di FRANCESCO SARTI

Il campionato odora ancora di vernice fresca, e mettersi a dare giudizi (come fanno al New York Post, dove già si sentenzia che Gallinari è in crisi) pare sbagliato, più che prematuro. Però, le sensazioni esistono, e tanto vale parlarne, a partire dal retrogusto d’antan di certe scelte di mercato: da tempo non spendevamo così tanta fiducia sui reduci dell’Nba, più o meno onusti di serio praticantato. Per esempio, Biella si è affidata al veterano Fred Jones, una vita a correre e schiacciare negli States, prima di essere chiamato dal team di Bechi. Ripagandolo, nell’esordio casalingo contro la Virtus, con le mani ferme dalla lunetta nei minuti decisivi (per contro, Scoonie Penn, che l’America l’ha vista poco ma l’Europa tanto, continua a sparacchiare un po’ troppo, anche per un contratto a gettone). Poi, ci sarebbe Ferrara, che ha tentato di redimere Luke Jackson, scartato dai pro perché non abbastanza sfavillante, ma non esattamente uno sprovveduto, come appurato nella prima giornata. Pazienza che poi, alla prova del nove milanese, non si sia ripetuto, lasciando il palco al collega Grundy: piuttosto, ci chiediamo se all’Armani, vittoria a parte, preferiscano il Finley che segna da solo, neanche fosse una guardia, o il play che fa il boia e l’impiccato. Certo, visto il Bulleri trevigiano dell’altr’anno, viene da chiedersi se non fosse più opportuno sperimentarlo in quintetto, con Mordente cambio dei piccoli. Ma sono preferenze, come per Mancinelli, che non ci pare uno specialista da panchina ma un titolare da accendere subito. Invece, tornando al tema nostalgia, non si può dimenticare lo strano caso di Napoli, che una volta si chiamava Rieti ma non aveva così tanti amici su Facebook, come testimonia la relativa pagina di Gaetano Papalia. Non essendo iscritti alla lista delle sue figurine, non abbiamo letto in diretta dell’arrivo di Damon Jones, già salutato nuovo salvatore della patria, nella speranza che sia ancora quello degli Heat, e non faccia la figura del Ciuchino, come lo chiamava Shaquille ispirandosi a Shrek. Difficile dire se lui e Gabini risolleveranno la baracca, ma nel caso, spiacenti per Marcelletti, ci vorrà non poco tempo, visti gli agghiaccianti risultati iniziali: prima il trentello (abbondante) a Siena, poi il ventello (abbondante) in casa con Avellino. Dove Akyol, di cui al debutto già si scrivevano meraviglie, ha preferito il basso profilo, ed emerge un’inconsueta, ma efficace, front line polacca. Chi invece ama la mitragliatrice si rilegga i report da Treviso, in cui Neal e Jaaber si sono sfidati a fionda, con non poco compiacimento reciproco. Intriganti interrogativi: se il primo saprà essere leader, al cospetto di tanti compagni nuovi e giovani, e se il secondo non nasconda, con le sue prime performance, dei problemi offensivi altrove. Nel dubbio, Gentile ha preferito farsi espellere dopo otto minuti, così da perdersi la prima vincente del figlio contro di lui. In panchina è rimasto invece Capobianco, che nell’altro anticipo del sabato ha sgonfiato gli entusiasmi varesini, orfani della prestazione-monstre di Ron Slay contro Milano, e dotati, come temuto, di sua stanca controfigura. Idem Childress, ma non stiamo a speculare. Piuttosto, siamo lieti che nella mischia, sponda Teramo, sia finito il giovane Polonara, classe 1991, e che a Biella, per rimanere in tema, abbia messo due liberi Chessa, classe 1988. Poi, ci sarebbe da parlare di Montegranaro, che ha scoperto la verve realizzatrice di Robert Hite, uno che pure è stato respinto dall’Nba, a dispetto di una Caserta tosta, Sacripanti-style, in cui anche Di Bella recita da protagonista. E magari potremmo accennare al supplementare lombardo, dove Cantù ha espugnato l’entusiasta Cremona mettendo le chiavi dell’attacco nelle mani dell’atteso Jeffers (pessimo contro Treviso) e del solido Mazzarino. E’ buona solo per i titoli di coda, infine, la vittoria (quasi) sul velluto di Siena, che a Pesaro ha ritrovato McIntyre, e ci ha lasciato nel dubbio se sia più inconcepibile, almeno per i trend italici, che dalla panchina si alzi Zisis o Lavrinovic. In ogni caso, i risultati non cambiano, e la noia neppure. Anche se Minucci, gli americani, è solito pescarli al di qua dell’Oceano.

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