Una volta ci si raccoglieva meglio. Non c’era bisogno di stare abbracciati in mezzo al campo, come prima dei calci di rigore di una finale, per simulare unità e sgomento. Ognuno era fermo al proprio posto, nel ruolo che gli avrebbe esaltato la partita, compreso nel pensiero o nella preghiera. Oggi no. Oggi lo spettacolo ha i suoi rituali. Ed esige partecipazione simbolica, innanzitutto. Pazienza se il minuto di silenzio dura in realtà venti o trenta secondi, per poi sciogliersi in un non richiesto applauso, come se si avesse paura di tutta quella quiete, di tutta quella gente immobile. Ciò che conta è il gesto. Così, anche sabato di Passione, abbiamo avuto la nostra razione d’appelli alla moderazione e al fair play. Come se la lealtà nello sport si misurasse dall’incombenza del lutto o la sensibilità dall’episodio di cronaca. Fu lo stesso per i tifosi ammazzati, che da corpo sacrificale avrebbero dovuto svelenire gli animi, indurre i polemisti alla concordia. È tutta una burla, ovviamente. Chè, se davvero si volesse rispettare il dolore, non si dovrebbe giocare nemmeno. Lasciare i circenses all’oblio, anziché infarcirli, come ogni settimana, di paillettes. Ma si è giocato, infine. E a monito ulteriore della serietà dell’invito, ci hanno pensato i protagonisti del campionato ad andare sopra le righe: cinque espulsi nel derby di Roma, Ancelotti e Spalletti (in genere non avvezzi alle risse da bar) cacciati via, Felipe Melo che fa a pugni con Lopez (Cagliari) nel tunnel poco dopo il terzo tempo. Che, detto per inciso, sarebbe pure una bella invenzione, se il calcio fosse un lago placido come la pallavolo e il rugby. Cinque giornate di squalifica, il minimo della pena, per Lopez e Felipe Melo, tre per Mexes e Matuzalem e via dicendo. La realtà è che non ce ne frega nulla delle tragedie collettive. Quando stanno ancora cadendo i calcinacci dai paesi sepolti, siamo già tutti presi da Juve-Inter, rammaricati che ci siano dieci punti di distacco, che la sfida possa diventare un sonnacchioso saluto alla stagione del pallone. Niente di strano, perché forse non è neppure giusto trasformare a tutti i costi il divertimento in riflessione e proibire lo svago di fronte alla morte. Dopotutto, anche Chaplin s’interrogava sull’opportunità di girare “Il grande dittatore” senza sapere degli orrori nei campi di concentramento. Per fortuna non l’ha saputo. E per fortuna si continua a giocare. Non già perché, banalmente, the show must go on, ma perché il ricordo non ha bisogno di tribune, né lo strazio di stadi. Chiedere al calcio di essere più bello, quando la sua cultura è ancora quella dei simulatori, delle proteste furiose dopo un fuorigioco, delle moviole da polizia segreta nel dopogara, è fuori luogo prima che ipocrita. Bastava il lutto al braccio, o al limite, come ha fatto Mourinho, una cravatta nera sul gessato.
Tag:Ancelotti, Chaplin, Felipe Melo, inter, juventus, Lopez, Matuzalem, Mexes, Mourinho, roma, Spalletti
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