By lorenzosani | Aprile 3, 2009 - 10:20 am - Posted in Sani da slegare

                             di LORENZO SANI         

Una vita in punta di piedi, senza essere né un ladro, costretto per necessità a muoversi di soppiatto, né un ballerino di danza classica. E’ il piccolo segreto di Ciccio Cantergiani, vetrinista alla Coin, classe 1957, l’uomo che sfidò le stelle Nba, da Sugar Ray Richardson a David Rivers, o se preferite Chris Mullin, intercettato al ristorante quando venne a Bologna per visionare Marco Belinelli e arruolato seduta stante per una sgambata sul parquet del Crb. In ogni foto di squadra, dagli esordi nella palestra di via Rosselli, che sorgeva dove oggi c’è il Mambo (il Museo d’arte moderna), ai giorni nostri, il nostro eroe è sempre ritratto sorridente e rigorosamente in punta di piedi. Illustri epigoni sono soliti infilare una zeppa di qualche centimetro all’interno delle scarpe per sembrare più alti, ma un conto è mettersi in posa con i grandi del pianeta per un’istantanea del G20, un altro per cercare spazio nel roster di una formazione di pallacanestro. Per anni il trucco poteva avere una logica di mercato: crescendo in altezza e in larghezza il Ciccio si ritrovò a giocare da esterno in C1 al fianco di Elvio Pierich, talento svezzato da Nikolic, Zorzi e McGregor e papà di Simone che gioca a Casale Monferrato in A2, a lungo atipico nelle serie minori e nei playground emiliano-romagnoli dove indubbiamente ha sempre dato il meglio di sé. Ma che senso ha alzarsi in punta di piedi anche nell’ultima immagine consegnata ai posteri, la foto di squadra del “Centro Minibasket Annunziata”, campionato di Prima Divisione dell’area bolognese, età media 49 anni? D’accordo, era l’immagine di punta del calendario 2009 de “Gli Amici del Ciccio”, ma a tutto c’è un limite, non solo alla decenza. Se glielo chiedi, lui sorride e si smarca: “E’ la forza dell’abitudine”. Sacrosanto. Dove sta scritto che tutto deve avere per forza un senso? La Palestrina di via Rosselli, dove il nostro ha imparato a non fare mai passi, era talmente piccola che le lunette delle due aree s’ incrociavano e in mezzo a quella specie di ellisse disegnata sul linoleum c’era il bollino del centrocampo. Era fatale che da un contesto simile non uscissero dei grandi difensori, perché l’uomo, alla stregua degli altri esseri viventi, s’adatta all’ambiente, quando non ne riceve un vero e proprio imprinting. Non a caso, quindi, dalla Palestrina uscirono apprezzati stilisti di moda, come Alessandro Pungetti detto il Marchese, o luminari della chirurgia quali Elio Iovine, figlio di un poliziotto che fu questore anche a Roma e Palermo. Tutti con una peculiarità: erano irriducibili attaccanti con una naturale vocazione per il corri e tira. Quella palestra bonsai, che si sarebbe potuta trovare benissimo nel plastico della città ad uso didattico di una scuola guida, stava stretta non solo metaforicamente al Ciccio. Ben altre ribalte erano pronte ad accogliere le sue gesta negli anni a venire. Nel 1989, quando esisteva ancora la Jugoslavia e una nazionale che metteva insieme Drazen Petrovic, Vlade Divac, Sasha Danilovic, Toni Kukoc, Dino Radja e Stojko Vrankovic (l’Urss rispondeva con Sabonis, Marchulionis, Volkov, Tikhonenko e Khomicius), Ciccio Cantergiani andò a Zagabria. Il richiamo dei campionati Europei era irresistibile. E Zagabria, in fondo, è solo a qualche ora di auto da via Marconi a Bologna. La prima scena che si ricordi di quel viaggio nel cuore della pallacanestro europea è nitida come una bella mattina d’estate. Esterno giorno, pomeriggio del 20 giugno, giornata inaugurale: il Ciccio è su un gradino, fuori dal palasport, e sta parlando animatamente con Krezimir Cosic conosciuto negli anni bolognesi prima da giocatore e poi da allenatore della Virtus. Non uno qualsiasi. Gesticola parecchio il Ciccio, le mani gli sono sempre servite anche a parlare, non solo a farsi largo tra le mattonelle che scottano nell’area dei tre secondi. “Adesso ti spiego…” è l’attacco di ogni suo ragionamento, indipendentemente dall’interlocutore, dal tema e dalle conclusioni. Cosic lo ascoltava in silenzio, pazientemente, col capo leggermente chino e le braccia distese lungo i fianchi. Creso, che oggi riposa con Drazen tra gli eroi della Croazia sulla collina di Mirogoi che domina Zagabria, era considerato una sorta di divinità in terra per la sua gente e certamente non a caso, quando lasciò a malincuore il basket, intraprese la carriera diplomatica a Washington, dove poi morì.
