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Il sottile piacere d’essere arrivato proprio ultimo

Al "Processo alla tappa" di Sergio Zavoli il vincitore a sorpresa di un prologo del Giro d’Italia di qualche lustro fa – non chiedetemi altro: non lo ricordo più -, dopo aver salutato mamma e papà, e probabilmente anche la morosa di Vigodarzere, provincia di Padova, rosso rubino, felice come una Pasqua, dichiarò in diretta-tivù: "Sono contento d’essere arrivato uno". Ebbene anch’io adesso lo posso gridare ai quattro venti. Magari capovolgendo la classifica o dando tutta la colpa al mio inseparabile compagno di doppio, il povero Nino, che tanto non s’offende sapendo benissimo di giocare a golf abitudinalmente come una bestia o, quando putta da dio, come un animale. Ebbene sono arrivato ultimo nella greensome di Villa Condulmer che ha aperto le gare della stagione. Con appena 20 punti stableford , giocando 22 d’handicap, un solo par (alla cinque) e la bellezza di sei ichs seminate lungo tutto il percorso. Anch’io rosso rubino, felice come una Pasqua. D’ora in avanti non potrò infatti che migliorare le mie performance o, al massimo, eguagliarle. Dite invece che dovrei andarmi a nascondere? E perchè mai? Perchè per tutto l’inverno ho fatto come le cicale cantando vittoria e disertando il driving range e il putting green? In fondo, piaccia o non piaccia ammetterlo, il golf non è un gioco, ma uno sport. E così chi non lo pratica, e quindi non s’allena, c’è poco da fare: prima o poi arriva ultimo. E deve prendersela solo con se stesso. O con la sua stupida vanità.

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Tiger, la pornodiva e il diluvio universale


Tiger Woods non ha vinto al Doral Resort di Miami: mi sembra una grossa notizia, non vi pare? E non è arrivato nemmeno secondo, ma addirittura quinto. Acqua fresca. O quasi. Almeno per la Gazzetta dello Sport che all’evento – Tiger non perdeva una gara da sei mesi – ha dedicato tre righe. Anzi, per la precisione otto. Una in più comunque di quante se ne è meritata Michela Suppo, terza nella pistola ad aria compressa nella prova di Coppa del Mondo di Rio de Janeiro. Niente da dire: sono tempi sempre più duri per gli sport minori che non ho però il coraggio di chiamare anch’io poveri. Poche storie: un morto di fame non gioca a golf e non spara al poligono. E non va in Florida o in Brasile. Ma torniamo a bomba. Il Fenomeno, prima del CA Championship di Miami, aveva trionfato in otto gare di fila e non l’avevo mai visto, prima di sabato in televisione, rimanere con la pallina in bunker come un brocco qualsiasi. E’ accaduto alla buca dieci del Doral nel terzo giro di gara, quello che è costato a Tiger la vittoria in favore di Geoff Ogilvy, trentunenne australiano di Adelaide, sconosciuto al grande pubblico o quasi. Poi è cominciato a diluviare: anche gli dei del golf probabilmente non volevano credere ai loro occhi e si sono agitati lassù. In cielo. Mentre la Gazzetta preferiva dedicare mezza pagina, quattro colonne e un’apertura a Elena Grimaldi, la pornostar bresciana, che ha confessato di un attaccante del Milan, o dell’Inter, non si è ben capito, che "segna tantissimi gol e non è più giovanissimo", il quale non le dà tregua con le sue proposte indecenti. E chissenefrega. Almeno avesse fatto il nome…

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Fate attenzione agli smemorati!

Diffiderei sempre, o quasi, del golfista che si lamenta della sua memoria precaria quando alla buca di un par cinque dichiara bogey, cioè sei, anzichè doppio bogey, cioè sette. Per carità, può anche succedere di sbagliarsi a contare. Una volta. E passi. Ma alla seconda affermazione del tipo: "Sto proprio invecchiando di brutto: non mi ricordo nemmeno più i colpi che tiro", beh, se fossi in voi, comincerei anche a prendere in seria considerazione l’ipotesi che non mi trovo di fronte a uno smemorato con la testa un po’ tra le nuvole, ma a un birbante di tre cotte da classificare nella (affollatissima) categoria degli imbroglioni se, per la terza volta nella stessa partita, chiama uno o due colpi in meno, non si ricorda di un fuori limite o d’aver beccato un punto di penalizzazione per quella pallina finita nel laghetto tra le ninfee. Anche perchè – fateci caso – accade assai più raramente che un giocatore dichiari un colpo in più di quanti ne ha effettivamente tirati. O forse sono io ad essere in malafede?

