OSCAR ELENI dal cantone svizzero dove vive l’australiano Cadel  Guerriero Evans, nuovo campione mondiale di ciclismo, dal borgo dove Fabian Cancellara, fenomeno bernese figlio d’immigrati lucani prende a pugni i suoi muscoli, li castiga, perché non hanno ubbidito al cervello così come li aveva educati lui, dal villaggio dove l’arbitro di calcio svizzero Busacca mostra il medio senza virtù ai soliti manigoldi da tribuna che stanchi d’essere vessati dalla vita, dalla moglie, dal lavoro, si sfogano su chi ha sacrificato tutto per far rispettare le regole, mentre gli altri si divertono. Ciclismo e provette, direte voi, perché non hai niente da dire sul basket italiano, stordito come tanti dal politichese dell’ultimo consiglio federale dove Recalcati è stato confermato, ma con la certezza che non guiderà lui l’Italia nella prossima cavalcata, magari si trottasse, invece si andrà ancora al passo, verso l’Europeo del 2011 che dovremo meritarci sul campo perché non ci sarà la scorciatoia costosissima del Mondiale turco conquistato con un assegno da 500 mila euro. Per curiosità la stessa cifra che ti tiene in serie A anche se da penultimo meriteresti la B secondo vecchi regolamenti. Non diteci che è poco. Dignità protetta, insieme al bilancio, tanto per far capire che chi vuole gloria, sponsorizzazioni, quattrini, deve guadagnarseli dentro l’arena. Prendersela con il politichese sembra da vili. Cosa doveva fare Meneghin davanti al burrone? Non certo dare l’ultima spinta, ma neppure farsi prendere in giro, né far crescere il partito dei sospettosi, convinti che tutto si possa risolvere tuto usando lenti bifocali e passeggiando in montagna dove, non si sa bene su quale pista, è stato scambiato Petrucci magari per il bravissimo Silvestri, dove s’inventano strategie gattopardesche per cambiare tutto senza cambiare nulla. Read The Full Story…

convert this post to pdf.

OSCAR ELENI all’inseguimento di Vish Puri, maestro indiano che dirige la Investigatori privatissimi di Nuova Delhi utilizzando come collaboratori Luce al Neon e Crema da Viso, uno che trova energia mangiando tazze di riso cotto con le lenticchie e speziato con il cumino dopo aver aggiunto sale e coriandolo, trascurando il curry acido, la pasta di ceci, almeno fino a quando sua moglie “Rumpi” non è uscita dalla stanza e l’amico medico finge di non sapere che il suo colesterolo è al limite di guardia. Bel passaggio in India, ma a noi del basket cosa interessa? Siete i soliti. Non vi sembra che girare intorno a Vish Puri sia un po’ come andare da Meneghin e La Guardia passando da Treviglio? Non capite. Ecco il problema, qui non si fa attenzione al mondo che pulsa ventimila metri sotto il mare della Lega, ci si perde come sui Rai Sat Sport quando, in spregio a qualsiasi regola sulla pubblicità occulta, ci frantumano con il beach volley, ci fanno vedere i tuffi dalle rocce, ci portano nel regno del surf, ma, per carità, mai nell’Europeo polacco, salvo qualche pomeriggio con dei vuoti nel palinsesto. Capiamo il dolore di Franco Lauro che però non può fare il depresso soltanto per il brutto gioco visto in Polacchia perché ricordiamo bene la bava al cioccolato per certe giocate di Poeta e Crosariol, riusciamo a capire la nausea di chi soffre sempre per le stesse cose, ma è così. Comunque nel poco Eurobasket che ci hanno servito è stato piacevole ascoltare Bucci, con la sua filosofia della vita che serve soprattutto a cambiare la testa dei giocatori, il viperino Caja che non dice proprio tutto quello che pensa, ma se lo ascolti bene ti dice certe verità. Le verità che non piacciono a Petrucci arroccato sulla montagna sacra del Coni e mai così feroce con chi ha reso tanto difficile la vita federale del Dino Meneghin che per puro spirito di servizio pensava di aiutare lo sport che è stato, è, e, speriamo, sarà, la sua vita. Certo Dino non era pronto per i borosauri federali, come direbbe Kafka, non era preparato a reggere sulle spalle forti il peso di tanta incompetenza, di tanta malafede, dagli arbitri ai consiglieri federali che davanti a lui dicono “sei bravissimo, avanti così” e dietro le spalle sghignazzano convinti di aver trovato nel villaggio uno che li coprirà anche quando è diventato evidente che sono incapaci.

