Entries Tagged as 'Racconti di Golf'

Sogni di golf, un delizioso libello di J.Updike

"Golfisti. Animali con un guanto solo e scarpette coi rinforzi entrano sferragliando nello spogliatoio, in finto trionfo, maschi con le picche dei loro par ancora dritte fiatando un fuoco fasullo di falcate e di drive, di falcate e di putt. Ci fanno paura. Fiatando bourbon e vanagloria, si spogliano: i peli sul petto son grigi, penzolano smorti i genitali come palline d’allenamento, le gambe bluastre si agitano; dove sono, adesso, i loro par, i loro furori? Rispuntano dalla doccia più piccoli, sono uomini, nient’altro che uomini, vecchi ragazzi, smarriti nell’orrore dell’ultima buca".

Deliziosa – non trovate? – questa poesia dal titolo "Golfisti" che nel 1975 John Updike ha scritto e successivamente, nel 1996, raccolto in un libro che per me è un vero tesoro. Me lo consigliò, se mal non ricordo, il mio caro amico Nino. E fu proprio un consiglio d’amico. "Sogni di golf" lo solleciterei ad acquistare pure a voi, se non fosse praticamente introvabile nelle librerie… Costava, e per questo uso l’imperfetto, 25.000 lire, ma se anche mi offrite 500 euro, col cavolo che ve lo mollo. Però potrei sempre, di tanto in tanto, proporvi qualche stralcio dei racconti di golf di John Updike, non proprio uno qualunque, ma romanziere, poeta e critico di vasto successo negli States, vincitore – tanto per capirci – anche di un Premio Pulitzer e di un American Book Award.

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Quella volta a Jesolo con Emanuele Canonica

Aspettando col cuore in gola i risultati di Margara, e cioè dell’ultima giornata del campionato della Pga italiana, tifando ovviamente per Lele Lattanzi, col quale mi sparo una media di dieci pro-am all’anno, e ne vinc(iam)o anche qualcuna, ma pure per Massimo Scarpa, il più bel giocatore (ambidestro) di golf di tutta la storia della Serenissima Repubblica di Venezia, pensavo ad Emanuele Canonica, anche lui in corsa per il titolo della Pga, e a quella volta che insieme inaugurammo (quattro anni fa) il diciotto buche di Jesolo Lido. C’era un vento che soffiava dal mare e ribaltava gli uomini come non l’ho più visto da allora. Era forse bora e comunque "borin", come lo chiamano dalle nostre parti. Eppure Canonica non fece una piega e alla quindici, adesso la tre, che è pure la buca più tosta e lunga del campo, oltre che probabilmente la più bella di tutto il percorso, sfidò col drive, basso e teso, quel ventaccio che gli sfigurava la faccia e lo picchiava giusto alla bocca dello stomaco…Acqua fresca. Arrivò infatti a cento metri, metro più metro meno, dal green di quel par quattro di quattrocento metri e passa. Poi un comodo wedge oltre il bunker, approccio e facile putt. E ovviamente birdie. Mentre a me non parve vero d’aver chiuso con un soffertissimo bogey… Tutto è relativo nel golf. Perchè se Emanuele Canonica è il numero uno in Italia, io chi sono che gioco o, meglio, dovrei giocare diciotto di hcp? Proprio nessuno. Ma il golf è tutto quello che volete, ma non ditemi che non è uno sport furbo. Permette infatti a me di giocare colpo su colpo al fianco di Canonica. O di Lattanzi o di Scarpa. E di sentirmi per quattro, cinque ore un campione come loro. Mentre loro si sentono piccini piccini davanti a Tiger, il numero uno al mondo da ben 490 settimane…

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Il sottile piacere d’essere arrivato proprio ultimo

Al "Processo alla tappa" di Sergio Zavoli il vincitore a sorpresa di un prologo del Giro d’Italia di qualche lustro fa – non chiedetemi altro: non lo ricordo più -, dopo aver salutato mamma e papà, e probabilmente anche la morosa di Vigodarzere, provincia di Padova, rosso rubino, felice come una Pasqua, dichiarò in diretta-tivù: "Sono contento d’essere arrivato uno". Ebbene anch’io adesso lo posso gridare ai quattro venti. Magari capovolgendo la classifica o dando tutta la colpa al mio inseparabile compagno di doppio, il povero Nino, che tanto non s’offende sapendo benissimo di giocare a golf abitudinalmente come una bestia o, quando putta da dio, come un animale. Ebbene sono arrivato ultimo nella greensome di Villa Condulmer che ha aperto le gare della stagione. Con appena 20 punti stableford , giocando 22 d’handicap, un solo par (alla cinque) e la bellezza di sei ichs seminate lungo tutto il percorso. Anch’io rosso rubino, felice come una Pasqua. D’ora in avanti non potrò infatti che migliorare le mie performance o, al massimo, eguagliarle. Dite invece che dovrei andarmi a nascondere? E perchè mai? Perchè per tutto l’inverno ho fatto come le cicale cantando vittoria e disertando il driving range e il putting green? In fondo, piaccia o non piaccia ammetterlo, il golf non è un gioco, ma uno sport. E così chi non lo pratica, e quindi non s’allena, c’è poco da fare: prima o poi arriva ultimo. E deve prendersela solo con se stesso. O con la sua stupida vanità.