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Fate attenzione ai drive fuorilegge!

Il drive, o legno 1, è l’arma letale del golf. La definizione mi piace e la faccio mia, anche se certamente non posso pretendere il copyright. Il drive è senza dubbio anche il legno più prezioso, e quindi più costoso, della sacca da golf. Eppure qualcuno s’è dimenticato che dal 26 novembre 2007 molti drive sono stati messi al bando dalla Corte suprema di St Andrews e quindi, piaccia o non piaccia l’editto scozzese, il golfista distratto, avventato o gretto, dovrà in tutta fretta liberarsi del suo drive fuorilegge e acquistarne subito uno di nuovo, ovviamente a norma, se non vorrà essere squalificato nelle prime gare dei dilettanti prossime venture. Della tipologia del golfista avventato e gretto, o di prototipi del genere, di cui abbandonano i nostri cari club, avrò il modo di sbizzarrirmi prestissimo (e diffusamente). Per il momento, con l’aiuto di Golf’us, mi preme andare in soccorso al golfista candidamente (e solo) distratto, che non ha trovato il tempo negli ultimi tre anni per cambiare il drive proibito con uno a norma, indicandogli alcuni drive fuorilegge che St Andrews ha messo al bando come, tra i più conosciuti e diffusi, il King Cobra o il Titleist 975 o il Big Bertha della Callaway. O alcuni modelli della Cleveland o della Mizuno o della Nike della Taylor Made che troverete segnalati in tutti i negozi della Golf’us.

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Arriva il commissario nel Veneto

Per mesi e mesi ha continuato a scrivere "raft" sul suo giornale senza trovare qualcuno che avesse il coraggio di correggerlo o di dirgli: "Senza offesa, guarda che si scrive rough". Il tipo infatti, oltre ad essere presuntuoso e un po’ somaro, è anche misero. E allora che s’arrangi, però nell’ambiente è ormai conosciuto come mister Raft, esperto di golf e più ancora virtuoso della lingua inglese. Siamo comunque tutti curiosi di leggere cosa il nostro singor Raft scriverà domani sul conto dei suoi amici e della figura barbina che hanno fatto giovedì nell’assemblea elettiva del Comitato regionale del Veneto che è stata disertata dalla maggior parte dei presidenti di club e da tutti i professionisti della regione. Al punto che non è stato raggiunto il bonus dei votanti e la riunione è stata invalidata. S’arrampicherà ovviamente sugli specchi e non saprà cavare un ragno dal buco quando invece la verità è sotto gli occhi del mondo e non ci vorrebbe niente ad ammettere che il golpe di quelli che avevano sfiduciato il presidente Massimo Cattaruzzi per una questione di mera lana caprina non è piaciuto, per i modi, ma anche per i tempi, alla maggior parte dei circoli veneti e dei loro maestri. Difatti Franco Chimenti si è molto arrabbiato con i suoi due consiglieri federali veneti e ha bocciato la cordata bulgara commissariando il Comitato. Sì, avete capito bene: arriverà presto a Padova il commissario Sassoli dalla vicina Emilia che indirà nuove elezioni cercando di mettere finalmente pace tra montecchi e capuleti. Ma si doveva arrivare a tanto?

