OSCAR ELENI  da una stanza dove Beppe Boggio ha scritto che non si vive se non per il tempo in cui si ama e lui lo ha fatto per i suoi “ragazzi” dell’Olimpia, quelli che non lo hanno mai dimenticato, quelli a cui piaceva anche se borbottava, anche se non si vestiva bene. Giuseppe detto Beppe, eh sì un tipo stravagante, un uomo per tutte le stagioni di una grandissima società che nascondeva il suo Quasimodo nella chiesa di via Caltanisetta, che lo ha perduto nello stesso momento in cui ha lasciato nei giardini, come ferri vecchi, certe coppe, i trofei di una grande storia. Lo zucchero ha perso sapore, era veleno e quel malessere lo ha distrutto. Avevano provato in tanti a mandarlo verso una montagna diversa, ma lui dormiva ai piedi della “sua società”, quella di cui parlava, giorno e notte, soltanto con gli amici veri, con il Pupo Pastori che un giorno convinse Cappellari a trovargli un lavoro diverso visto che la sua fabbrica aveva chiuso e si era trasferita in Valtellina. Tagliare i fiori. Fatto con amore. Ordinare la sede. Fatto con impegno. Stare dietro ai ragazzi. Diventarono la sua vera famiglia e lui, per loro, era lo zio brontolone che raccoglieva le gocce di sudore, ma non si dimenticava mai che erano, pure loro, dei ricercatori della musica che si deve avere nel cuore quando si viaggia per passione dentro la testa degli uomini. Ha resistito a tutto. Li ha conosciuti tutti i presidenti e i proprietari della società più titolata d’Italia. Ha resistito anche quando gli sembravano inadeguati al ruolo. Per la verità lui, Quasimodo, con i jeans che non stavano mai al posto giusto, sapeva di non essere un nobile da parata, ma gli piaceva preparala, quella parata, anche per chi veniva da tanto lontano e lo guardava con indifferenza. Il primo giorno di ogni presidenza il Boggio doveva essere cacciato via. Non ci riuscirono mai perché la famiglia faceva squadra e lui, nella squadra, era indispensabile. Certo non poteva piacere al Bogos, ma in lui c’era qualcosa che al fondatore ricordava il signor Bassi, eh sì, un altro che brontolava, ma apriva i cuori, consolava le nostalgie dei fuggiaschi, per questo Mastro Ci., nato per espiare le malefatte di un avo che diventò persino Papa, s’inventava un ruolo diverso per ogni stagione e il Boggio rifioriva. La prima domanda dei nuovi proprietari, dei presidenti, persino il naif Cavalli, era sempre la stessa: “Scusi Cappellari, ma quel Boggio…”. Già quel Boggio era in fondo alla cantina, in fondo allo spogliatoio, in fondo al Palalido, in fondo alla vita degli altri, ma riusciva a capirla e poi, con la sua ironia faceva ridere persino i professori, i cardiologi di fama, i bellimbusti da quattro lire, insomma tutti quelli che giravano intorno alla grande isola. Ci ha lasciato e sembrava che nessuno se ne dovesse accorgere. Non è vero. Magia di chi riusciva a spiegarti con gli occhi, mai con le parole, che sarai triste solamente se sarai solo. Lui aveva scelto d’essere la speranza dei meno fortunati, di queli che per avere il pane se lo dovevano sudare. Sarà per questo che Michelori, ormai affermato, ormai lontano, ha battuto il tamburo nella foresta di internet chiamando a raccolta tutti quelli che erano stati la famiglia di Boggio, che avevano Beppe come nonno, come zio, come sior Todaro brontolon, come spalla sui cui piangere.