Morti cani direbbero a casa Pea, ma perché c’è questa difesa ossessiva di Carlo Recalcati che non sembra avere più energia per suonare il piffero, per far diventare giocatori veri quelli che sono stati spacciati per tali su Sky e dintorni, sulle reti private e nei conventi di frontiera, per dare testicoli dove ci sono lacrime di cera, per far capire ai ragazzi Nba che il basket si onora alla Pau Gasol, alla Nowitzki Read The Full Story…

convert this post to pdf.

                           di FRANCESCO SARTI

Siamo arrivati a Caorle col gusto del paradosso, come l’estate a settembre, e un vento di bufera che lascia intatto il sole. Il Palamare ha l’aria di una piscina chiara, invasa dalla luce, ma dentro c’è lo stesso odore di gomma di chi gioca a basket. Di fatto è solo un torneo di preparazione, magari tardivo per le nostre abitudini, ma pur sempre un weekend con Benetton e Reyer in divenire. Dunque curioso. In realtà saremmo venuti per vedere Motiejunas, di cui già si scrivono meraviglie, domandandoci se appartenga alla famiglia dei Kukoc o a quella, più numerosa, degli Tskitishvili, draft dell’anno prossimo a parte. Rimarremo delusi, ché per un lutto il diciottenne che sorprende ha dato forfait, ma motivi di interesse ce ne sono stati ugualmente. Andiamo a braccio, girovagando sulle impressioni. Per esempio: Venezia è un cantiere, e Garris annoiato e intristito. Diamogli il tempo di prendere in mano la squadra, si è già capito che almeno dall’arco, tornato Janicenoks, Sandro Dell’Agnello avrà di che divertirsi. Boo Davis, che ha corso sulle punte nella finalina del terzo posto, è un lampo in uscita dai blocchi e sa pure costruirsi il tiro. Ma non chiedetegli di improvvisare nel caos: non è affar suo. Scommetteremmo invece su Allegretti per scardinare le difese da fuori: è alto, preciso, perentorio. Preghiamo tutti, poi, che Di Giuliomaria smetta di tirare i liberi cercando con insistenza il tabellone. Per ragioni di percentuali, ma anche estetiche. Capitolo Benetton. Per fortuna Vitucci, parco con la pattuglia di giovani nella sconfitta con l’Aris, si è redento nel derby del giorno dopo dando spazio al futuro. Abbiamo visto scenari luculliani: De Nicolao, uno e ottanta scarsi, ha energia da vendere, tanto da strappare un rimbalzo in cielo agli stralunati lunghi granata. Sandri, con movenze da Peter Pan, il solito atletismo per deprimere gli attaccanti Read The Full Story…

convert this post to pdf.

OSCAR ELENI dal castello di roccia sotto il monte Sant’Elena, nello stato di Washington, dove la vita nel vulcano, le viti dentro il vulcano, le giornate sotto i lapilli sembrano più desiderabili di queste ore passate aspettando il medico Godot, non sapendo se del domani vi sarà certezza, prendendo in considerazione quasi tutto, ma non certo i risultati delle amichevoli che per adesso sono brevi dal fronte del mondo ignoto dove tutti promettono qualcosa, dove i nuovi e i vecchi si passano parola per essere banali. Se ti compra Siena allora hai già la preghiera scritta come fa Hawkins: “Adesso capisco perché vincevano sempre loro”. Ma va? Se ti prendono in una squadra rivale di Siena, diciamo a Milano, Roma e, forse, Bologna, purtroppo da quest’anno non serve più specificare che si tratta della Virtus, allora il discorsetto è pronto appoggiato sulla maglia: “Siena si può battere”. Lo sentiamo dire da tre stagioni, prima e durante, perché nel dopo ci sono altre cose su cui discutere: ad esempio saldare debiti pregressi, ad esempio costruire su qualcosa che ha una base solida. Comunque sia andiamo dritti verso una Supercoppa che forse non si giocherà. Non è bello dirlo, anche perché pensavamo che sarebbe stata la prima occasione per dedicare qualcosa a Porelli, in attesa che l’Eurolega decida per una celebrazione davvero grande come dovuta ai padri fondatori, direbbero gli americani, ma le cose vanno così e non pensiamo che a Siena siano molto preoccupati. Da vedere avranno tantissimo durante la stagione e, purtroppo per noi, potrebbero anche avere il privilegio di vedersi le partite europee che in Italia non trasmetterà nessuno visto che Sky vuole risparmiare proprio sulla manifestazione più bella per far pagare l’ammutinamento interno, per far capire al basket che gli amici importanti si coltivano e si trattano bene, non si prendono a schiaffi andando in giro a mendicare dirette fasulle da altri. Comunque la speranza d’avere le dirette resta viva. Minucci si sta impegnando e, quando lui fa qualcosa, non lo lascia mai a metà. Certo anche Milano, Roma e Treviso potrebbero dargli una mano. Lo sforzo vale la pena di essere fatto. Avevamo suggerito di spostare la Supercoppa in altra sede, da Firenze in su, ma non ci hanno ascoltato ed è un peccato perché siamo sicuri che i primi ad essere d’accordo sarebbero stati proprio quelli del Montepaschi.

