di FRANCESCO SARTI

Vorremmo vedere più spesso Daniel Hackett stoppare da fermo Casey Shaw. O celebrare un canestro con urla belluine, per poi tornare in difesa battendo le mani sul parquet, a sfidare l’avversario diretto. Anche se l’imprendibile Marques Green lo incenerisce da tre punti. Anche se pure il suo cambio, il coraggioso Daniele Tomassini, classe 1988, non ha paura di tirargli da lontano. Perché Hackett, col piglio e i tatuaggi da rockstar, è un’ottima copertina per una giornata, la terza, che ha proposto qualche italiano protagonista. Certo, non sarà stato il migliore in campo della matinee Benetton-Scavolini, perché per il titolo bisogna rivolgersi ancora a Gary Neal, 22 punti con tanto di allungo decisivo (nonostante una sua scriteriata scelta offensiva abbia dato al team di Dalmonte il pallone per vincere), ma almeno ci ha ricordato che nel nostro campionato non esistono solo stranieri. Poi, il dovere di cronaca impone di parlare della doppia doppia di Wallace, dei bombardieri Sakota e Van Rossom, di un buon Simone Flamini, di Hicks che ha sbagliato un po’ troppo per acciuffare la partita. E di questa Pesaro che non merita di stare a zero, come pure questa Treviso di definirsi giovane, se l’unico del vivaio ad essere davvero utilizzato da Vitucci è stato De Nicolao, una manciata di minuti mozzafiato a inseguire Green. Comunque. Per restare in tema anticipi, Siena ha, come previsto, macinato Teramo, nonostante il lavoro sottocanestro di Thomas e i punti di Poeta (che luccicherà meno dei compaesani Nba, ma resta terribilmente concreto). Ci chiediamo solo che incantesimo usi Pianigiani per integrare con simile facilità i nuovi arrivi: Zisis e Hawkins si stanno già divertendo, senza che i leader McIntyre e Sato Read The Full Story…

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By peaclaudio | Ottobre 24, 2009 - 5:48 pm - Posted in Sarti poeti e navigatori

               di FRANCESCO SARTI

Alcuni giorni fa Luke Jackson, nuovo americano della Carife Ferrara, ha rilasciato un’intervista alla Gazzetta in cui confessava che, per integrarsi al meglio nella nuova realtà cittadina, aveva preso a spostarsi in bicicletta e mangiare cappellacci di zucca. Non mi sorprende, perché a Ferrara ho trascorso sei anni di università e mi ricordo – aspetti gastronomici a parte – del senso misto di ammirazione e angoscia che mi colse la prima volta che mi trovai a tu per tu con la stazione dei treni, sul cui piazzale, come una marea informe, si estendeva un numero impressionante di bici. Già, perché Ferrara, lo dice anche un cartello all’ingresso, è “la città delle biciclette”, e chiunque abbia la ventura di viverci deve fare i conti con questo dato. A pedali vanno le studentesse, gli impiegati, i professionisti. E naturalmente i pensionati, che grazie all’esperienza accumulata sanno sfrecciare sugli stradoni anche in inverno, incuranti del gelo, che respingono a suon di tabarri e cuffie di lana. Non è solo un fatto di necessità (il centro storico, tutto ciottoli e viuzze, è indigesto alle auto), ma anche di simbiosi: a Ferrara chi si muove a piedi è come un cavaliere disarcionato, inviso al pubblico, che per cercare la redenzione deve salire sulle Mura Read The Full Story…

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                                       di FRANCESCO SARTI

Il campionato odora ancora di vernice fresca, e mettersi a dare giudizi (come fanno al New York Post, dove già si sentenzia che Gallinari è in crisi) pare sbagliato, più che prematuro. Però, le sensazioni esistono, e tanto vale parlarne, a partire dal retrogusto d’antan di certe scelte di mercato: da tempo non spendevamo così tanta fiducia sui reduci dell’Nba, più o meno onusti di serio praticantato. Per esempio, Biella si è affidata al veterano Fred Jones, una vita a correre e schiacciare negli States, prima di essere chiamato dal team di Bechi. Ripagandolo, nell’esordio casalingo contro la Virtus, con le mani ferme dalla lunetta nei minuti decisivi (per contro, Scoonie Penn, che l’America l’ha vista poco ma l’Europa tanto, continua a sparacchiare un po’ troppo, anche per un contratto a gettone). Poi, ci sarebbe Ferrara, che ha tentato di redimere Luke Jackson, scartato dai pro perché non abbastanza sfavillante, ma non esattamente uno sprovveduto, come appurato nella prima giornata. Pazienza che poi, alla prova del nove milanese, non si sia ripetuto, lasciando il palco al collega Grundy: piuttosto, ci chiediamo se all’Armani, vittoria a parte, preferiscano il Finley che segna da solo, neanche fosse una guardia, o il play che fa il boia e l’impiccato. Certo, visto il Bulleri trevigiano dell’altr’anno, viene da chiedersi se non fosse più opportuno sperimentarlo in quintetto Read The Full Story…