Meditate gente prima di fare del male agli umili che vi chiedono soltanto di potere lavorare per voi nel rispetto della storia che hanno conosciuto in un garage. Mentre Beppe va a lucidare le coppe perdute, quelle abbandonate, quelle che non valgono i gatti delle case principesche, noi andiamo nel paese dei luoghi comuni per registare le scosse sul nero Real. Ettore Messina ha voluto andare in bocca ai leoni del Barca perdendo contro il Pinoi Gershon che ci stupisce ogni volta. Intasati dai concetti dei finti profeti avevamo dimenticato che il vero allenatore allena le teste e non è un petulante disegnatore di schemi abortiti dal primo fischio sbagliato. Sarà un tormentone per Ettorre, ma lui si diverte nel mare tempestoso. Lo salva il fatto che anche i semi galattici del calcio hanno preso la porta in faccia dal Lione che con tre stipendi merengues fanno la squadra. Insurrezione del mondo che avanza non soltanto per i buoni bilanci. Il Partizan è un esempio, forse anche il Prokom, lo sarebbe stato più di tutti il Maroussi. Cercare i giocatori prima che diventino troppo cari o siamo circondati come i Balotelli. Fa bene Pianigiani ad essere orgoglioso delle sue 200 vittorie, fa bene a credere in tutto quello che fa, ma se ammettesse anche di aver peccato per ingordigia da record, allora sarebbe perfetto. Speriamo lo diventi e con Azzurra ci dia uomini e non burattini di gesso. Settimana del ricordo: torna Raga e Varese s’infiamma come ai bei tempi. Settimana della paura: Tonino Zorzi cade in casa, resta a terra per cinque ore senza poter chiedere aiuto. Lo salvano, ma la cosa ci mette in agoscia. Può succedere a tutti, quando s’invecchia e si pensa di non essere mai vecchi, preferendo la libertà a prescindere. Stiamo legati, ogni tanto telefoniamoci per averer una conferma. Con Boggio lo facevano i suoi ragazzi e, purtroppo, questa volta, proprio quando si era deciso ad andare in ospedale, hanno trovato libero, una libertà che era anche canto per vedersi in un’altra vita.

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By peaclaudio | Marzo 2, 2010 - 4:47 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI in fuga da Vancouver, dai tranquillanti per le notti nella sempre troppo affollata Casa Italia dove cominciano le vere sconfitte, dalla città dove acqua vetro e vento aiutano a dimenticare le cadute sul ghiaccio di Carolina, le cadute di stile verso l’angelica Kostner del presidente Petrucci, il numero uno del Coni che, come sappiamo, quando lo fai arrabbiare, non porge mai l’altra guancia e ti aspetta al varco per darti una stangata. In Canada ha colpito una stella caduta e forse cadente, oltre al presidente federale dello sci che gli fece la guerra, nel basket lo trovammo crudele ed esagerato anche con Sandro Gamba, poi ha continuato e non si è fermato neppure quando ha visto i “suoi uomini” dalla schiena dritta, lo dicono loro però, tormentare il povero Maifredi che aveva osato, per una volta, non essere d’accordo su certe scelte che puzzavano di greggio, di maso, di stallatico. Venuta l’ora d’abbandonare West Broadway e il sushi di Tojo Hidekazu, ci siamo chiesti, come sempre, perché le luci della ribalta, una volta ogni quattro anni, accecano ragazzi che si vantano di essere diversi da quelli del calcio, ma poi fanno le stesse cose appena vedono un microfono, una ballerina, un dollaro: la verità è che anime semplici si complicano tutte le volte che provi a studiarle, a giustificarle, a cercare una motivazione più forte del pecorino toscano. Siamo nati per le imprese, partire da sfavoriti aiuta sempre, il coraggio oltre l’ostacolo, ma se non mi autorizzate a perdere allora sbrago. Succede anche nel piccolo mondo del nostro basket dove nel pensatoio per la riforma campionati Read The Full Story…

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By peaclaudio | Marzo 1, 2010 - 11:33 am - Posted in Sarti poeti e navigatori