A proposito di televisione diteci un po’ come avete visto gli Europei in Polonia? Non li avete visti? Ma come? Erano esclusiva Rai. Appunto. Meglio così vi direbbero quelli della pallavolo che sono stati serviti benissimo fino al giorno della finale, ma poi hanno cominciato a chiedersi dove fosse finita la diretta promessa. Se non interessano i tornei precampionato di cosa vi occupate voi basket dipendenti? Di tutto un po’. Napoli, ad esempio. Dicono che le cose non vanno benissimo, ma forse sono soltanto calunnie di chi a Rieti non sopporta di vedere la sua squadra in un’altra città. La Lega vigila? Vitali ed Armani, ad esempio. La società ballerà con Iverson e i giovani affidati a progettisti che di Milano conoscono quasi niente. Misteri della logica, ma, si sa, in un mondo dove in troppi si prendono meriti che non hanno, basta leggere certi brodetti alla livornese, la cosa che infastidisce di più è rendersi conto che qualcosa in città era stato fatto: scudetti ad ogni livello, coppe con dentro qualsiasi crema. Erano i tempi dove le scarpe erano davvero rosse, dove il nome della società era sacro, dove non spariva d’incanto e misteriosamente il famoso fiero, il guerriero che Gabetti aveva aggiunto al logo quando era entrato nella grande famiglia. Tornando a Vitali che adesso all’Armani considerano come il Superbone del Monello, dopo averlo baciato e riverito, felici d’avere il ricciolone che avrebbe ridato vita nuova ad una franchigia antica, ma sfinita, bisogna dire che non cambia mai spartito. Arrivando a Milano disse d’essere eccitato dal progetto, da tutto quello che era acqua di Giò, più o meno quello che diceva nelle prime settimane in nazionale quando ancora non si pensava che ad un certo punto, parola di gente che era dentro, ma proprio dentro al gruppo, compagni, allenatori, avrebbero brindato Read The Full Story…

convert this post to pdf.

di FRANCESCO SARTI

Come avrete letto o sentito già cinquecento milioni di volte dai mezzi d’informazione, è morto Mike Bongiorno. Vorrei parlarne anch’io, approfittando ignobilmente di un blog che si occupa, a preferenza, di sport. Vorrei parlarne anche se, per ragioni di età, non ero tra coloro che il giovedì sera, negli anni cinquanta, andavano al bar o in qualche salotto migliore del loro a vedere “Lascia o raddoppia?”, agli albori della televisione italiana. Né ero tra quelli, più o meno giovani, che s’incantavano di fronte alla minigonna di Sabina Ciuffini, all’epoca del “Rischiatutto”,  o assistevano in diretta alle imprese di Lando Degoli o Giuliana Longari, comprese vere o presunte gaffe ornitologiche. Per me, Mike Bongiorno era semplicemente il presentatore d’un indimenticabile quiz dell’infanzia, “Bis”, dove si doveva risolvere un rebus da scoperchiare pian piano, abbinando a memoria le caselle con la stessa immagine. Ed era il padrone di casa del prime time del giovedì (ancora)con show come “Superflash” o “Telemike”, sempre a base di cabine, secchioni e clessidre. Una presenza familiare, signorile, a tratti ingenua e demodè. Insomma, un elemento irrinunciabile della mia formazione televisiva, insieme a Corrado, Vianello e, nei pomeriggi infrasettimanali, Bonolis, quando veniva maltrattato da un pupazzo di peluche. Apprendere, come ieri, come oggi, che uno di questi personaggi non c’è più mi scaraventa addosso un senso di malinconia e privazione. Non tanto perché, con loro, muore fatalmente anche il relativo pubblico, ma soprattutto per quanto lasciano: una televisione vieppiù involgarita e grossolana, vuota di idee e, per conseguenza, ricca di stupidità. Si ha un bel dire oggi, con o senza le elucubrazioni di Eco, che Mike Bongiorno era il simbolo della mediocrità al potere, o dell’italiano comune, finanche ignorante. Al confronto con quelli attuali, i suoi concorrenti, se non di talento, erano quantomeno dediti e appassionati. Come lui, che profondeva tutte le proprie energie, con abnegazione assoluta, non già in un soggetto culturale ma nell’utilizzo del mezzo televisivo. Ai giorni nostri, che al fascino e alla spietatezza della domanda secca (così simile, peraltro, a quelle ben più paludate di certi esami, ed esaminatori, universitari) si è sostituita l’esibizione del tedio, il bercio senza soluzione, perfino la pornografia dell’ospite-figurante, la carriera e l’esempio di Bongiorno appaiono arcaici e inconoscibili per le ultime generazioni. L’auspicio, dunque, per chi dell’uomo di spettacolo ha condiviso, oltre che l’immancabile Allegria, anche gli eccessi pubblicitari, sempre più in alto, è che quantomeno non ne vada perso lo spirito di conquista, il pionierismo scandaloso, perfino l’impertinenza. Senza con questo avallare per forza le sue ultime scelte professionali, che già denunciavano un imbarbarimento del gioco a premi, maggiormente propenso a elargire denaro girando le ruote che costringendo a una preparazione sui libri. E se ha fatto sorridere la sua versione di ottuagenaria spalla comica di Fiorello, io, in quest’avventura satellitare che non ha potuto iniziare, ci vedevo più un buen retiro, che una nuova rinascita. Ma il più, il necessario, era già fatto. Perciò ridiamo la linea, una volta per tutte, a Mario Bianchi, qualsiasi cosa questo significhi.