A pochi metri di distanza dal luogo dove i due stavano conversando (per la verità parlava soprattutto il Ciccio) c’era l’ingresso autorità e stampa del palasport con tanto di maschere e servizio d’ordine. Quando si fece l’ora di entrare prima sfilò Cosic e gli addetti alla security si misero quasi sull’attenti, poi passò il Ciccio. Una maschera provò a fermarlo, ma lui, bello come il sole, mise una mano in tasca, tirò fuori il bancomat e glielo mostrò con una sicurezza tale che il tizio non solo lo fece passare, ma quasi gli chiese scusa. Da quel giorno sgamò sempre col bancomat che a Zagabria, all’epoca, neppure sapevano cosa fosse. Entrato nel palazzo con questo innocente stratagemma andò a sistemarsi in una posizione dove si vedesse abbastanza bene. Si ritrovò a fare la spola tra la tribuna stampa e quella d’onore. Fu il primo a notare e ad avvertire i giornalisti che il colonnello Pisolo Gomelski, in tribuna, recapita le istruzioni scritte su bigliettini a Garastas (in panchina) tramite il nipotino quando giocava l’Urss. Il secondo giorno di gare Ciccio era al “suo” posto nel palasport, immerso nella lettura della Gazzetta, che arrivava in tarda mattinata in edicola. Aveva già familiarizzato con mezzo mondo del basket, il compianto Barone Riccardo Sales, in particolare, aveva un debole per il Ciccio, invidiandogli probabilmente quella sfacciataggine che lui non aveva mai avuto.
Vicino al nostro eroe si mise a sedere un signore di una certa età, distinto e gentile, con gli occhiali e il naso leggermente schiacciato. Aveva già visto quella faccia da qualche parte, ma non ricordava dove. “Posso leggere la Gazzetta quando ha finito?” gli domandò in buon italiano lo sconosciuto, ma si capiva che fosse straniero. Ciccio gli porse il giornale, “prego, ho già letto quello che mi interessava”. Il signore distinto che parlava bene l’italiano incominciò a sfogliare la rosea, poi la ripiegò deluso e la restituì al legittimo proprietario.
“Scusa, ma come è possibile: siamo al 21 giugno, ci sono gli europei di basket, gioca la nazionale italiana e nella prima pagina del giornale sportivo più letto in Italia si parla soltanto di calcio, che fra l’altro il campionato è finito…Ma è normale?”. Non riusciva a darsi pace e scuoteva il capo incredulo. “Adesso ti spiego…” rispose il Ciccio. E prese vita una lunga esposizione sui massimi sistemi e le strategie editoriali. Alla fine, il signore distinto gli tese la mano soddisfatto.
“Piacere, Carnesecca. Ma puoi chiamarmi Lou”, disse amabilmente. “Piacere, Alessio Cantergiani, ma puoi chiamarmi Ciccio“, fu la risposta che ricevette. Da quel momento in poi, fino al 25 giugno, giorno che consacrò la Jugo campione d’Europa sulla Grecia di Galis e Yannakis (98-77) e il quarto posto dell’Italia (sconfitta dall’Urss) guidata da Mike D’Antoni in regia e da uno strepitoso Antonello Riva, fu tutto un fiorire di “Lou” e “Ciccio” da una parte all’altra del parterre de roi di Zagabria.
Lou Carnesecca, per 24 anni coach della Sant John’s University di New York, è considerato tra i padri della pallacanestro moderna, un’ icona del basket universitario americano consegnata fra l’altro alla Hall of Fame di Springfield. E’ originario della provincia di Pontremoli, ha sempre coltivato con affetto le origini italiane e gli hanno intitolato (da vivente) l’impianto sportivo della sua università che sorge nel Queens, nelle vicinanza di Utopia Parkway.
La toponomastica è molto indicativa e spiega forse la ragione dell’empatia sbocciata tra due soggetti così lontani fra loro,ma al tempo stesso, molto vicini: il Ciccio ha sempre inseguito l’Utopia e talvolta i ruoli si sono pure invertiti. Un esempio? Basta guardare a quello che negli anni è successo al torneo dei Giardini, che la squadra allenata da Pierluigi Rossi, con Ciccio nel motore, ha vinto per ben tre volte e parecchie altre è andata in finale.
