Speriamo sia vero. Frank Vitucci, nuovo coach della Benetton Treviso, ha declinato parole al miele per il team del prossimo anno: “Sì, avremo i due terzi della squadra tra i 18 e i 22 anni, un progetto così a livello italiano non ha paragoni, faremo giocare almeno cinque ragazzi provenienti dal nostro settore giovanile e avremo una squadra unica nel suo genere. Ci sembra un progetto eccitante, che potrà portare frutti importanti”. Speriamo sia vero, e cioè che finalmente un rilevante spicchio del basket italiano si decida a puntare sul vivaio senza inganni e reticenze. Troppe volte, in questi anni, da quando la sentenza Bosman ha reso le frontiere una sorta di disco-bar, abbiamo assistito a proclami, dichiarazioni d’intenti, speranze. Ci affanniamo ancora a dialogare sulle quote dei giocatori: nazionali(zzati), comunitari, extracomunitari, introducendo concetti oscuri e a tratti paradossali, come gli italiani di formazione. Viviamo di proposte, leggi e controleggi, che rendono le squadre dei patchwork indistinti, infarcite di stranieri USA e getta, che arrivano e ripartono senza aver staccato le dita dalla valigia. E tante sono state le motivazioni, per questo clima carnevalizio: i trend di mercato, i costi degli italiani, il rapporto prezzo-qualità, ecc.. Non abbiamo mai capito, tuttavia, perché ci si debba vergognare di utilizzare i giovani, quasi che farli giocare ed esporli al rischio del fallimento (anche mediatico) significhi per forza perdere, e non attirare gente al palazzetto. Invece. Un esperto giramondo non è necessariamente più affidabile di un prospetto nostrano. Soprattutto diventa complicato innamorarsene, essendo consapevoli che l’anno successivo cambierà squadra e forse campionato. Viene quasi il sospetto che la sordina che ha accompagnato i trionfi di Siena non sia tanto figlia della debolezza oggettiva delle sue avversarie, ma dello stesso periodo storico. Il Montepaschi ha portato, a livelli di eccellenza, ciò che era riuscito alcuni anni fa a Cantù: assemblare nomi sconosciuti, spesso ritenuti pezzi di ricambio, creando un gruppo che di italiano ha solo il nome, ma funziona tremendamente bene, anche grazie al polso di allenatore e società. Per di più, ed è la reale novità, senza smantellare da un anno all’altro, ma trattenendo i leader, possibilmente silenziosi: i vari Stonerook, Kaukenas, Sato, sono ancora più decisivi dello strombazzato Domercant, che è diventato utile solo quando si è inserito nel contesto, portando il proprio mattone senza pressioni.
Siena stravince perché ha sfruttato appieno questo buio culturale, questa tendenza a voler fare e disfare, con l’ossessione del tutto e subito, che mal si concilia con le fisiologie, e i saliscendi di rendimento, delle nuove generazioni. Ovviamente, potrà essere vero che il materiale non è quello esibito negli ultimi anni in Spagna, che da Navarro ai fratelli Gasol, da Fernandez a Ricky Rubio, ha sfornato campioni come patatine. Tuttavia non è con le norme, più o meno compromissorie, che si affronta la situazione. Serve un deciso cambiamento di mentalità, che consenta di evitare, anzitutto, le scene ridicole cui quotidianamente assistiamo: roster di dodici giocatori, in cui i giovani italiani presenziano solo per marcire in fondo alla panchina aggirando la normativa sul loro utilizzo. A quel punto, meglio ingaggiare esclusivamente stranieri, o trattare chiunque, indipendentemente dalla provenienza, come tale. Non è opponendosi alla globalizzazione che si riscopre la bontà della propria scuola, ma avendo il coraggio di usare per davvero i prodotti che si hanno a disposizione. Come, a quanto pare, la Benetton vorrebbe fare. Certo, dichiarazioni a parte, c’è solo da augurarsi che non sia un pretesto per nascondere guai più gravi, come accade in questi giorni per l’Italia calcistica di Lippi. Esortato ad affidarsi all’Under 21 più per disperazione che per reale necessità, se è vero che i nomi che rimbombano al Bar sport non sono tanto quelli di Giovinco e Balotelli, quanto di Cassano e Amauri. Insomma, non si tratta solo di rinnovare, ma anche e soprattutto di credere che questa sia la soluzione migliore, più produttiva, vincente. Dire, come Vitucci, che “Potevamo fare una squadra diversa, con più certezze, ma anche con obiettivi giocoforza limitati, invece questo progetto non ha limiti”. Che la forza sia con loro.
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