(fs) È mesto, mestissimo, vedere Carolina Kostner pattinare via dalle Olimpiadi, con la testa tra le mani e piegata su se stessa, al termine della sua terribile esibizione. Una, due, tre cadute di fila, come un pugile messo ko dalla sequenza delle proprie paure. Stavolta la condanna è senz’appello: non è bastato cambiare allenatore, trasferirsi in America, farsi affiancare da uno psicologo. E nemmeno riacquistare la credibilità perduta, agguantando Vancouver all’ultimo momento, quando sembrava destinato alle evoluzioni della pur brava Valentina Marchei. Ciò che fino a qualche giorno fa era un’insicurezza cronica, un tarlo infilato nei salti, è impietosamente esploso, ricacciando la Kostner molto più indietro del sedicesimo posto finale. Paradossalmente, visti gli strani meccanismi mentali che ci abitano, viene da dire che forse è addirittura meglio così: che solo un crollo del genere può consentire un vero recupero, una crescita definitiva. Anche perché non ci sono alternative. Anzi, banali come siamo, ci permetteremmo di consigliare al suo mentore Frank Carroll di farla provare in uno stadio, alla presenza di qualche rumoroso centinaio di comparse sulle tribune, pronte ad applaudirla o fischiarla come se fosse un campionato del mondo. Così, per abituarla al giudizio e alla precarietà. Il pattinaggio, d’altronde, è una versione singolare dello sport: fa dell’equilibrio tra talento, lavoro e motivazione il suo stesso scopo, la sua stessa immagine. Basta vedere la campionessa olimpica Yu Na Kim, che a diciannove anni piroetta sul ghiaccio come un alieno su un plenilunio, per rendersi conto del miracolo. O la splendida Joannie Rochette, che va in pista subito dopo la morte improvvisa della madre, ed esegue le combinazioni col peso del ricordo addosso, fino alla medaglia di bronzo. Loro sono rimaste in piedi, al di là del sorriso forzato che costringe le interpreti alla bellezza, in una sublime perversione estetica. Anzi, a proposito di emozioni, preferiamo senz’altro la Kostner in lacrime in attesa della giuria, di quella che dichiara per copione, dopo la disfatta, che riemergerà subito, e che il mondo non finisce a Vancouver. Non lo dica ai giornalisti, e nemmeno a Petrucci, che l’ha declassata ad atleta normale parlando più da tifoso che da presidente del Coni: lo dica a se stessa, ogni giorno, quando sarà nuovamente per terra, incerta, investita dalle urla del suo allenatore. Tanto, non appena giungerà il prossimo appuntamento (siano o meno i Mondiali di Torino, non è questo che conta), sarà la sala stampa a preoccuparsi d’accendere i microfoni e affilare le matite. Il resto è ghiaccio.

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                                                                                                       FRANCESCO SARTI

Run for cover. Lo diceva Alfred Hitchcock, ogni volta che era in difficoltà con un soggetto. Significava appunto correre ai ripari, andare sul sicuro, usare uno script di successo. Era vero al cinema, è ancor più vero nel basket, in cui implica, tradizionalmente, stringere la difesa, costruire le azioni, evitare di buttare palloni al cesso. Sembra banale, è difficilissimo. Andrea Mazzon lo sa bene. Per risollevare la Reyer, con l’aiuto di Tonino Zorzi, ormai il Tex Winter italiano, è dovuto correre ai ripari, scritturando nuovi attori (Young e Grant: Camata, al momento, è uno stuntman da allenamento) e chiamando le controfigure per quelli ammalati (Hafnar per Janicenoks, Robinson per Garris, pur se, nel secondo caso, si è infortunato anche il ricambio). In più col gusto della suspense, del disorientamento. Come Hitchcock, ama colpire già dalle scene iniziali. Mette giù un quintetto base totemico, intimidatorio: due lunghi come Grant e DiGiuliomaria sotto, uno più leggero come Allegretti da ala piccola. Ti dici che giocherà solo con l’alto-basso, solo sopra il ferro, come in effetti nel primo quarto del match contro Casalpusterlengo, la prima delle due vittorie casalinghe scacciacrisi. Già dai minuti successivi, però, ti accorgi che si tratta di un effetto speciale: Mazzon rimescola le carte, e rimpicciolisce i personaggi neanche usasse lo zoom, piantando il solo Rinaldi, sgraziato ma efficace, a sgomitare in mezzo all’area. Intorno, gli saltellano i Causin, i Meini, i Rombaldoni. E soprattutto il vero killer della situazione: l’irrefrenabile Alvin Young, che contro Brindisi si è esercitato nel tiro in corsa alla Navarro, avanzando sulle punte e infilando canestri a raffica. Però, non lasciatevi ingannare: non è solo un fatto statistico se il protagonista silenzioso del film è sempre un lungo: Grant contro Casalpusterlengo, Rinaldi contro Brindisi. È la sceneggiatura preferita dall’allenatore: mai esagerare con la transizione, mai affrettare, cercare sempre una soluzione ragionata. Senza concedere, dall’altra parte, tiri puliti o giocate fluide. La difesa, del resto, è il vero termometro della Reyer: se si abbassa per un attimo d’intensità, anche l’attacco diventa improvvisamente insicuro. Per non parlare della circolazione di palla nelle battute finali: una sequenza da incubo, in cui, contro il pressing avversario, la regia rivive le proprie paure e perde il filo del copione. Ci sarà da lavorarci, consapevoli che questo lascito del periodo nero non riguarda la squadra di Dell’Agnello ma buona parte degli attuali interpreti: già domenica, anzi, c’è un test critico implacabile al Festival di Pavia, scontro diretto determinante per chi, come i team appena rifondati, sente particolarmente gli umori e l’estemporaneità. Mazzon, comunque, ha molte incognite davanti, soprattutto in fase di montaggio: deve reinserire Janicenoks (che era il terminale principale ed ora dovrà convivere con le scorribande di Young) e il futuro sostituto di Garris. Arrangiandosi, nell’emergenza, con Meini e Rombaldoni, due giocatori agli antipodi: fisico e operaio il primo, mentale ed estroso il secondo. Gli sorride, peraltro, il responso del botteghino. Abilissimo, ringrazia appena può il pubblico del Taliercio: rumoroso, incessante, benchè intontito dalle pestifere trombette dispensate a piene mani prima del match. Bolgia d’antan, nonostante i pessimi tuoni finti da sala di doppiaggio. Si ha però la sensazione che questa squadra possa capire le virtù della continuità, cioè esaltarsi a turno, cogliere il momento, portare il mattone. Aspettando se del caso. Non tutti, infatti, hanno la sfrontatezza di Causin, ma all’occorrenza ognuno può tirar fuori il colpo di scena: leggasi Allegretti, che forse ha più talento di quanto non creda, e soprattutto Rinaldi, contro Brindisi un autentico rapinatore delle correzioni a canestro. Se questo sia il film che continueremo a vedere fino alla fine dell’anno, oppure solamente un trailer delle illusioni perdute, lo si scoprirà presto. Per intanto, però, meglio andare sul sicuro. Run for cover, per quattro rulli da dieci minuti.