Sul cemento del playground dei Giardini Margherita è sfilato il fior fiore della serie A, stranieri inclusi, ma li abbiamo visti anche combattere e spesso perdere con i talenti selvaggi delle serie minori. Il playground per certi versi è impietoso come ‘a livella di Totò e la cosa non deve certo stupire. Un anno, dopo le prime due partite, Pigi Rossi fu costretto a tagliare Nedad Markovic e un lungo slavo, Filipovic, perché il Ciccio aveva posto il veto: “Non la passano mai, vogliono tirare sempre loro”. Molto meglio i fratelli Davide e Simone Piervitali. Ineccepibile. Per la stessa ragione non vennero tesserati “Saturnino” Niccolai, al culmine dello splendore professionale e Paolino Moretti che in mezzo a giocatori che al massimo facevano la B2 ci potevano pure stare. Ma il Ciccio è sempre stato irremovibile. Che senso aveva chiamare i campioni se poi si restava a guardare dalla panchina, o peggio ancora in campo? Il Ciccio fece scendere dal pero anche Giacomo Zatti, suo compagno di squadra, che eccedeva forse un po’ troppo in esultanze dopo la vittoria del torneo. “Ci devi ringraziare” gli disse. “Se non ti avessimo voluto a giocare con noi non avresti mai vinto un cavolo in carriera”. E non disse esattamente cavolo. La squadra dei ragazzi era formata dal blocco del San Lazzaro, B2, allenato da Ettore Mannucci, un grande innamorato del basket che ci ha lasciato troppo presto.  Le formazioni guidate ai Giardini da Stefano Michelini ed Ettore Mannucci erano tradizionalmente le avversarie da battere. All’interno di queste partite si consumavano sfide personali all’ultimo sangue perché ad esempio Paolo Nerozzi, che disputava il playground col Ciccio, non vedeva l’ora di affrontare da avversario l’allenatore che aveva tutto l’anno a San Lazzaro e soprattutto Cuccoli (una stagione in A2 con la Fortitudo) il playmaker a cui faceva spesso da cambio per dimostrare chi fosse realmente il più forte.
Fu così che la banda del Ciccio fece fuori anche una rappresentativa di americani che un agente aveva avuto la malaugurata idea di iscrivere al Torneo dei Giardini con l’obiettivo di trovare ingaggi nel campionato italiano. Mai calcoli furono tanto sbagliati. C’erano anche dei susanelli neri di 2.09, probabilmente lontani parenti dei Washington Generals che da generazioni sono rassegnati a perderle tutte contro gli Harlem Globe Trotters, che vennero regolarmente umiliati. Un altro anno, poi, la squadra dei ragazzi era sponsorizzata da una discoteca (Bollicine) e il fratello di Paolo Nerozzi, Marco, detto Big Jim, sbarcò dal Renegade parcheggiato a ridosso della panchina cinque cubiste vestite da lavoro: indossavano minigonne grandi come la corda del sol e canottiere traforate a maglie tanto larghe che ci sarebbe passato un tonno. Su input del Ciccio la squadra si sedette sulla nuda e polverosa terra, cedendo cavallerescamente la panchina alle girls. Stravinsero per distrazione dell’avversario: pure il cronometro, tornato così in auge negli ultimi tempi, si mise a correre per l’eccitazione più veloce di Usain Bolton. I ragazzi non avevano bisogno di stimoli per azzannare le partite dei Giardini, ma la sorpresa orchestrata dal fratello del loro playmaker si rivelò micidiale. Era evidente che Big Jim Nerozzi fosse dotato di grande talento, non aveva bisogno di esibire le prove, come fece quella sera. Casomai era un mistero dove trovasse anche il tempo per diventare campione italiano di squash.

(seconda e forse ultima puntata)

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3 commenti

  1. Aprile 5, 2009 @ 13:56

    NO NO NO NO
    NON PUO’ ASSOLUTAMENTE ESSERE L’ULTIMA PUNTATA!!!!!!!!!!!!!

    Posted by pilli
  2. Aprile 6, 2009 @ 17:49

    Ti prego continua a scrivere sul Ciccio .
    E’ grandiosa .
    Ti aiutiamo noi a svelare aneddoti su di lui

    Posted by simo
  3. Aprile 9, 2009 @ 14:48

    Anche il Ciccio tifoso meriterebbe una puntata. Almeno due i dualismi famosi che lui ha messo in grande discussione. Una tesi sulla differenza tra Richardson e Danilovic (di cui il mitico Lorenzo è stato testimone oculare). Poi la scelta tra Antonioli e Pagliuca in difesa dei pali traballanti del Bologna.
    Ciao!
    Diego Costa

    Posted by dieguito

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