convert this post to pdf.

By oscareleni | Settembre 8, 2009 - 10:52 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI dalla via bolognese dedicata all’Indipendenza, davanti alla chiesa dove il basket ha ricordato Gianluigi Porelli, due colonne oltre il grande Civolani che nei suoi ricordi del “duce truce”, come lo chiamava lui, ci batte tutti, perché era vicino a lui per partite di calcio storico e addio alle case chiuse, non abbastanza distante dalle macchine blu che aspettavano i parenti stretti per l’ultimo viaggio verso il cimitero, da quella con autista bellissimo di Sacrati, dal gruppo che aveva fra le mani il ricordo scritto per la Lega, gente che ti veniva incontro e che pensavi di poter abbracciare, ma che guardandoti sopra la giacca chiedeva se le auto erano pronte. Autista. Ecco quello che dovevo fare, ma non mi piace guidare. Meglio così perché in un lunedì solare, nella strada dove l’avvocatone finiva quasi sempre le sue passeggiate storiche puntando sul Diana di Eros a cui chiedeva la vendita del locale perché non ne poteva più di vedere trascurato il tavolone dei viaggiatori, quello che, storicamente, all’entrata, accoglieva i passanti senza famiglia che avevano fretta e voglia di stare insieme agli altri, meglio così, dicevamo, perchè avremmo tirato sotto parecchia gente, partendo dall’hotel Carlton dove si radunavano i dirigenti per una delle solite riunioni di Lega con il veleno nella coda e i grilli nella testa, dove c’erano tipini alla moda, quelli che rifondano dove ci sono cattedrali, monumenti, trofei in quantità andando a chiamare addormentatori professionisti e smemorati persino da qualche università, che neppure hanno sentito il dovere di andare a piedi fino a quella chiesa. Gente del basket di oggi e si vede bene come siamo finiti, gente che sbatte le porte in faccia ai bambini del minibasket che vogliono soltanto vedere in azione i campioni più grandi di loro, non quelli veri che si scoprono quando la palla pesa sul serio come direbbero i disperati di Sandor Sky dopo aver visto, incatenati alle solite sedie, i fratelli in nero della NBA nostrana, dopo aver schivato il vuoto se Sabatini e Lefevre avessero vinto la battaglia per fare anche del campionato di basket uno spettacolo televisivamente invisibile come potrebbe essere l’Eurolega. Una condanna per chi sosteneva ancora il basket come sport per giovani che andava bene pure per i vecchi come salmodiava Gianni Corsolini nella grande chiesa.