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By oscareleni | Febbraio 23, 2010 - 6:18 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI dall’India, dal pellegrinaggio fra le rossastre pietre parlanti di Hampi dove abbiamo cercato risposte per capire certe facce, certe parole, comportamenti e musi da mona. Confessiamo di non aver avuto risposte soddisfacenti perché davanti al Piero Bucchi “soddisfatto” per aver visto Milano costringere Avellino a fare soltanto 59 punti, anche le pietre sacre restavano senza parole. Più facile chiedere perché Siena, in Italia, non ha davvero rivali: loro pensano già al domani, qui, cominciando da Roma, si stanno ancora chiedendo chi tenere a libro paga, chi mandare a casa, chi nascondere per non lavorare a favore del Monte. Incredibile, per le solite pietre, anche la conversione del sopra detto Bucchi Piero che a qualche giorno dalla figuraccia con Avellino ammette: “Basta figuracce”. Ah, volevamo ben dire. Comunque, tanto per essere chiari: se, per caso, Milano andasse a fare una bella partita domenica a Siena, sapendo che il Montepaschi sarà spremuto al cento per cento, se succederà l’impossibile non veniteci poi a parlare di Miracolo a Milano. Lo avevano già fatto l’anno scorso quando il Cska aveva deciso di far andare fuori di testa il Messina che ora vive l’incubo Barca. Care pietre di Hampi spiegateci perché la finale della Coppa Italia ha avuto, più o meno, lo stesso pubblico del derby di serie B, o A Nazionale per chi soffre a dire la verità, fra Ozzano e Fortitudo. Diteci voi quali segreti hanno gli spagnoli che portano 16 mila persone sulle tribune a Bilbao, portano i grandi personaggi dello sport iberico, convincono persino il re Juan Carlos e sua moglie Sofia, pur sapendo che in terra basca sarebbero stati fischi, poco meno di quelli che si è preso il Real entrando in campo, ad andare sul palco e poi a premiare Grimau mentre i compagni accendevano sigaroni cubani e Fran Vasquez si prendeva il premio come miglior giocatore. Tutto più bello, tutto più elegante, dai trofei in giù, dalla cornice in su e, badate bene, non siamo di quelli che hanno voglia di rispondere ai gestori delle sale scommesse infuriati perché sul sito della Lega italiana la progressione del punteggio della finale aveva invertito le squadre, dando l’illusione che fosse la Virtus a vincere. Potenza delle macchine, perché, alla fine l’illusione era anche in molti degli osservatori dando la misura esatta del dominio senese: se con loro perdi di poco, non ti fai stritolare, allora hai quasi vinto. Insomma una notte da Minnesota Fats, da Spaccone, da Eddie Fast Nelson, nel momento in cui Minnesota si purifica, si mette il borotalco sulle mani e annuncia beato: palla otto in buca d’angolo. Pianigiani fa così da moltissimo tempo, speriamo che possa continuare a farlo anche con la nazionale, ma è meglio se prima si concentra sull’Eurolega Read The Full Story…