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Esclusivo: il Venice Challenge, ovvero quattro tiri ai green galleggianti nella fantastica isola di San Clemente nel cuore della laguna veneta

Mi sembra proprio una gran bella idea, anche se non proprio nuovissima, quella di centrare quattro green galleggianti, posti a 50-70-90-100 metri dal tee di partenza: Venice 1334 da anni i migliori professionisti d’Europa ci provano dal Ponte Vecchio di Firenze sull’Arno, dalla passata stagione anche a Trieste hanno sparato sul Golfo, ma a Venezia mai. E già questo mi basta per esaltare l’evento che gli organizzatori del Venice Golf Challenge hanno (a grandi linee) già messo in piedi. La notizia non è stata infatti ancora data in pasto ai media e comunque innescherà a breve una bomba di emozioni di fronte alle quali tutto il mondo del golf non potrà rimanere indifferente. In primis il fascino della laguna di Venezia e, non bastasse, la location scelta per le finali del Venice Challenge negli ultimi tre giorni del prossimo agosto: l’isola di San Clemente e il suo splendido, esclusivo hotel a cinque stelle in bacino San Marco, dirimpetto al Lido. Poi la data ad hoc: 29-30-31 agosto, ovvero durante la Mostra del Cinema di Venezia che potrà così coinvolgere all’evento attori, registi e produttori. Nonchè giornalisti, celebrità e, ovviamente, i campioni professionisti di golf. La formula: un crosswater "one vs. one", uno contro uno, ad eliminazione diretta, tra giocatori che da una chiatta sulla laguna di 150 metri quadrati proveranno col wedge o col pitch (ferro 10) a centrare il poker di green galleggianti e possibilmente ad infilare la pallina in buca per un fantastico hole in one.
L’originalità della manifestazione sta invece soprattutto nella formula che prevede lo svolgimento, da fine aprile a luglio, di una serie di gare che avranno luogo nei venti-venticinque campi dei golf club più prestigiosi d’Italia e che premieranno, con la partecipazione alla fase finale del Venice Golf Challenge nell’isola di San Clemente, i vincitori del primo netto di ognuna delle tre categorie più del primo lordo. Insomma nessuno potrà essere escluso dal più esclusivo evento golfistico nazional-popolare dell 2008 in Italia. Ed è questo quel che più mi piace. Ma ora dite la vostra, che io ho detto la mia. Promettendomi che prossimamente su questo blog vi fornirò l’elenco dettagliato del programma-gare completo del Venice Challenge. (Foto di Michael Dawes)

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A modo solo mio: Claudio Pea (curriculum)

Sapevo cos’era il minigolf, perchè lo giocavo da ragazzino, quand’ero in vacanza a Cortina o a Jesolo, e avevo un discreto successo. Specie tra le mie piccole fans. Ma del golf proprio non me ne curavo. E, anzi, proprio non capivo come potesse mio fratello Beppi perdere il sonno dietro quella stupida pallina che doveva rotolare in buca e si prendeva un sacco di parolacce se non lo faceva. In verità mi occupavo d’altro. E cioè di cose molto più serie. Correvo dietro ad un pallone, a pois o a spicchi, non importava. E scrivevo degli azzurri di Bearzot campioni del mondo nel 1982 in Spagna anche per merito mio. E un giorno magari vi spiegherò perchè. O di Alberto Tomba che vinceva quasi senza accorgersene: difatti semplicemente non pensava a quel che faceva. O di Deborah Compagnoni che un giorno mi confessò d’essersi innamorata di un Benetton. Ma guai se l’avessi scritto. Difatti lo feci scrivere a un altro. O di quella palla nel cestino: moltissimo e intensamente. Innamorato perso di Michelino D’Antoni, e per questo da lui tradito prima ancora che il gallo cantasse una volta. Prigioniero di un sogno e pure forse di Dan Peterson. Senz’altro di Dino Meneghin o di Boscia Tanjevic, grandissimi. Attratto dalla personalità e l’intelligenza di Julio Velasco al quale portai parecchio culo: due titoli mondiali nella pallavolo, il primo in Brasile, il secondo in Grecia. E avanti così. Inviato volenteroso e capriccioso del Giorno di Milano per quattro lustri. Però di golf mai. E poi mai. Difatti. Adesso in buca ci sono finito anch’io. E non perchè vecchio e rincoglionito. Cinquantotto anni sono sempre quasi sessanta anni che sono volati e non li prenderò più. Ma forse è arrivato comunque il tempo di confessarsi e di scrivere quel che davvero ti passa (o ti è passato) per il cervello. Senza usare i preservativi. Seguitemi allora in questo blog. Se vi va. Aiutandomi soprattutto a vincere l’unica partita che ho spessissimo perso. Quella con la pigrizia. Storica e pervicace. Vero Timoteo?

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