui bisogna dosare col bilancino ogni minuto, ogni scampolo di gara, per far contenti tutti e non dimenticare nessuno. Una perversione. Mi viene in mente perché è dell’altro giorno la notizia dell’exploit di Brandon Jennings, che al suo anno da matricola coi Bucks ne ha messi 55, superando Kareem Abdul Jabbar nel record di franchigia per un rookie e insidiando quello all-time di Wilt Chamberlain. Nomi altisonanti, certo, ma solo per dirci che il ventenne americano, l’altr’anno, avrebbe impiegato dieci partite con la Lottomatica Roma per segnare gli stessi punti. Era un viziato? Un imberbe? L’ennesimo rebel without a cause? No, niente James Dean. E niente gioco del pollo, per cortesia. Jennings non è finito con la decappottabile nell’abisso, dove forse l’avremmo pronosticata, ma si è fermato sul ciglio di un basket più sciolto, dove le isolation sono religione e il playground una promessa. Non migliore del nostro, non l’abbiamo mai detto, anzi finanche più noioso, soprattutto in certe sonnacchiose esibizioni di regular season. Ma evidentemente più adatto alle sue corde di tiratore, di improvvisatore. Ci si dirà forse che non meritava il minutaggio, che c’era di più e di meglio nell’urgenza di Repesa prima e Gentile poi di allestire una squadra solida ed efficace, senza fronzoli e paillettes. Ma l’exploit di Jennings è un monito, al pari di tante altre vicende strane, che sacrificano il talento alle rotazioni, la tecnica alle corse, la libertà folle alla continuità utopica. Capiamo tutto, ma vorremmo ricordare che una delle nostre speranze oltreoceano, Andrea Bargnani, ha cominciato a diventare uomo sul parquet quando l’anno messo finalmente in mezzo, pure in un ruolo, di centro, non del tutto suo, a sgomitare per 35-40 minuti filati con armadi cattivi e gomiti alzati. Citando, soprattutto, le sue parole, quando a proposito dello spazio concessogli da Mitchell diceva candido che mettere i piedi sul parquet per un quarto d’ora netto non è giocare, è al massimo assaggiare, con la spada di Damocle del ritorno in panca alla prima cazzata. E quanti altri casi di integralismi, di fissazioni: un pur bravo allenatore come Blatt, per esempio, che in Italia amava a tal punto i cambi sistematici da ignorare il momento di fuoco di qualche suo rincalzo, così da ricacciarlo agli inferi proprio quando era posseduto dall’adrenalina. O il Bucchi di quest’anno, che a Milano, dopo il consueto stillicidio di stranieri, ha finalmente provato in quintetto Mancinelli e Mordente, forse non abbastanza fashion da potersi definire titolari. Anzi, ora aspettiamo pure Bulleri, sperando non si offenda Finley, perché non accettiamo che lo stesso giocatore, sull’altare della panchina lunga, si imbrocchisca da un anno per l’altro, e diventi merce di scambio, anziché risorsa preziosa. Tutto per la durata, si direbbe. E in effetti, può funzionare. Basti pensare a Siena, che a momenti fa entrare pure i magazzinieri, pur di ottenere minuti di qualità. Ma a ben vedere è un’eccezione alla regola, perchè per mettere a referto tutti i giocatori bisogna immergerli nella famosa chimica di squadra, col rischio che, se qualcosa va storto (vedi Hackett a Treviso), il risultato sia un magma indigeribile, dove ogni singolo si sente frustrato, perché la sua presenza si valuta al cronometro, che è solo l’anagrafe di una partita. E qui dovremmo parlare pure della disponibilità al sacrificio, e per uno straniero all’integrazione in un contesto rigido, predefinito, in cui i clandestini del gioco, come Jennings l’anno scorso, non hanno alcuno scampo. Ma prendete Rebraca, tanto per dire, che esplose a Treviso solo quando qualcuno si decise a servirlo con continuità in post-basso, dove aveva geometrie vellutate e immarcabili. Perché, come disse una volta Dan Peterson, non c’è niente di male a far finire l’azione cinque volte di fila nello stesso modo (anche dando fiducia ad un unico giocatore) finchè paga. Il problema, semmai, è degli avversari. Invece no. Ruotiamo, cambiamo, stravolgiamo. Ma fa tenerezza, in questa vertigine che è il basket moderno, sentire Belinelli che, per convincere Triano, dice di doversi far trovare sempre pronto, pure con un minutaggio asfittico. Questo non è gioco, è apnea. E a volte qualcuno ci soffoca.
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This entry was posted on Martedì, Novembre 17th, 2009 at 16:27 and is filed under Sarti poeti e navigatori. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

Leggo questo articolo e chiedo … non è mica che pallacanestro europea ed americana NBA siano due giochi diversi con regole diverse? E che forse un giocatore è bravo se riesce ad interpretare le regole a seconda di dove gioca?