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                            di FRANCESCO SARTI 
 
Ha ragione Marcello Lippi: non ce ne frega niente della nazionale di calcio. Non ce ne frega niente perché, Mondiali o Europei a parte, la troviamo terribilmente noiosa. Non è, e non sarà mai, una squadra, bensì una selezione con gli innesti del momento, lunatica come i periodi di forma, uguale al suo gioco tattico, scorbutico, monotono. Non ce ne frega niente anche se il suo allenatore tenta di mettere insieme un Gruppo, insistendo su chi ha più corsa e abnegazione, e permettendosi esperimenti solo nei limiti in cui. D’altra parte, come sovente ci ricorda, lui ha un vinto un campionato del mondo, per cui ha diritto di vita e morte sul team, compresi copione e regia. Ecco, ecco un altro motivo per cui non ce ne frega niente dell’Italia. Sentire il suo ct che a fine gara, in puro delirio berlusconiano, non fa che inveire all’intero universo senza distinguere tra giornalisti e pubblico. Ci attendiamo anzi che, da un momento all’altro, dichiari d’essere il miglior coach degli ultimi 150 anni, da prima che il calcio diventasse il principe dei ludi italici. Eppure, con buona pace di Lippi, non c’è niente di strano nel fischiare una nazionale che sta perdendo in casa con Cipro, due gol a zero, suggerendo ai suoi interpreti impieghi lavorativi più consoni di quello sportivo. Né c’è nulla di strano nell’invocare, non certo solo nell’ultima partita, il nome di Cassano, un altro dei fantasmi del Nostro, che più viene ignorato e più diventa una sorta di impertinente Godot, di maschera da presepe napoletano, buona per i carri carnevalizi. Lui e Amauri, l’altro strano assente, ormai perso in un ghirigoro kafkiano, in cui non sa più se aspettare il passaporto o il gol. Read The Full Story…
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By oscareleni | Ottobre 12, 2009 - 12:52 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI da Puerto Ayora, isole Galapagos, dove gli uccelli fischiatori dai piedi blu mi convincono più degli arbitri con le maglie colorate, quelli che fischiano tutto e di più, quelli che non fischiano quasi mai, fortunatamente, quelli che ogni tanto si ricordano che all’ultima lezione hanno spiegato che l’infrazione di tre secondi è grave e va sanzionata. Per fortuna in mezzo alla bufera di parole dei ragazzi Sky, a dir la verità tutto è andato abbastanza bene quasi fino alla fine, quasi, abbiamo ascoltato anche il Mario Boni che da vero ex giocatore, ma Pittis e Pessina non sono stati grandi giocatori?, ha cercato di separare i fischi inutili da quelli importanti, ha provato a far capire che ci vuole testa per decidere in un attimo, ma non si può mai andare contro lo spirito del gioco di contatto e allora fanculo ai vostri falli intenzionali, alla malora l’infrazione di palla accompagnata, al diavolo il piede perno che non s’inchioda. Certo tutte infrazioncine, ma se le fischi una volta e poi lasci passare diventa facile sentirsi perseguitati. Voi dite che con una testa del genere invece di andare alle Galapagos, o magari di fare scopa con Werterone Pedrazzi sul tavolo operatorio, devono tagliarci e cucirci nella stessa settimana, sarebbe stato meglio presentarsi a Barcellona per l’ultima corrida catalana perché da domenica non ci saranno più tauromachia nella regione autonoma, ultima sfida con il resto della Spagna. Si poteva applaudire il grande Josè Tomas, così come avreste dovuto fare voi mentre l’anestesista toglieva di mezzo due voci libere lasciando spazio al resto del mondo caimano, del giornalismo che spreca diarie per gente incapace di capire cosa vale un mazzo di fiori sulla sedia che era dell’avvocato Porelli, per cronisti d’assalto che ascoltano le urla in un minuto di sospensione e non aiutano il sistema vanesio andando a cercare la gente anche in tribuna, ma per fortuna, nella sfortuna finale, è arrivato il presidente Ercolino con il suo sorriso sornione, con le lasagne di mamma Gina pronte per la nuova Air che adesso corre, si diverte, piace quasi a tutti, anche se poi bisogna aspettare il rigurgito di quelli che in Irpinia il basket pensano di averlo inventato davvero. Comunque sia abbiamo rivisto il Pancotto con occhi da tigre, anche se non abbiamo davvero capito il battibecco finale con elettrico Dal Monte che certo aveva le sue angosce perché questa Scavo che muove bene la palla, che gioca un basket piacevole, ha il male della pietra e troppi che tirano sassate cominciando da quel Cinciarini che ad Avellino deve aver lasciato poco e niente se lo hanno fischiato e preso in giro ogni volta che provava un tiro da tre, cioè tutte e cinque le volte in cui lo ha fallito oltre ai due tiri più facili, in una partita dove certo il più sordo non era Allred.

