di LORENZO SANI
La notte che Sugar Ray sfidò il Ciccio la luna indossava una luccicante collana di stelle. Si era messa in ghingheri per l’occasione, come una vecchia mignottona bianconera. In Italia governava Berlusconi, anche se nel 1994 sembrava un filino più vecchio di oggi. Era un settembre particolarmente caldo per il governo. “Andremo avanti senza Bossi” aveva tuonato il premier al rientro dalle vacanze. “Sfasciacarrozze” arrivò a definire l’alleato recalcitrante della Lega verso la metà del mese in un ribollire di accuse e polemiche, ma quell’epiteto, offerto a una rilettura storica, non chiarisce se si trattasse di un complimento o di un insulto, data l’assenza di pregiudizi verso condoni e rottamazione dimostrata dall’esecutivo in svariate circostanze. Polemiche che echeggiavano in lontananza a Bologna, perché da una decina di giorni, per l’esattezza dal 16 settembre, era iniziato il campionato di basket. La sfida a 15 punti, massimo tre palleggi, due partite su tre, tra Alessio Cantergiani detto Ciccio e Micheal Ray Richardson detto Sugar, nacque qualche giorno prima della sera del 27 settembre 1994, notte magica in cui si consumò l’evento tra le pareti della palestra delle scuole Carracci, nei pressi di via Saragozza. Il PalaGhepard, ribattezzato così dai ragazzi dal nome della polisportiva che fa gli onori di casa, era tirato a lucido. Deve avere un fascino particolare per i campioni Nba quella palestra col fondo di mattonelle grigio topo, perché ogni tanto ci puoi trovare anche oggi David Rivers, uno tra i più grandi playmaker che siano transitati nel campionato italiano, che fa due salti per tenersi in forma con la squadra di Billo Riguzzi e di Capitan Venturi, soprannominato il Nonno perché gli vennero i capelli bianchi da ragazzino quando incominciò a lavorare di notte al mercato ortofrutticolo. Nel settembre ‘94 da Zelig, in via Portanuova, un gruppo di amici si era infilato in una di quelle discussioni di basket senza capo né coda. Se poi alla discussione partecipa anche il Ciccio, e prende posizione, non c’è proprio verso di uscirne fuori. Era così anche in campo, quando gli arbitri gli fischiavano contro illudendosi di fermare il gioco. No. Oggi possiamo dirlo. Il gioco, nel significato più letterale del termine, lo fermava solo il Ciccio, perché si piantava in mezzo al campo col pallone sotto un braccio e l’indice inquisitore dell’altra mano puntato al naso del fischietto di turno fino a quando si era spiegato, o aveva ottenuto soddisfazione. Eventi entrambi molto rari. “Paaaassi?”, inorridì una volta durante un match al torneo dei Giardini Margherita, sempre tenendo il pallone ben stre
tto sotto al braccio. “Ma come: io non ho mai fatto passi!” (*). Intendeva in carriera, non in quel momento. Impossibile azzardare una rimessa veloce se avevi contro il Ciccio. La tavolata da Zelig era a leggera prevalenza virtussina, questo va detto per la cronaca, perché se la stessa accalorata discussione si fosse svolta in un’ipotetica tavolata a leggera prevalenza fortitudina non si sarebbe conclusa senza un minimo spargimento di sangue. Quella volta il sangue non sgorgò, ma si sfiorò la rissa. L’argomento del contendere era il dualismo Richardson-Danilovic. Il Ciccio sosteneva senza troppe metafore che con Danilovic si vincesse e con Sugar no. Questa, dal suo punto di vista, era la differenza di fondo tra i due campioni. Non si espresse esattamente in questi termini, ma il concetto suonava più o meno così. In quei giorni Richardson si trovava a Bologna, dove c’era una delle famiglie che aveva creato in giro per il mondo,
reperibile, un po’ come i medici. Dopo tre stagioni alla Virtus, una alla Jugoplastika durante la guerra civile e due a Livorno, aveva firmato per Antibes col vecchio amico Lee Johnson. C’era pure il già citato David Rivers in quella squadra. Approfittando della confusione uscii dal locale e telefonai a Sugar. Era notte fonda, ma c’erano ragionevoli probabilità di trovarlo ancora sveglio. Gli spiegai la situazione. “Devi venire assolutamente da Zelig” gli dissi. C’era una certa confidenza con Sugar. Una volta in albergo a Salonicco, alla vigilia della semifinale di Coppa delle Coppe tra il Paok e la Virtus, mi domandò una sigaretta.