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OSCAR ELENI ai piedi della scalinata Potemkin nel cuore di Odessa, vedendo la carrozzina di Ejzenstein scendere inesorabilmente verso il mare del silenzio, quello dove vorresti immergerti cercando l’abisso che serve per isolarti dal dolore. Paola Porelli che ha cercato in tanti modi di farci dimenticare la storiella suu chirurghi con mano dolce, ma pensiero debole sulla filosofia dello stare bene senza i pezzi del tuo corpo che si sono presi, ha deciso che senza l’avvocatone non aveva quasi più senso guardare persino i nuovi ragazzi della sua famiglia Virtus. Con l’ironia di sempre ha deciso prima di chiudere la finestra sul mondo, poi, dopo aver salutato i fedelissimi Matteo, Mario, Lorenzo, ha deciso che aveva voglia di andare a scoprire se anche in un’ altra dimensione deve esserci un pianeta Porelli dice la scienziata Margherita Hack, il suo Gigi Torquemada aveva trovato il modo di macchiarsi la cravatta, la camicia, la giacca, il maglione, urlando al capo degli angeli, o, magari, anache al capo dei diavoli, che la macchia è libertà.

- Ma dai, Gigi, non vedi che state esagerando con la vodka di Odessa, guarda la camica, guarda che macchia.

- Nando ( lui la chiamava così dopo aver confessato che quando si erano incontrati gli piaceva quella grinta in sorriso con velluto) non mi rompere, le camice si lavano, le giacche si puliscono, ma vuoi mettere come si sta bene quando si è liberi.

Va bene, cara Paola, si prenda pure le nostre lacrime Read The Full Story…

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By peaclaudio | Febbraio 9, 2010 - 6:34 pm - Posted in I lunedì da Oscar

OSCAR ELENI da Vicchio, nel Mugello, dove è nato Guido Di Pietro, meglio conosciuto come il pintore Beato Angelico. Camminata sui marroni rimasti dopo aver visto i Santi di New Orleans prendersi la Super Coppa del football, dopo aver girovagato nei chiostri del convento di San Domenico, zona di Fiesole, per capire se il blu di lapislazzuli del nostro artista, se il suo oro in foglia, possono aiutarci a comprendere meglio la sua Annunciazione che si presenta sempre come primo incanto se entri al museo madrileno del Prado dove Ettore Messina va a disintossicare l’anima quando il Real le prende e si fa male come a Tel Aviv, quando si ferma meditando nella sala degli impressionisti chiedendo al povero Molin se sogna o se è sveglio adesso che deve andare a Siena per capire cosa resta del sogno europeo dei campioni d’Italia. Viaggio nella beatitudine e scusate se è poco, cominciando dalla partita d’addio di Gus Binelli a cui vorrebbe partecipare persino il presidente federale Dino Meneghin che avrebbe tanta voglia di spintoni onesti , stanco di questi sgambetti alla carbonara, sfinito come succedeva al Beato mentre lo obbligavano alla povertà e all’ascetismo nell’ordine dei domenicani osservanti. Beato Fabrizio Frates che ha scoperto di avere una squadra vera, d’avere intorno uomini giusti, gente che gli ha curato con una grande partita la cirrosi per quei fischi di chi l’anno scorso a Caserta lo tomentava, destino da Alatriste che, però, si toglie anche sassoloni dagli scarponi. Beato Manero Vacirca per aver portato nel borgo delle tomaie nobili il bulgaro Ivanov, uno che giura di saltare bene a rimbalzo d’attacco perché lo vuole il dio di Varna. Beato Boniciolli Read The Full Story…

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