Orgoglio ferito, vanità maciullata e bisogna dire che ce lo meritavamo per aver volato un po’ troppo in alto, per esserci illusi che il Dario Colombo offeso (lui?, ma roba da matti) non sarebbe scivolato via quasi senza salutare, per non prendere in considerazione la faccia truce di Buzzavo che spesso finge di non vedere, ma anche noi fingiamo di comprenderne il dolore accecante, felici di aver rivisto Angelo Rovati, stupiti di ascoltare certe cose, di pregare con mondi diversi. Giorno di meditazione per un gigante. Per uno che avrà ruggito quando i ragazzi delle giovanili Virtus, dalle braccia esili, non sono riusciti a fargli vedere San Luca oltre i portici dove, diceva lui, Bologna vive, protegge, non permette ai bambini di perdersi e agli adulti di sopportare il sole e la pioggia, il freddo e l’afa. Dovevano portalo lassù perché ci saremmo sentiti protetti, felici di sapere che c’era ancora un motivo per tornare nella sua città, sì, è vero, lui era virgiliano, uno da Mantua me genuit Read The Full Story…

convert this post to pdf.

OSCAR ELENI  in memoria di GIANLUIGI PORELLI che, stanco del viaggio sopra i campi assetati, ha cavalcato i suoi sogni e se ne è andato a spasso promettendoci un tavolo privilegiato quando sarà il momento di rimettersi insieme. Doveva accadere, eravamo preparati, ma noi pochi, noi pochi felici di aver vissuto tanti momenti speciali con questo gigante, sentiamo adesso che qualcosa ci è stato rubato quando non eravamo ancora pronti. Ci aveva urlato al telefono che la battaglia finale andava combattuta senza tener conto della paura. Lui non ha mai saputo cosa fosse la paura. I sogni, sì, quelli li colorava con la sua passione, doveva essere tutto in tinta, tutto come al Madison: dalle tende, al legno duro per le battaglie. La gente doveva entrare nel suo palazzo, il palazzo della gente, non certo dell’Avvocatone che lo voleva bello, lontano dai fondali dell’euro facile, per vedere soltanto le quattro effe ingigantite, per amare la Virtus, per vivere con Lei le ore dello spettacolo dimenticando tutto il resto. Ci aveva lavorato tanto a quel progetto, ma alla fine era uscito in trionfo e la gente glielo ha fatto sapere, gli ha scritto, gli ha mandato un librone pieno di firme che erano baci e abbracci e lui quel librone lo custodiva come una vera reliquia. Non voleva raccontare la sua vita, ci ha mandato via troppe volte per tornare alla carica quando scherzando gli facevamo notare che senza prove scritte la gente poi avrebbe dimenticato l’eterno duro, il maestro che aveva costruito qualcosa di speciale, irripetibile. Certo tutti sanno adesso la storia della vera Virtus, ma pochi conoscono quello che lui si è inventato per ridare vita alla grande radice, al vitigno bruciato dal tempo e da una quasi retrocessione. Un capolavoro che nessuno potrà mai avvicinare, anche chi ha vinto più di lui, anche chi pensa di aver fatto cose più importanti. Se la raccontano i generali, ma se si fermano a pensare si renderanno conto che questo  “Albero gigantesco svetta come tra le nuvole nel campo secco”.

Ci ha lasciato ricordando ancora suo nonno che nella campagna mantovana gli ripeteva sempre di non accettare mai di annegare in una pozza, perché era molto meglio annegare in mezzo al mare. Lui li ha esplorati tutti questi mari. La vita è sogno. Aveva un quadro per ricordare che doveva andare sempre avanti con questo desiderio di volare sopra le nuvole anche quando doveva respingere i dolcissimi consigli di Paola, la meravigliosa, straordinaria regina del suo mondo quieto e turbolento alla stessa maniera. Il suo credo era la battaglia guardandosi sempre in faccia. Aveva una filosofia delal vita e della sofferenza. Gli piaceva trasgredire, oh s e lo ha fatto, gli piaceva macchiarsi quanto voleva, di urlare che la macchia è libertà a chi lo rimproverava se, per caso, a tavola, si ungeva la cravatta, la camicia. Con lui abbiamo vissuto davvero. La prima volta ci tenne per ore fuori da un aeroporto, quello di Zagabria, per valutare quello che avevamo visto nel viaggio “ di studio” sulla vita degli altri. Partita di addio per Rato Tvrdic a Spalato. Una cosa grande, una cosa meravigliosa, un modo per imparare da quella gente, da quella scuola che ancora adesso ci manda messaggi importanti, che ancora oggi avvicina l’avvocatone a Creso Cosic, il campione che forse ha amato di più Read The Full Story…

convert this post to pdf.