Mi meravigliai, perché non l’avevo mai visto fumare. Subito dopo chiese se gliel’accendessi. “Ma ti sei messo a fumare?” gli domandai incredulo. “Macché…E’ che devo andare in bagno, c’è appena stato Clemon (Johnson) e non si respira…Preferisco la puzza di fumo” fu la sua risposta. Per tre stagioni “Tavor” Johnson è stato il compagno di camera di Michael Ray durante le trasferte, immaginiamo, in un tripudio di fumo passivo. Quando Richardson spalancò la porta a vetri di Zelig nel lontano settembre 1994 il Ciccio teneva banco da un pezzo, gli altri avevano praticamente gettato la spugna, rassegnati a dargli ragione. “Allora, chi è meglio tra me e Danilovic?” lo affrontò senza tanti preamboli Sugar Ray col suo italiano sincopato. Il Ciccio rimase imperturbabile e non mutò opinione. Del resto è noto: non ha mai fatto passi, o cambiato idea. “E’ meglio Danilovic, con lui vinciamo” ribadì in faccia alla stella texana. Poi incominciò a spiegargli la pallacanestro dalla A alla Z, il perché e il percome, a mettergli bonariamente le mani addosso. Erano anni in cui si poteva sopravvivere anche senza sapere cosa fosse il pick and roll, o magari confondendo il passing game col passato di verdura: il basket era bello lo stesso. Presero a sfottersi, a spintonarsi, poi gli spintoni sovrastarono le battute di spirito, più o meno grevi. La tensione salì vertiginosamente di tono. Sugar non credeva ai propri occhi. In un primo momento pensava che quell’altro scherzasse, poi fu assalito dal sospetto che facesse sul serio. Sugar non aveva dubbi su chi fosse meglio tra lui e Danilovic. E intendeva lo Sugar dell’epoca, non quello della Nba. “Okay” disse a un certo punto. “Giochiamocela uno contro uno, vediamo se hai le palle: se vinci hai ragione tu”. “Io ho un pallone in macchina” saltò su Billo. Se non li fermavamo in tempo finivano davvero per giocarsela uno contro uno alle tombe dei Glossatori, utilizzando la testa di una statua come canestro. Ma prevalse il buon senso e la sfida che Sugar aveva lanciato al Ciccio fu posticipata di un paio di giorni per riuscire a organizzarla secondo tutti i crismi.
Joe Binion, il centro della Virtus che dopo il basket si è dato al boowling, fece da arbitro. Il primo match Sugar lo portò a casa facilmente, come bere un bicchier d’acqua: 15-6. Nella seconda partita il Ciccio incominciò a prenderci dalla lunga, facendo di necessità virtù, perché i testimoni oculari non ricordano una sola azione d’attacco giocata dentro l’area difesa da Micheal Ray. A sorpresa, dopo una blanda contestazione all’arbitro, Cicciò si trovò davanti, 10 a 6, con l’eventualità della bella che incominciava a prendere quota. Alla fine vinse Sugar, 15-13, ma quello scampolo di partita che Richardson andò a giocarsi spalle a canestro fu uno scampolo di partita vera. I due contendenti erano scesi in campo con l’accappatoio come i pugili sul ring e in quella seconda partita se le erano suonate per davvero, sciorinando l’intero campionario dei colpi bassi che avrebbe fatto impallidire un fiorettista come Vittorio Gallinari. Pochi giorni prima Gianfranco Rosi, dopo aver perso il titolo mondiale negli Stati Uniti, aveva annunciato il primo degli innumerevoli proclami di ritiro. Micheal Ray Richardson da Lubbok, Texas, star dei New York Knicks e dei New Jersey Nets, compagno di merende di Bob McAdoo tanto nell’epopea della Grande Mela, quanto in quelle europea, all’epoca aveva 39 anni, ma l’ipotesi di ritirarsi dalle scene agonistiche non lo sfiorava minimamente. Difatti dopo la Francia giocò di nuovo in Italia, a Forlì, e chiuse la carriera con la maglia di Livorno alla veneranda età di 44 anni. Il Ciccio gioca ancora e ne ha 53. Recentemente ha ricoperto anche il doppio ruolo d’allenatore e giocatore, ma solo per poche partite perché non è nelle sue corde. E la ragione è presto spiegata: Ciccio è cresciuto nel mito di Bill Pickens, due stagioni a Pesaro all’inizio degli anni Settanta. Era un lungo di 2 metri e un paio di centimetri, bianco, con la barba da boscaiolo, un tipo che ricordava vagamente Bill Carabina Wennington, il brutto anatroccolo svezzato da Ettore Messina in maglia bianconera che divenne non esattamente un cigno, ma qualcosa di