di LORENZO SANI
Una vita in punta di piedi, senza essere né un ladro, costretto per necessità a muoversi di soppiatto, né un ballerino di danza classica. E’ il piccolo segreto di Ciccio Cantergiani, vetrinista alla Coin, classe 1957, l’uomo che sfidò le stelle Nba, da Sugar Ray Richardson a David Rivers, o se preferite Chris Mullin, intercettato al ristorante quando venne a Bologna per visionare Marco Belinelli e arruolato seduta stante per una sgambata sul parquet del Crb. In ogni foto di squadra, dagli esordi nella palestra di via Rosselli, che sorgeva dove oggi c’è il Mambo (il Museo d’arte moderna), ai giorni nostri, il nostro eroe è sempre ritratto sorridente e rigorosamente in punta di piedi. Illustri epigoni sono soliti infilare una zeppa di qualche centimetro all’interno delle scarpe per sembrare più alti, ma un conto è mettersi in posa con i grandi del pianeta per un’istantanea del G20, un altro per cercare spazio nel roster di una formazione di pallacanestro. Per anni il trucco poteva avere una logica di mercato: crescendo in altezza e in larghezza il Ciccio si ritrovò a giocare da esterno in C1 al fianco di Elvio Pierich, talento svezzato da Nikolic, Zorzi e McGregor e papà di Simone che gioca a Casale Monferrato in A2, a lungo atipico nelle serie minori e nei playground emiliano-romagnoli dove indubbiamente ha sempre dato il meglio di sé. Ma che senso ha alzarsi in punta di piedi anche nell’ultima immagine consegnata ai posteri, la foto di squadra del “Centro Minibasket Annunziata”, campionato di Prima Divisione dell’area bolognese, età media 49 anni? D’accordo, era l’immagine di punta del calendario 2009 de “Gli Amici del Ciccio”, ma a tutto c’è un limite, non solo alla decenza. Se glielo chiedi, lui sorride e si
smarca: “E’ la forza dell’abitudine”. Sacrosanto. Dove sta scritto che tutto deve avere per forza un senso? La Palestrina di via Rosselli, dove il nostro ha imparato a non fare mai passi, era talmente piccola che le lunette delle due aree s’ incrociavano e in mezzo a quella specie di ellisse disegnata sul linoleum c’era il bollino del centrocampo. Era fatale che da un contesto simile non uscissero dei grandi difensori, perché l’uomo, alla stregua degli altri esseri viventi, s’adatta all’ambiente, quando non ne riceve un vero e proprio imprinting. Non a caso, quindi, dalla Palestrina uscirono apprezzati stilisti di moda, come Alessandro Pungetti detto il Marchese, o luminari della chirurgia quali Elio Iovine, figlio di un poliziotto che fu questore anche a Roma e Palermo. Tutti con una peculiarità: erano irriducibili attaccanti con una naturale vocazione per il corri e tira. Quella palestra bonsai, che si sarebbe potuta trovare benissimo nel plastico della città ad uso didattico di una scuola guida, stava stretta non solo metaforicamente al Ciccio. Ben altre ribalte erano pronte ad accogliere le sue gesta negli anni a venire. Nel 1989, quando esisteva ancora la Jugoslavia e una nazionale che metteva insieme Drazen Petrovic, Vlade Divac, Sasha Danilovic, Toni Kukoc, Dino Radja e Stojko Vrankovic (l’Urss rispondeva con Sabonis, Marchulionis, Volkov, Tikhonenko e Khomicius), Ciccio Cantergiani andò a Zagabria Read The Full Story…
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