di FRANCESCO SARTI
I playoff sono iniziati in ritardo perché la Fortitudo Bologna stava discutendo davanti alla Corte federale l’opportunità di rientrare in serie A dal buco del cronometro. Sottile contrappasso per una squadra che aveva festeggiato lo scudetto quattro anni fa proprio grazie ai prodigi del ralenti: la bomba allo scadere di Ruben Douglas,
il Forum atterrito, Sky ad esultare perché l’avvento della tecnica aveva rasserenato gli animi. Altro che Livorno. Altro che il sottomano di Andrea Forti. Altro che il titolo assegnato postumo, mentre già s’invadeva il campo. Quelle erano storie passate, vecchie di vent’anni, quando non c’erano gli instant replay e le norme sull’utilizzo degli instant replay. In effetti è curioso: quella partita verrà sempre ricordata per la bagarre sui due punti finali, mai, per esempio, per la banalità di lasciar giocare Albert King, l’americano dell’Olimpia, che di punti in gara cinque ne mise ben 22, con già cinque falli a carico. Ma si sa, non tutti gli errori hanno la stessa fotogenia. Non tutti sembrano decisivi, o particolarmente ingiusti. Uno sfondamento non visto non è così nitido come una linea bianca pestata dalla punta di un piede. O una stoppata con la parabola discendente: per esmpio l’altroieri, a Siena, si è fermato il gioco per discettare sull’interferenza a canestro di Eze coi campioni d’Italia avanti di 31 punti… La realtà è che non si può tornare indietro al basket privo di bottoni e centesimi, non tanto perché era più impreciso o disattento, ma perché è arrivata la televisione, l’angolazione, la fotocellula. Ormai non sappiamo più giudicare del campo senza disporre del controcampo, amiamo la moviola con una sorta di pulsione ossessiva per l’andirivieni dello stesso movimento. Tutto vogliamo analizzare, scandagliare e decidere. Nonostante esistano ancora gli antiestetici arbitri, spesso soggetti a sviste, e perfino alle successive compensazioni, che sono un modo rozzo per riportare i valori alla pari, anche se sul pallottoliere del designatore risultano due errori a fila, magari gravi. Non possiamo più fare a meno di questa pretesa all’esattezza, alla giustizia che osserva e riequilibra: ne è indizio inquietante la regola del possesso alternato, che fa il lifting alla palla a due, assegnando il pallone a turno, a seconda che la contesa precedente l’abbia vinta o meno l’altra squadra. Non s’accetta il caos, o più poeticamente la sfortuna, e s’indulge spesso all’idea del complotto, che fa del giudice in carne e ossa il capro espiatorio per poter urlare contro qualcuno, e mai contro se stessi. Non fraintendete. È senz’altro preferibile che le partite vengano decise dalle riprese televisive, se questo significa evitare le crociate contro le sconfitte. Il problema è che ci saranno sempre delle zone d’ombra, delle situazioni ambigue, dove la stessa interpretazione del gioco diventa frutto di un punto di vista, non solo dell’arbitro, ma anche ideale, programmatico. Non avremo mai una direzione di gara liscia, perfetta, assoluta, perché questa è pretesa di chi può vedere e comprendere, qualcuno o qualcosa al di sopra dello stesso occhio vigile della telecamera. L’ambizione ci porterà a frammentare sempre di più il gioco, a consentire magari il replay su richiesta nel corso dell’azione (similmente ai time-out al volo americani), anche senza limiti numerici, pur di non far imbestialire il pubblico. Ci si chiederà allora a cosa servano gli arbitri, ormai, con tutto quel corteo di monitor e cronometristi. Ma qualcuno dovrà pure prendersi la briga di soprassedere su un contatto, non accorgersi dei secondi in area, convalidare un tiro da tre coi piedi dentro l’arco, alimentare i fischi, i cori, le urla. Il gioco vive, per scelta, su questo spazio folle, questa casualità che è all’origine della stessa designazione arbitrale, che pure, a propria volta, può essere sballata. Ammettere tutto questo, come, per il caso della Fortitudo, la retrocessione, significa in definitiva crescere. Ma se proprio non riusciamo a ragionare senza la tecnologia, ricordiamoci che essa è per natura nemica del dubbio e del rischio. Ossia della pasta fragile di cui sono fatte le finali, le eliminazioni dirette, le partite. Anche nell’epoca del Grande Fratello.
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This entry was posted on Venerdì, Giugno 5th, 2009 at 16:29 and is filed under Sarti poeti e navigatori. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.