simile, al fianco di Michael Jordan nei Chicago Bulls. Nel tempo libero Pickens ha fatto anche l’attore in diversi spaghetti western di Cinecittà: aveva una vocazione naturale per le scazzottate, quasi come il Ciccio. Da questo punto di vista la sintonia era totale. Al termine di una partita persa contro la Fortitudo a Piazza Azzarita, perché dalla panchina era arrivato l’ordine di rinunciare ai liberi (allora si poteva), in favore di una rimessa che si rivelò poi scelta catastrofica, Pickens stese con un destro Carlo Rinaldi, il suo allenatore. Senza preavviso, un diretto secco al mento, poi infilò la giacca della tuta e si diresse negli spogliatoi come se niente fosse, lasciando quel poveretto per terra. Il giovane Ciccio Cantergiani era sugli spalti e quel gesto, fortunatamente rimasto isolato, lo impressionò a tal punto da segnare per sempre il suo conflittuale rapporto con la categoria dei coach. Non può fare l’allenatore-giocatore il Ciccio. Lo suggerisce la logica. Per quale ragione dovrebbe correre il rischio di tirarsi un cazzotto da solo? fine prima puntata-continua (come Kill Bill) (*) Alessandro Gallo “Il campo dei miracoli” La vera storia del playground dei Giardini Margherita Libri di Sport, pp. 235)
Tag:Alessio Cartegiani, Bob Mc Adoo, bologna, Ciccio, danilovic, David Rivers, ettore messina, fortitudo, Giardini Margherita, Lee Johnson, Michael Jordan, Michael Ray Richardson, Paok, Sugar, virtus, Vittorio Gallinari, Zelig
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Che dire……IO, QUELLA SERA, ALLE SCUOLE CARRACCI, C’ERO. E AL SOLO PENSARCI MI VIENE LA PELLE D’OCA…….
lARRY MI HAI FATTO VENIRE LA PELLE D’OCA …… DAL RIDERE ANCHE PERCHE’ QUESTO RACCONTO, PIU’ O MENO COLORITO ,NEL NOSTRO “AMBIENTE” HA L’EFFETTO DELLE BARZALLETTE DEL “MICHELO” : NON TI STANCHI MAI DI RISENTIRLO. GRAZIE
P.S. SCRIVI BENE QUASI COME IL BOMBER
Grande Larry che bei momenti che hai mi hai fatto rivivere ! Io purtroppo quella sera non ero presente, ma negli ultimi 15 anni l’ho sentito raccontare spessissimo che a volte mi e’ venuto il dubbio di essere stato presente anch’io . Questo “nanetto” e’ diventato come le barzellette del Michelo, non ci si stanca mai di risentirlo.
P.S. Complimenti per la prosa scrivi bene quasi come il Bomber.
Io c’ero . E non solo . Ho anche fatto il cameraman . Purtroppo qualcuno mi ha guzzato la cassetta ma ho qualche sospetto … che non sia stato proprio il Ciccio ?
Serata memorabile .
La cosa che mi è rimasta impressa oltre all’evento unico ed irripetibile , è stato quando alla fine della sfida c’erano i ragazzini del turno successivo che dovevano iniziare l’allenamento e Sugar ,da campione qual’è , ha fatto il riscaldamento con loro .
Un grande .
Complimenti per il pezzo .
Ciao Simo
Per Larry
Grandioso, è un dipinto del mitico “cicccccc” molto veritiero e non solo in campo: “IO??? PASSI????”e la sua parola d’ordine.
Ma “alla faccia” STANCA di sentire la solita litania femminile : “non ci sono più gli uomini di un tempo”, Finalmente un omone con le PALLE!!!!
Sicuramente difficile vivergli accanto per quei “mai passi in vita mia”, ma anche se l’aspetto intimorisce, l’animo è sensibile.
I ragazzi, instancabili e recidivi, condividono ancora lo scambio di opinioni, sebbene contaminati dalla veemenza della sua incorreggibile non colpevolezza. Ma, mi appello alla corte, anzi alla giuria, altri individui dal mascolin pensiero non ammettono mai le proprie colpe o quanto meno i propri limiti, e non sempre hanno gli attributi da veri gladiatori se non per i forvianti raffronti negli spogliatoi e nelle docce….
Bene, contraddicendomi, mi divido in due parti:
-come Cicciofan lo immagino nelle vesti di Russel un pò in sovrappeso, mentre “se magna” la tigre e lotta uno contro tutti per sostenere la sua causa
-come donna/moglie appoggio appieno la sua consorte che sopporta la mestizia di non sentire mai dalla sua bocca la frase: “cara, avevi ragione”, anche se il suo cervello la pronuncerebbe.
E come dal “Libro della Foresta” quando si sente indifeso, ruggisce prepotentemente per esaltare la sua forza e quando viene attaccata la sua libertà si sente minato e spalanca le sue fauci……..sulla tagliatella.
Grazie.
Ciao.
cinzia