Prima del ricovero coatto, della prigionia forzata, delle pratiche invasive inventate dal chirurgo, una domenica quasi celestiale nel nome del basket giocato: Sky ha lavorato bene, lo ha sempre fatto, peccato che non sia anche sull’Eurolega prossima ventura, ma per questo ci penserà Sport Italia che ha scelto l’Europa e la serie A dilettanti per servirci di barba Read The Full Story…

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By peaclaudio | Ottobre 8, 2009 - 6:36 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI ossessionato da quella canzone dove una grande cantante si chiede cosa pensano gli arbitri quando fischiano, i dirigenti quando straparlano, i giocatori quando vogliono essere protetti, i giornalisti quando sperano di essere ascoltati. Per meditare meglio abbiamo scelto la chiesa di Santa Croce a Varsavia dove ci sono i resti di Fryderyka Chopina, dove ci sono anche i resti della Lega come la pensava l’avvocato Porelli e dispiace che sulla Gazza degli orgasmi abbiano liquidato la presentazione del campionato con il titolaccio: “Il solito bla bla”, quando c’erano da registrare due o tre cose interessanti. Intanto il ricordo di Gianluigi Porelli che in qualche angolo della galassia cerca canocchie da infilare dove sono più fastidiose a questi che neppure guardano il monumento che ha lasciato, proprio come i polacchi con Chopin. Nel suo nome si è rivisto al Campidoglio Gianni de Michelis, nel Campidoglio dove non si è neppure presentato il sor sindaco, pensando alla grandezza dei padri fondatori gli altri hanno fatto la figura dei tapini, anche se Veltroni non lo è e potrebbe davvero offrire il suo entusiasmo in maniera più convincente senza raccontarci la storiella che Gianni Petrucci, presidente del Coni, ha venduto nelle scorse settimane per bacchettare il suo “amico” Minucci e i campioni di Siena che al momento hanno l’allenatore migliore e quindi quello che dovrebbe servire per far rialzare la nazionale senza il viagra delle finte rivoluzioni. Non era soltanto un bla bla quello di Roma. Volendo si poteva affondare la corazzata Potemkin delle banalità andando all’assalto, senza imbesuirsi davanti agli occhi della solita Circe, senza sbavare perché gli arbitri cambiano colore delle magliette, dopo aver urlato basta con il grigio, ma non la testa se, ogni tanto, ma quasi sempre quando fa più male a chi insegue, ti danno un tre secondi in area, una palla accompagnata. Certo sarà entusiasmante trovare dopo ogni diretta un arbitro che vuole chiarirsi certi dubbi su certi fischi a supercazzola prematurata, nel pregiudizio che il ricco vince e il povero incarta il dolore e se lo porta fino ai piedi del presidente infelice. Comunque sia, cara gente, siamo nella settimana che porta all’inizio del campionato, ma, anche, al ricovero, per cui tenete stretti gli ultimi pensieri. Dicevamo della Lega che almeno si è inchinata davanti a Paola Porelli, Read The Full Story…

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