By peaclaudio | Ottobre 24, 2009 - 5:48 pm - Posted in Sarti poeti e navigatori

               di FRANCESCO SARTI

Alcuni giorni fa Luke Jackson, nuovo americano della Carife Ferrara, ha rilasciato un’intervista alla Gazzetta in cui confessava che, per integrarsi al meglio nella nuova realtà cittadina, aveva preso a spostarsi in bicicletta e mangiare cappellacci di zucca. Non mi sorprende, perché a Ferrara ho trascorso sei anni di università e mi ricordo – aspetti gastronomici a parte – del senso misto di ammirazione e angoscia che mi colse la prima volta che mi trovai a tu per tu con la stazione dei treni, sul cui piazzale, come una marea informe, si estendeva un numero impressionante di bici. Già, perché Ferrara, lo dice anche un cartello all’ingresso, è “la città delle biciclette”, e chiunque abbia la ventura di viverci deve fare i conti con questo dato. A pedali vanno le studentesse, gli impiegati, i professionisti. E naturalmente i pensionati, che grazie all’esperienza accumulata sanno sfrecciare sugli stradoni anche in inverno, incuranti del gelo, che respingono a suon di tabarri e cuffie di lana. Non è solo un fatto di necessità (il centro storico, tutto ciottoli e viuzze, è indigesto alle auto), ma anche di simbiosi: a Ferrara chi si muove a piedi è come un cavaliere disarcionato, inviso al pubblico, che per cercare la redenzione deve salire sulle Mura che abbracciano la città vecchia. Là sopra tutti corrono, o al più si fermano su qualche panchina a leggere (o a fare di meglio, se in opportuna compagnia), lanciando sguardi languidi alla pianura in lontananza. Anch’io ho pedalato, e corso, e forse per questo non ho mai associato a Ferrara altri sport. Certo, sapevo del calcio, cioè della Spal, che là chiamano Speal, improvvisando un creativo dittongo (“maieal”, “beasta”, ecc.), ma al massimo ne avevo visto lo stadio. E venni pure a conoscenza del Palio, meno noto di quello di Siena ma ugualmente sentito. Il basket, invece, l’avevo sempre colpevolmente ignorato, per incultura e pregiudizi: da gretto forestiero, non sono mai riuscito ad accettare l’idea che Ferrara potesse avere un palazzetto dello sport moderno e luccicante. Piuttosto, me lo sarei immaginato cupo, col mattone a vista (una vera religione della zona periferica, insieme ai colori stinti delle case) e ovviamente pervaso di nebbia, anche all’interno. Forse però ero solo fuorviato da una strana costruzione che si ergeva, come un interrogativo, di fronte a casa mia: una sorta d’impianto sportivo fantasma, sempre spento, segnalato da un enorme cartello stradale, identico a quello in uso per i Comuni, che recitava: “Palazzo delle palestre” (chissà, magari si trattava davvero di una località: non abitavo a Ferrara, ma a Palazzo delle Palestre). Suggestioni a parte, il basket finii per frequentarlo pure lì: per movimentare le giornate da leguleio in fieri, decisi infatti di iscrivermi alla squadra di pallacanestro del Cus. Il roster aveva prestiti un po’ovunque (ingegneria, medicina, giurisprudenza), e il giocatore di maggior potenziale era un iraniano muscolare ma grezzo che sgomitava sottocanestro. Peraltro, agli allenamenti venivamo costantemente presi in giro da un’immarcabile ragazza spagnola (una specie di Garbajosa al femminile), che ogni tanto, con la tipica spensieratezza Erasmus, presenziava alle sedute. Un giorno, facemmo pure una partita con l’omologo team di Bologna. Un osso duro, tanto che una specie di dirigente, poco prima della palla a due, ci incoraggiò sentenziando: “Siamo bravi se ne prendiamo meno di sessanta”. Inteso come punti di scarto. Per la cronaca, non fummo bravi, anche perché, per dare l’idea, mi trovai a marcare un’incazzosa ala-pivot alta più di due metri, di cui riuscivo, sì e no, a tagliare fuori i pantaloncini. Non ho mai chiesto il risultato finale, più per disinteresse che per vergogna. D’altro canto, non ho mai nemmeno domandato il punteggio dell’esame orale di avvocatura, che andò senz’altro meglio di quella partita. In ogni caso, fu l’ultima occasione in cui indossai una divisa di gara. Alcuni mesi dopo mi laureai e tornai a giocare a basket occasionalmente in qualche campetto. Tra le cose che avrei conservato di Ferrara, c’era anche la cena di fine stagione coi miei casuali compagni di squadra. Che oggi, immagino, saranno ingegneri, medici, avvocati. E nessuno giocatore di basket. Ma a quello, in definitiva, penserà Luke Jackson, almeno finché andrà in bicicletta.

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