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Tiger, la pornodiva e il diluvio universale


Tiger Woods non ha vinto al Doral Resort di Miami: mi sembra una grossa notizia, non vi pare? E non è arrivato nemmeno secondo, ma addirittura quinto. Acqua fresca. O quasi. Almeno per la Gazzetta dello Sport che all’evento – Tiger non perdeva una gara da sei mesi – ha dedicato tre righe. Anzi, per la precisione otto. Una in più comunque di quante se ne è meritata Michela Suppo, terza nella pistola ad aria compressa nella prova di Coppa del Mondo di Rio de Janeiro. Niente da dire: sono tempi sempre più duri per gli sport minori che non ho però il coraggio di chiamare anch’io poveri. Poche storie: un morto di fame non gioca a golf e non spara al poligono. E non va in Florida o in Brasile. Ma torniamo a bomba. Il Fenomeno, prima del CA Championship di Miami, aveva trionfato in otto gare di fila e non l’avevo mai visto, prima di sabato in televisione, rimanere con la pallina in bunker come un brocco qualsiasi. E’ accaduto alla buca dieci del Doral nel terzo giro di gara, quello che è costato a Tiger la vittoria in favore di Geoff Ogilvy, trentunenne australiano di Adelaide, sconosciuto al grande pubblico o quasi. Poi è cominciato a diluviare: anche gli dei del golf probabilmente non volevano credere ai loro occhi e si sono agitati lassù. In cielo. Mentre la Gazzetta preferiva dedicare mezza pagina, quattro colonne e un’apertura a Elena Grimaldi, la pornostar bresciana, che ha confessato di un attaccante del Milan, o dell’Inter, non si è ben capito, che "segna tantissimi gol e non è più giovanissimo", il quale non le dà tregua con le sue proposte indecenti. E chissenefrega. Almeno avesse fatto il nome…

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A modo solo mio: Claudio Pea (curriculum)

Sapevo cos’era il minigolf, perchè lo giocavo da ragazzino, quand’ero in vacanza a Cortina o a Jesolo, e avevo un discreto successo. Specie tra le mie piccole fans. Ma del golf proprio non me ne curavo. E, anzi, proprio non capivo come potesse mio fratello Beppi perdere il sonno dietro quella stupida pallina che doveva rotolare in buca e si prendeva un sacco di parolacce se non lo faceva. In verità mi occupavo d’altro. E cioè di cose molto più serie. Correvo dietro ad un pallone, a pois o a spicchi, non importava. E scrivevo degli azzurri di Bearzot campioni del mondo nel 1982 in Spagna anche per merito mio. E un giorno magari vi spiegherò perchè. O di Alberto Tomba che vinceva quasi senza accorgersene: difatti semplicemente non pensava a quel che faceva. O di Deborah Compagnoni che un giorno mi confessò d’essersi innamorata di un Benetton. Ma guai se l’avessi scritto. Difatti lo feci scrivere a un altro. O di quella palla nel cestino: moltissimo e intensamente. Innamorato perso di Michelino D’Antoni, e per questo da lui tradito prima ancora che il gallo cantasse una volta. Prigioniero di un sogno e pure forse di Dan Peterson. Senz’altro di Dino Meneghin o di Boscia Tanjevic, grandissimi. Attratto dalla personalità e l’intelligenza di Julio Velasco al quale portai parecchio culo: due titoli mondiali nella pallavolo, il primo in Brasile, il secondo in Grecia. E avanti così. Inviato volenteroso e capriccioso del Giorno di Milano per quattro lustri. Però di golf mai. E poi mai. Difatti. Adesso in buca ci sono finito anch’io. E non perchè vecchio e rincoglionito. Cinquantotto anni sono sempre quasi sessanta anni che sono volati e non li prenderò più. Ma forse è arrivato comunque il tempo di confessarsi e di scrivere quel che davvero ti passa (o ti è passato) per il cervello. Senza usare i preservativi. Seguitemi allora in questo blog. Se vi va. Aiutandomi soprattutto a vincere l’unica partita che ho spessissimo perso. Quella con la pigrizia. Storica e pervicace. Vero Timoteo?

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