Ugo Scafa sempre tra noi con Nino, l’Egle e la morosa di Manassero…
Dieci anni fa una piccola  mano gentile lasciò una pallina di golf sulla tomba di Ugo Scafa. Una pallina butterata e un messaggio legato da un fiocco: “Caro Maestro, non ti dimenticherò mai”. Dieci anni dopo quella pallina è ancora lì. Sulla tomba di Ugo. Accanto a un sasso ebraico. Nel segno della memoria. La mano adesso è quella di un ragazzo bravo e forte che è diventato anche un ottimo golfista. Ugo ne era certo e si sbagliava di rado: nel golf come nella vita. Dieci anni dopo il Maestro Scafa è ancora qui, tra noi, nella memoria di tutti. Di chi andava a lezione da lui e apprezzava  le sue pillole di saggezza. Ma anche di chi, come me, non ha avuto la fortuna di conoscerlo bene se non quelle rare volte in cui passavo per Villa Condulmer, di ritorno magari da Cortina, e mi fermavo a pranzo con Nino. Nino era uno dei suoi allievi preferiti: Ugo sapeva che non avrebbe mai fatto di lui un buon giocatore, ma si vedeva che stavano lo stesso molto bene insieme. “Maestro, ho fatto birdie alla otto”, gli raccontava l’amico mio gonfiando il petto come un tacchino. E Ugo senza meravigliarsi manco un po’: “Ah Pupè, raccontame piuttosto le altre diciassette buche”. Una logica e una simpatia tutta romana. Ma anche una complicità tanto grande tra loro da non essere forse ancor oggi capita dagli altri. A distanza di due lustri il ricordo per il Maestro Scafa resta comunque forte e irresistibile. Se alla decima edizione della (sua) Targa d’Argento hanno partecipato settantaquattro coppie e almeno una dozzina sono rimaste in lista d’attesa. Se la Egle ha dovuto fare i salti mortali per convincere il presidente e la commissione sportiva che un po’ di flight sarebbero potuti anche partire alle otto del mattino.
In un mattino bello come il sole. Assieme al canto delle allodole. Con la prima rugiada e le prime foglie morte. Un amarcord indelebile se proprio tutti avrebbero voluto vincere la quattro palle la migliore di Ugo. Dai soci fondatori di questa stupenda iniziativa, gli ex allievi (e ex ragazzi) Baldazzi, Fabris, Marin, Pea e Vio. A quelli che ragazzi lo sono diventati da poco e si sono dovuti far raccontare quanto grande fosse stato il Maestro Scafa. Come ha fatto probabilmente Guido Antoniutti con la figlia Anna, non più Annetta e neache Nina dopo che lo scorso settembre, a soli diciassette anni, ha vinto il titolo italiano assoluto foursome al Cosmopolitan di Pisa ed è la morosa ormai ufficiale di Matteo Manassero. Sì proprio lui [Read more →]
La porchetta è stata un trionfo: bella, grande, cicciotta, gustosissima. Cucinata come dio comanda, ovviamente alla trevigiana, faceva la sua bella figura nel cuore della festa e al centro del banchetto allestito sulla splendida terrazza della club house di Villa Condulmer che guarda alla magica fontana tra i due par cinque della sei e della otto. Dove il Principe di Coconat mi racconta che Mirko, l’amico gnomo, avrebbe costruito la sua tana (con vista sul laghetto). Tutte le gare della Logos sono una festa: prima e dopo le diciotto buche. “Anche se la pallina mi rotolava sempre in bunker”. “Anche se avrò sbordato tanti di quei putt da far paura”. “Anche se non riesco a capire perchè sto tirando il driver peggio di un cane”. E comunque sono sempre più di cento gli over 50 della Logos che si ritrovano al tee di partenza di ogni gara del circuito Friuli Venezia Giulia o del Tour Alpen Adria. Felici di stare bene insieme e di cantare tutti insieme, al tramonto del sole, quella che era un’allegra ballata delle mule e dei muli di Trieste e che ora è diventato l’inno ufficiale della libera organizzazione dei golfisti seniores: “L’uomo vespa”. Stringendosi intorno alla chitarrra di Angelo il Romantico e al vulcanico presidente Bepi Puggina. Tirando il collo all’ultima buona bottiglia delle vigne intorno. Divorando nell’occasione sino all’osso la porchetta alla quale la solita brontolona aveva pronosticato tutt’altra fine: “Con questo caldo chi vuoi che se la mangi?”. In effetti nessuno avrebbe potuto immaginare ad inizio autunno una giornata di sole come in piena estate. Nè i dolci green tirati tanto a lucido o i morbidi fairway di un verde, ma di un verde, che più verdi di così non si sarebbero nemmeno potuti dipingirli. Con l’acquolina in bocca 














